
A seconda di come soffia il vento della nostalgia, i primi anni ’80 possono apparire come un carnevale di eccessi, sintetizzatori e capelli cotonati, oppure come un’epoca di straordinaria creatività e profondità artistica. La verità, ovviamente, sta nel mezzo e spesso coesiste nelle stesse opere. “Songs from the Big Chair” dei Tears for Fears ne è un esempio perfetto: un album che, sotto la patina pop, nasconde ambizioni e inquietudini degne di un trattato di psicologia.
Da anni sostengo che il 1985 sia stato l’anno più luminoso per la musica pop. Sarà un caso che fosse anche il periodo della mia giovinezza? Chissà. Ma “Songs from the Big Chair” non è solo il riflesso di una giovinezza mitizzata: è un album costruito come un organismo vivente, un corpo compatto piuttosto che un assemblaggio di singoli. Forse il merito va al retroterra culturale dei Tears for Fears: il nome della band viene dalla terapia primaria, ovvero, quel processo che serve a restituire ai pazienti l’accesso ai loro sentimenti repressi e quindi liberarli dalle conseguenze della rimozione. Difatti, il loro esordio, “The Hurting“, era un compendio di traumi infantili messi in musica. Roland Orzabal e Curt Smith prendevano la loro arte terribilmente sul serio, ma con questo secondo album decisero di allentare la tensione, avvicinandosi al pop senza rinunciare a testi densi e sofisticati. Persino la loro “canzone d’amore” sfugge alle convenzioni del genere.

Il successo fu epocale. “Songs from the Big Chair” vendette dieci volte più del debutto negli Stati Uniti, oltre nove milioni di copie nel mondo. Divenne la colonna sonora di un’epoca, il santuario in cui risuonano i loro brani più iconici: Shout, Everybody Wants to Rule the World. Quest’ultima è il classico esempio di canzone che ti seduce con la melodia e poi ti infilza con il significato: chitarre scintillanti, tastiere sognanti e un testo che è una radiografia del potere. Una sorta di ninna nanna sovversiva, una lama ben affilata avvolta in velluto.
Ma l’album non si ferma ai suoi singoli-monumento. Head Over Heels è una meraviglia pop con un incipit pianistico che ti scivola dentro e non ti lascia più, The Working Hour dilata il tempo con la sua atmosfera sospesa, Listen chiude il cerchio con un’intensità quasi mistica. Ogni traccia è calibrata con una sapienza che oggi sembra quasi aliena: i singoli sono distribuiti con strategia, le sonorità oscillano tra il synth-pop e il rock chitarristico, i testi non hanno mai paura di essere eruditi.
Ascoltare “Songs from the Big Chair” oggi significa ritrovare una sicurezza dimenticata: che sia in un supermercato, in macchina o nel semplice sguardo dei due sulla copertina, c’è sempre qualcosa che rassicura. Come se Roland e Curt, con il loro sguardo assorto, ci stessero dicendo: “Andrà tutto bene”. In un’epoca di consumi musicali sempre più frenetici, in cui le playlist sostituiscono l’ascolto integrale degli album, “Songs from the Big Chair” rimane un monolito della coesione artistica. Non è un disco che si presta allo zapping casuale: è un viaggio con una sua geografia ben definita, in cui ogni brano è un passaggio obbligato per arrivare alla destinazione finale. C’è un’intelligenza emotiva nel modo in cui si susseguono i brani, un equilibrio tra luce e ombra che raramente si ritrova nei prodotti contemporanei.
