
Ci sono album che non appartengono semplicemente alla storia della musica, ma alla memoria collettiva. “Déjà Vu” è uno di questi. Un disco che non ha bisogno di presentazioni per chi ama il rock, un classico che ha attraversato le generazioni con la naturalezza di una melodia fischiettata sotto la doccia. Nel 2021, il ritorno in versione Deluxe ha rappresentato non solo un’operazione nostalgica, ma una celebrazione sontuosa: un libro con copertina rigida 12×12, fotografie inedite, annotazioni di Cameron Crowe che raccontano il dietro le quinte come una sceneggiatura vissuta. E poi, naturalmente, la musica: l’album originale su LP da 180 grammi e CD, accompagnato da tre dischi di demo, scritture tagliate e versioni alternative che spalancano una finestra su quel laboratorio creativo febbrile che fu il gruppo.
Ma torniamo all’origine. “Déjà Vu” esce l’11 marzo 1970, seguito attesissimo di “Crosby, Stills & Nash” (1969), disco che già conteneva inni generazionali come Suite: Judy Blue Eyes e Wooden Ships. La formazione si allarga con l’arrivo di Neil Young, Greg Reeves e Dallas Taylor. Ma il cuore pulsante resta la fusione di voci, armonie così perfette da sembrare scolpite nel vento della California. Il disco sforna una sequenza di brani che sono diventati parte del canone: la trascinante Carry On, la dolce Our House, la vibrante Teach Your Children, la ruvida Almost Cut My Hair, la magnifica reinvenzione di Woodstock di Joni Mitchell. Il tutto reso con quella sapienza artigianale che fa sembrare semplice ciò che semplice non è.

E Neil Young? Il suo ingresso nella band fu, si dice, quasi un’imposizione dell’Atlantic Records. Lui accettò, ma a patto di essere un partner alla pari. Le sue Helpless e Country Girl sono brani eccellenti, ma appartengono davvero a questo album o avrebbero trovato una collocazione più naturale nei suoi dischi solisti come After the Goldrush? Un dubbio che rimane, un piccolo enigma in un’opera che, comunque, suona compatta e potente.
La riedizione del 2021 aggiunge sapore a un piatto già ricco. La versione alternativa di 4+20 con Stills in stato di grazia è da brividi, così come la rilettura di Woodstock. E poi la sorpresa: la demo di Our House con la voce di Joni Mitchell, la musa della canzone, che regala un’intimità nuova a un pezzo già perfetto. E ancora, le tracce che finirono nei dischi solisti: Sleep Song di Nash, Laughing di Crosby, Bluebird Revisited di Stills. Un catalogo di perle che testimoniano quanto fertile fosse il terreno creativo di quei tempi.
Cinquantacinque anni dopo, “Déjà Vu” resta un monumento. Non solo per le canzoni, ma per l’alchimia irripetibile di quattro musicisti geniali e turbolenti, capaci di amarsi e detestarsi con la stessa intensità con cui riempivano il mondo di armonie.
