Valentina Magaletti & YPY – Kansai Bruises

Recensione del disco “Kansai Bruises” (AD 93, 2025) di Valentina Magaletti e YPY. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.

Valentina Magaletti, un impetuoso fiume di idee (e progetti) in piena che continua la sua strada senza fermarsi mai. Scorso anno? Tra le tante cose, tutte di altissimo livello (e se vi suono fan(atico) poco importa), il ritorno dei Moin con un disco micidiale, gli Holy Tongue con Shackleton e quello pazzesco in tandem con Nídia (e non sono nemmeno tutti). Quest’anno? Siamo già a due, tra l’allucinatorio “Gym Douche” ordito assieme a Fanny Chiarello (fatevi un piacere e leggete subito il suo libro “Basta Now”) e, infine, “Kansai Bruises”.

Ad affiancarla, questa volta, è YPY, all’anagrafe Koshiro Hino, membro dei goat (da Osaka, non il misterioso collettivo svedese) con cui fa tremare le cuffie di chi si avvicenda al disco, come spesso accade da queste parti edito dalla solita, fantabulosa AD 93, che continua a cacciar fuori cose grosse. I “lividi del Kansai”, un viaggio tra le prefetture dell’anima che si fanno corpo. Interplay da galassie lontane, quello tra Magaletti e YPY, amalgama di pelli, metallo ed elettrogenesi. Le due entità, digitale e analogica, non hanno confini, non si guardano da una parte all’altra della stanza, bensì vivono in simbiosi, attraendosi continuamente.

Tempi elastici (Kansai Bruises), drumming poderoso e intricato (One Hour Visa), tumultuosi tribalismi a ritmo incessante (Silhouette, Her Own Reflection), minimalismi elettrici e spasmodici lanciati a rotta di collo in un sistema virtuale psicoattivo (Lantern Lit Run) e mostri mid-tempo degni del miglior Aphex Twin che si squagliano in jazz shuffle (Interlude for Fog Days) fanno di “Kansai Bruises” un piccolo gioiello di quel mondo che ci ostineremo sempre a chiamare sperimentale, perché le strade da esplorare paiono ancora molte.

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