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Back In Time

“Young Americans” di David Bowie: mezzo secolo di Plastic Soul

We live for just these twenty years
Do we have to die for the fifty more?

Nel 1974 gli Stati Uniti sono in fermento: le truppe in Vietnam appena ritirate, l’inaugurazione del World Trade Center, il Watergate e le successive dimissioni di Richard Nixon, il recente Roe v. Wade e la legiferazione sull’aborto; agli occhi di un giovane David Bowie, che in quell’anno è in tour in Nord America per promuovere “Diamond Dogs”, la terra dei liberi è un coacervo di spettacolari contraddizioni, proprio come lui.
L’11 agosto dello stesso anno, durante una pausa del Diamond Dogs Tour, Bowie si reca ai Sigma Studios di Philadelphia con un organico del tutto rinnovato, che comprende il prodigio del soul Luther Vandross, Andy Newmark dei leggendari Sly and the Family Stone, David Sanborn e Carlos Alomar (con quest’ultimo nascerà un sodalizio di trent’anni).
Nei primi due giorni di registrazione il gruppo, suonando principalmente in presa diretta, registra quello che sarà il primo singolo del nuovo disco, che sancirà la fine del periodo glam e l’inizio dell’era soul: “Young Americans”.

He kissed her then and there
She took his ring, took his babies
It took him minutes, took her nowhere


Nella title track riviviamo la delusione di un paese fratturato attraverso la storia di due giovani inconsapevoli. Il pezzo è farcito di rimandi alla storia contemporanea: il maccartismo, Rosa Parks e il Watergate sono solo alcune delle pennellate d’impressionismo letterario date dall’autore.Quasi a voler sussurrare un parere sommesso di inglese spaesato, nel coro balugina il noto verso di liverpooliana memoria “I heard the news today, oh boy”.
L’ironia è che pochi mesi dopo, nel gennaio del ‘75, Bowie si sarebbe trovato agli Electric Lady studios di New York proprio con John Lennon a scrivere l’unico pezzo che avrebbe raggiunto il primo posto delle classifiche americane, il famigerato Fame (brano da lui stesso definito ‘maligno’, e non a caso le sue note riecheggiano spesso nel violento capolavoro “La Casa di Jack” di Lars Von Trier ), assieme a una maestosa versione dalle tinte R&B della ben nota Across the Universe.

Photo: Eric Stephens Jacob

A distanza di mezzo secolo Young Americans” rimane un pilastro del pop/soul, o qualsiasi nome gli si voglia dare (Bowie lo definì Plastic Soul, riprendendo un’espressione in voga tra gli afroamericani che descriveva il soul bianco). Che siano gli ariosi arrangiamenti vocali di Luther Vandross, le chitarre vagamente doo-wop di Carlos Alomar, i testi del neonato personaggio The Gouster, che tumulava definitivamente Ziggy e Halloween Jack (e che dà il nome al disco postumo, una raccolta di inediti e non del periodo ‘74-’76), o l’estro anglo-newyorkese di John Lennon, ciò che resta è il valore letterario, musicale e politico di un artista che prima ancora di essere poeta, musicista e personaggio era anzitutto una splendida contraddizione, che ha avuto l’ardire di negarsi e reinventarsi fino allo sfinimento.

Scavare sui suoi resti vuol dire scoperchiare i venti di Eolo e con loro naufragare tra isole di Chevrolet, villette a schiera della suburbia statunitense, macchie di periferie degradate, uffici di manager assetati di denaro, strambe figure piratesche cosparse di glitter e Lazzari bendati sull’orlo della resurrezione.

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