Silverstein – Antibloom
Recensione del disco “Antibloom” (UNFD, 2025) dei Silverstein. A cura di Emanuela Carsana.
Quando una band decide di festeggiare il proprio 25° anniversario ci sono due strade possibili: tirare fuori un’autocelebrazione sfiancante o, al contrario, ricordarci perché hanno resistito così a lungo. I Silverstein, invece, hanno deciso di complicarsi la vita e ci hanno regalato “Antibloom“, la prima metà di un doppio album che teoricamente riassume 25 anni di carriera, ma che in pratica dimostra che anche dopo un quarto di secolo si possono ancora alzare le aspettative. O distruggerle. A seconda di come lo si ascolta.
Registrato ai Fireside Sound di Joshua Tree, l’album ha un suono tanto pulito da far venire il sospetto che ci sia stato un accordo segreto con qualche casa produttrice di plugin di mastering. Sam Guaiana ha fatto un lavoro solido, senza dubbio, ma forse un po’ troppo levigato per chi sperava in un ritorno più grezzo. Certo, le chitarre graffiano quando serve e la batteria di Paul Koehler è più chirurgica che mai, ma siamo sicuri che un po’ di sporco in più non avrebbe giovato?
Se c’è una cosa che i Silverstein sanno fare bene, è la disperazione poetica. “Antibloom” segue questa tradizione con testi che oscillano tra la vulnerabilità e il “soffro, ma in modo stiloso”. Mercy Mercy apre l’album con un attacco quasi melodrammatico, mentre Don’t Let Me Get Too Low sembra scritto durante una crisi esistenziale da tour (spoiler: probabilmente lo è). Funzionano? Sì, ma ogni tanto si ha la sensazione che alcune frasi siano state estratte da un generatore automatico di testi emo.
Confession è la traccia che probabilmente farà scatenare i fan più affezionati. La costruzione è classica Silverstein: chitarre potenti, ritornello che ti si pianta nel cervello e una sezione centrale che fa venire voglia di spaccare qualcosa (in senso positivo, si spera). Skin & Bones ha un mood più sperimentale e dimostra che la band non ha paura di spingersi oltre, anche se con moderazione. Cherry Coke è il momento in cui i Silverstein decidono di stupire… ma non necessariamente nel modo giusto. È un esperimento interessante, ma lascia un po’ interdetti. Forse avrebbero dovuto chiamarla “Diet Cherry Coke” per rendere l’idea.
Nel complesso, “Antibloom” è un album solido, con alcuni momenti di brillantezza e qualche episodio più prevedibile. I Silverstein hanno chiaramente voluto condensare tutto quello che hanno imparato in questi 25 anni, ma a volte sembra che abbiano preso la lista dei “must-have” della loro discografia e l’abbiano spuntata uno per uno.
Se sei un fan di lunga data, troverai pane per i tuoi denti (e probabilmente anche qualche riferimento nascosto ai loro vecchi album). Se invece ti avvicini ai Silverstein per la prima volta, potrebbe sembrarti una playlist ben curata di tutto ciò che la band rappresenta. E in fondo, non è poi così male. Ora non resta che aspettare “Pink Moon” per vedere se il secondo atto di questa celebrazione saprà stupire di più. Speriamo solo che nel deserto non si siano dimenticati di lasciare un po’ di polvere nel sound.




