
Mentre fisso la pagina ancora vuota del pc, mi chiedo come sia possibile che siano già passati 30 anni. Cerco di ricordare dove fossi nel febbraio del 1995, ma non posso avere risposte: avevo poco più di 4 mesi di vita. Probabilmente stavo piangendo nella culla, mestamente cosciente di cosa mi sarei dovuta aspettare crescendo. Traumi, rabbie adolescenziali, sensazioni di disagio, ansie, paure. Alcune di queste cose le ho superate soprattutto grazie alla musica, mentre altre le custodisco ancora sotto la mia ala protettiva perché evidentemente non riesco più a stare senza, ma va bene così. Nel febbraio 1995 – ancora dovevo scoprirlo – una fanciulla delle ghiacciate lande del Nord s’incamminava per la prima volta in un sentiero boschivo fatto di spiriti e misteri, spaventata e allo stesso tempo attratta dall’oscurità che, passo dopo passo, l’avvolgeva.
La storia degli Ulver inizia tra i figurati banchi di scuola. A soli 15 anni, dei ragazzini che volevano suonare metal si ritrovano a formare la loro prima band. Al timone ci sono Kristoffer Rygg, Haavard Jorgensen e Carl Michael Eide, rispettivamente voce, chitarra e batteria. Lo sfondo è la Norvegia, che con i suoi paesaggi freddi e incantevoli è già saltata alle cronache giusto un paio d’anni prima a causa dell’omicidio più cruento della storia della musica, che ruota attorno a vendette, incendi, suicidi, inner circle e black metal. Quasi in contemporanea, nello stesso Paese ma a centinaia e centinaia di km di distanza, Rygg e soci hanno l’opportunità di registrare (in una foresta, dettagli) il loro primo demo dal titolo “Vargnatt“, la notte del lupo. Suoni aspri, graffianti, grezzi, di matrice black metal ma con un’impronta già tendente all’evoluzione, al cambiamento. Folk e sonorità decisamente avanguardistiche per l’epoca si affacciano senza alcun timore nella grotta ricoperta di cristalli di ghiaccio che preserva i primi ma audaci approcci dei nostri.
Nascono gli Ulver, accolti a braccia aperte da una Natura che ulula insieme a loro canti norvegesi ispirati da leggende popolari, in una Oslo pronta a respirare un’aria differente, sempre più lontana da quella nuda e cruda generata dai predecessori Mayhem (nati nella stessa capitale), proiettata in un futuro che è ancora tutto da scoprire. “Vargnatt“ rappresenta il primo tassello della vastissima carriera dei nostri Lupi Norvegesi, a cui farà seguito la firma con l’etichetta Head Not Found, per merito (forse) anche di quella sana incoscienza giovanile che questo gruppo di adolescenti bramosi fino al midollo di suonare metal ha avuto fin qui. La formazione cambia, le idee scalpitano, gli astri si allineano: il primo vero volume che compone la cosiddetta trilogia black metal è pronto. Appena due anni dopo il primo demo, vede la luce l’album di debutto degli Ulver.

“Bergtatt“, “catturata dalla montagna”, è un concept album diviso in 5 capitoli, in cui la fanciulla che citavamo all’inizio, smarrendo la via di casa, vaga nella notte tra i boschi soprannaturali della sua Terra, venendo dapprima rapita e poi fatta sparire per sempre dagli spiriti che abitano quelle montagne. Tra la magia del buio che ha inghiottito le stelle e la maestosità degli abeti norvegesi dipinti in copertina, ecco che dall’iconico incipit sappiamo già di aver lasciato gli adolescenti di due anni prima per ritrovarvi degli artisti che con un intelletto fuori dal comune stanno riscrivendo la storia del black metal.
