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Architects – The Sky, the Earth & All Between

2025 - Epitaph Records
metalcore / alternative metal

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Tracklist

1. Elegy
2. Whiplash
3. Blackhole
4. Everything Ends
5. Brain Dead (feat. House of Protection)
6. Evil Eyes
7. Landmines
8. Judgement Day (feat. Amira Elfeky)
9. Broken Mirror
10. Curse
11. Seeing Red
12. Chandelier


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Gli Architects sono sicuramente una band plagiata dal lutto. Poco dopo l’uscita del loro capo d’opera “All Our Gods Have Abbandoned Us“, nel 2016, il chitarrista e co-fondatore della band Tom Searle è tragicamente scomparso all’età di 28 anni a causa di un cancro alla pelle. Con un ormai orfano Dan Searle e capitanati dal vocalist Sam Carter, gli Architects da quel momento buissimo hanno rilasciato ben 4 album – compreso quest’ultimo – non riuscendo quasi mai a toccare nuovamente le vette raggiunte nel 2016. Se “Holy Hell” del 2018 risultava in fin dei conti buon album, nonostante fosse composto quasi da b-side del precedente, i successivi “For Those That Wish To Exist” (2021) e “The Classic Symptoms of a Broken Spirit” (2022) portavano una sostanziale semplificazione del sound, volto verso un alternative metal più semplice e orecchiabile, ma quasi completamente vuoto di qualsiasi ispirazione ed originalità. 

 Con questo ultimo “The Sky, The Earth & All Between“, gli Architects si avvolgono del produttore Jordan Fish, ex-motore creativo dei Bring Me The Horizon ormai latitante come freelance, per provare a cercare nuova linfa dalla quale attingere. Il disco è sicuramente il più cattivo dall’epoca di “All Our Gods“, in cui il gruppo sembra riabbracciare la propria natura -core senza alcuna difficoltà. Sam Carter da sfoggio non solo dei suoi soliti scream, ma persino di growl profondissimi, mentre la sezione ritmica potrebbe benissimo star mandando un messaggio in codice morse per la schizofrenia e velocità di alcuni segmenti. Già l’apertura Elegy – uno dei pezzi migliori del disco – fa sfoggio dello stile classico di Jordan Fish (creditato anche come scrittore di tutte le tracce), transitando da un pop elettronico al limite dell’industrial verso un inferno sonoro degno dei BMTH di “Suicide Season“. 

In un paio di pezzi però sembra effettivamente star sentendo i Bring Me The Horizon sotto mentite spoglie: Everything Ends e Broken Mirror sembrano fuoriuscite dall’era di Amo, senza però la sperimentazione sonora che avevano canzoni come Nihilist Blues, ma soprattutto senza alcun effettivo mordente. Non sono però solamente i pezzi più morbidi, come quest’ultimi, a mancare di spirito, ma anche alcuni di quelli più pesanti. Evil Eyes ma soprattutto Seeing Red sono ormai canzoni fuori tempo massimo, che soffrono sia di un lirismo fin troppo edgy, al limite dell’imbarazzante, che soprattutto di una composizione veramente generica, tanto che potrebbe benissimo esser scritta da un’IA a cui è stata data l’intera discografia del gruppo – e che infatti sembra anche riciclare alcuni riff del passato. 

È solamente negli angoli più abrasivi che quest’ultima fatica degli Architects riesce davvero a brillare, in quei momenti in cui sembra quasi inaspettata una tale cattiveria dati i recenti trascorsi. La sfuriata hardcore in collaborazione con la neo-creazione di Jordan Fish, il gruppo House of Protection, funziona benissimo nella sua semplicità, così come il primo singolo Curse, che va dritto al punto senza perdersi in fronzoli melensi. La traccia finale Chandelier invece incarna totalmente tutto quello che il gruppo post-Tom Searle ha sempre sbagliato nel ricreare: un’atmosfera effettivamente grave e pregna e ricca d’emotività. Memento Mori di “All Our Gods rimane, in questi sensi, irraggiungibile, e sempre travisata dai tentativi successivi. Se quindi Jordan Fish sembra aver praticamente agito da necromante, e ritirato in piedi una band ormai allo stato decompositivo, il lavoro da fare per tornare all’apice rimane comunque sicuramente tanto. Intanto possiamo goderci un album ascoltabile, sperando che non sia solamente un’eccezione in questo nuovo corso della band inglese.

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