
Con il nuovo album “Oh No!” appena uscito (qui la nostra recensione) e un tour italiano infinito che li aspetta, non potevamo esimerci dall’affrontare il capitolo “intervista” con i Discomostro, che nel bene o nel male saranno i protagonisti indiscussi di primavera ed estate 2025. Abbiamo così fatto quattro chiacchiere con Carlame, frontman e songwriter della band, che ci ha parlato della nascita di questo e dei precedenti lavori dei Discomostro, tirando un po’ le somme di cosa sia accaduto in questi anni e parlandoci, in maniera molto intimistica, di cosa vogliano comunicarci.
Siamo ormai giunti al vostro quarto disco full-length. Come vi sentite ora e come vi sentivate all’epoca dei vostri esordi?
Male prima e male adesso, ma musicalmente molto soddisfatti. Sentiamo di aver messo tanti elementi giusti in ogni disco, ma questo “Oh no!” forse li racchiude veramente tutti.
Quali sono state le vostre precedenti esperienze musicali? Come hanno influito sull’esistenza e la produzione dei Discomostro?
Ognuno di noi ha avuto esperienze precedenti, più o meno durature: Skruigners, Merdonald’s, Beer Killer e molti altri progetti. Ma penso che i DiscoMostro vivano di vita propria. È un progetto nato a sé, con la propria storia e con il proprio destino, non abbiamo mai cercato di approfittare del nostro passato, per scelta. Detto questo, senza dubbio l’anima dei mostri è strettamente legata a quella di Carlame che compone i pezzi, e quindi in qualche modo anche alle cose che ha scritto in passato, visto che si tratta per lo più di esperienze personali o comunque direttamente o indirettamente collegate al suo vissuto.
Quali sono le realtà italiane con le quali avete più contatti, a livello di etichette, booking, collettivi.
Etichette, booking o collettivi poca roba, come band invece c’è un bel circuito di amicizie, simpatie e rispetto reciproco con cui collaboriamo o anche semplicemente ci vediamo molto volentieri. Come booking ci siamo affidati per questo tour a Trivel.
Lifetime o 88 Fingers Louie?
Good Riddance.
Personalmente ho notato, in questo ultimo lavoro, un diffusivo sentimento di comunità, di stesso destino, di appartenenza ad una stessa scena. Quella degli isolati, dei bullizzati, degli ultimi, di quelli considerati “diversi”. Credo che ormai la lotta, anche per quanto riguarda il punk hardcore, sia diventata innanzitutto una lotta di genere, orientata alla ricerca di condivisione. Cosa ne pensate?
Non lo definirei un sentimento di comunità perché i nostri pezzi sono sempre molto personali ed egoriferiti. Quello della condivisione non è mai stata una necessità così forte. Ma il bello della musica sincera è che in molti possono rispecchiarcisi, e da qui nasce una condivisione, perché alla fine siamo bene o male tutti sulla stessa barca. Per quanto riguarda invece il discorso “isolati, ultimi, bullizzati” ecc decisamente sì, noi siamo dei mostri e parliamo con la voce dei mostri.

A livello sonoro, invece, in “Oh no!” è evidente un profondo attaccamento al rock’n’roll. Come mai questa virata? È un accorgimento voluto oppure vi siete ritrovati di colpo, senza accorgervene, a suonare alla Bronx?
Spunti rock’n’roll credo ci siano sempre stati nei nostri dischi, forse con sonorità diverse. Per come lo intendiamo noi, ogni disco è un mondo a sé, e se lo si scrive “con il cuore” i cambiamenti avvengono in modo spontaneo e a volte inaspettato. Non abbiamo deciso nulla a tavolino, se non il fatto di ricercare delle sonorità un po’ diverse dal solito, è semplicemente arrivato così, come la morte.
Non è una critica, ma è ciò che può trasparire, sono sincero. Se vi dicessero che siete una band troppo incentrata sulla figura di Carlame, come reagireste? Ve l’hanno già detto? Tra di voi ne parlate?
[Risposta di Morla, il chitarrista]
Sinceramente non ci siamo mai posti il problema e non ci darebbe fastidio in ogni caso anche perché è fondamentalmente così: è Carlo che porta i pezzi e le demo, ed ognuno di noi lavora al servizio delle canzoni con le sue idee e soluzioni. In alcuni casi vengono stravolte, in altri rimangono come i provini originali, questo per quanto riguarda il lato prettamente musicale. Per quanto riguarda tutto il resto ognuno ha il suo “ambito”: dalle grafiche, ai video alla comunicazione e tutta la parte organizzativa, e c’è un continuo scambio di idee su tutti i fronti.
Burnout, inadeguatezza, isolamento, solitudine. Il punk e soprattutto i punks sono ancora capaci di farci uscire dalle situazioni di costrizione che fanno ormai parte della nostra quotidianità? Esiste ancora un sentimento di mutualità tra di noi oppure ci siamo “persi”, come dite in questo nuovo disco?
Non credo di essere la persona giusta per parlare di questo perché mi sono sempre sentito un outsider, e sinceramente mi trovo a mio agio in questo ruolo perché mi rappresenta a pieno. Però credo che la musica in generale, e in particolar modo il punk abbiano la capacità di tirare fuori da noi energie che in altri modi non riuscirebbero mai ad uscire, quindi in questo senso sicuramente si, il punk può essere liberatori in moltissimi aspetti della vita.
Cosa avete contro chi fa il Fantacalcio?
Tutto.
Girando l’Italia in questi anni cosa pensate dei ragazzi che vengono ai vostri concerti, vi supportano, cantano le vostre canzoni? C’è davvero questo divario generazionale di cui tutti parlano tra bands e pubblico? Riuscite a farvi capire dalle nuove generazioni?
Devo dire che sorprendentemente ci siamo accorti che molti ragazzi giovani ci seguono. Tendenzialmente il punk è ormai seguito dai vecchi. Vedere carne fresca ai concerti, che canta i pezzi, si diverte e sembra riuscire ad entrare nel nostro mood è una grande soddisfazione e allo stesso tempo anche un incentivo a cercare di coinvolgerli ancora di più.
Samiam o Saves the Day?
Declino.
Esiste ancora una scena tra Gallarate, San Macario e Legnano paragonabile a quella degli anni 90? Ricordo che all’epoca addirittura milanesi ve la invidiavano.
Assolutamente no, non esiste più nulla da almeno 20 anni. Però confermo che negli anni d’oro è stata veramente una figata: una serie di circostanze fortunate hanno creato in modo totalmente casuale una micro-scena incredibilmente affiatata, genuina, sorprendentemente attiva ma soprattutto molto divertente.