I Troldskog Faren Vild apre le danze con il rullante più poetico del mondo, che picchia agitato con una delicatezza commovente, sostenuta dall’entrata di Rygg che con voce inaspettatamente pulita spalanca le porte dell’antica leggenda che si appresta a narrare, rigorosamente in norvegese antico. La melodia si sparge per tutto il brano, non batte ciglio, prosegue incontrastata finché un breve arpeggio di chitarra preannuncia una coda che sfoga tutta la potenza dell’istante. Pausa. Di nuovo chitarra acustica, stavolta accompagnata da un flauto che sembra sussurrare parole dolci e riconoscenti alla Natura, fino al minuto 1.08. Dopo, l’Inferno. Blast-beat da spezzare il respiro in tanti piccoli frantumi invisibili, tanto da non riuscire più a raccoglierli e rimetterli insieme. Il fiato è perduto, ci addentriamo nel viaggio più oscuro che potessimo desiderare, con la voce di Rygg che si trasforma in quella di una creatura feroce e assassina, assecondando le sfuriate black che colpiscono su ogni fronte, per poi passare di nuovo al pulito con una leggerezza da far rabbrividire.
L’inquietudine cresce, così come la ferocia dei brani. Graablick Blev Hun Vaer è il pezzo più puramente black metal dell’intero album, tanto che nella prima metà veniamo letteralmente assaliti dai riff apocalittici e dallo scream spietato e terrorizzante di Rygg, che ancora una volta spiazza e annichilisce. La tensione cresce, le presenze oscure diventano sempre più ingombranti, fino a che la tempesta s’interrompe. Udiamo i passi della fanciulla, persa, disorientata. Note ansiogene di un pianoforte che proviene da chissà dove riecheggiano nel bosco. La protagonista forse vorrebbe raggiungerlo. Troppo tardi, sono venuti a prenderla. L’ira black metal lascia spazio ad un lungo intermezzo acustico, che flirta con la voce oscura e penetrante di Rygg e con quella celestiale di Kathrine Stensrud, sprigionando una sofferente malinconia di fronte all’ormai segnato destino della fanciulla del bosco. I toni sono dark-folk, solenni e irripetibili. La marcia verso il capitolo finale giunge al capolinea e una lacrimuccia riga il nostro volto, ma non faremo in tempo a cacciarla via: il buio è tornato, questa volta per restare. Con una furia che scatena ogni parte di corde vocali e strumenti, gli 8 minuti di Bergtatt – Ind I Fjeldkamrene mettono un punto definitivo a tutto ciò che questi Lupi norvegesi sono stati in grado di dimostrare. Dopo appena 34 minuti il sipario cala e l’atmosfera folkloristica prende il sopravvento nella breve coda conclusiva. Ora, possiamo finalmente piangere, gridare, sorridere, rilassarci, scaricare tensioni e paure, o ripensare agli errori del passat…no, quelli magari no.
A seguito di questo primo grande passo, arriva l’album acoustic-folk “Kveldssanger“, dalle atmosfere evocative e malinconiche, che va ad inserirsi nel secondo tassello della trilogia. Infine, come ultimo atto, c’è “Nattens Madrigal“. Scariche violentissime, distorte, accelerate e brutali come forse nessuno aveva mai osato fare prima, neanche i Darkthrone di “Transilvanian Hunger” o i Mayhem di “De Mysteriis Dom Sathanas“.
Da qui in poi, gli Ulver muteranno sostanza e forma, plasmando, demolendo e ricostruendo decine e decine di volte la loro identità, con la versatilità che li ha sempre contraddistinti, ma questa è un’altra storia e magari ne riparleremo. Gli echi di “Bergtatt – Et Eeventyr i 5 Capitler” si ritrovano in band come Borknagar e Arcturus di cui lo stesso Rygg ha fatto parte, passando per le atmosfere sospese di Agalloch, Alcest e Deafheaven, per non parlare poi della miriade di band (scandinave e non) che da fine anni ‘90 ad oggi si sono fatte strada sgomitando per emergere e distinguersi, molte delle quali – è il caso di dirlo – con scarsi risultati.
Il supplizio che gli Ulver devono tuttora pagare, a distanza di sei lunghi lustri, è quello di essere ancora considerati “solo” come una band black metal, quando così non è. Se nasci tondo, non puoi morire quadrato, no? Ma chi l’ha detta questa fesseria? Ora, fatevi un favore e recuperate questa trilogia. Poi, passate a quello che hanno fatto dopo. Ci rivedremo qui, per parlarne, in una fredda notte senza stelle.
