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Back In Time

Vent’anni di “Lullabies to Paralize” dei Queens of the Stone Age, ovvero l’importanza della “musicianship”

Non era semplice tornare con un album all’altezza di “Songs for the Deaf“, un successo così travolgente, né era facile pubblicare canzoni dello stesso livello di No One Knows o First It Giveth. Eppure, nel 2005, la band capitanata da Josh Homme sceglie come produttore Joe Barresi, sound engineer di grande rilievo per il suo approccio fedele al suono. Allo stesso tempo, il gruppo affronta diversi cambi di formazione.

Quello che troviamo in “Lullabies to Paralyze” è un lavoro che, inizialmente, presentava molte incognite. Partiamo dalla figura di Nick Oliveri, allontanato improvvisamente a causa di una voce molto controversa che circolava all’epoca—un’accusa mai provata né smentita di abusi nei confronti della moglie. Josh Homme dichiarò: “Se questa voce dovesse essere vera, io e te non potremmo mai più suonare insieme.” Un contesto così pesante rese la lavorazione dell’album ancora più ardua, quasi portando a una fase di stallo. Tuttavia, la speranza non era del tutto svanita.

In questa fase entra a far parte della band come membro fisso Troy Van Leeuwen (ex A Perfect Circle e Failure), insieme a Joey Castillo (proveniente dai Danzig) e al talentuoso musicista cileno Alain Johannes. Quest’ultimo, insieme alla sua ex moglie Natasha Shneider, aveva come progetto principale gli Eleven. Alain non era una figura nuova nell’universo dei Queens of the Stone Age, ma in questo album assume un ruolo centrale, suonando il basso e alcuni strumenti a fiato, mentre in precedenza era stato solo un collaboratore occasionale. Per quanto riguarda il compianto Mark Lanegan, la sua presenza è limitata a tre brani: Medication, Tangled Up in Plaid e Long Slow Goodbye.

Homme, ex Kyuss, cerca di mantenere un legame con il disco precedente, tanto che il titolo dell’album è un chiaro riferimento a Mosquito Song. Tuttavia, nel suo insieme, “Lullabies to Paralyze” risulta meno intuitivo e immediato, ma più oscuro. Il frontman dichiarò:

È in quel momento che ho pensato che sarebbe stato facile realizzare un Songs for the Deaf 2, che è praticamente tutto ciò che ho sentito nella mia testa in quel periodo. Ma non posso farlo. Devi scrollarti di dosso quel disco e ascoltare qualcosa di completamente nuovo.

Nonostante le premesse, l’album fu oggetto di alcune critiche, non tanto per la musica quanto per certe scelte di rimpiazzo. Ad esempio, circolavano voci secondo cui lo stesso Lanegan fosse stato allontanato dalla band, cosa che Homme smentì, spiegando che la sua assenza nei live dei Queens of the Stone Age era dovuta al tour promozionale del suo nuovo album, “Bubblegum“. Nonostante tutto, “Lullabies to Paralyze” raggiunse il quinto posto nella Billboard di quell’anno, portando in alto brani come In My Head e Little Sister, e vantando collaborazioni di rilievo, come quella di Billy Gibbons degli ZZ Top in Burn the Witch.

L’album offre spazio anche ad artisti che in precedenza erano comparsi solo nei crediti, come Brody Dalle (The Distillers e moglie di Josh Homme), Jesse Hughes, Chris Goss e Josh Freese, attuale batterista dei Foo Fighters, ma con un passato nei The Vandals, Nine Inch Nails, The Offspring e molti altri.

A distanza di vent’anni, “Lullabies to Paralyze” è ancora considerato un lavoro altalenante, spesso criticato per la sua minore immediatezza. Tuttavia, più che voler replicare “Songs for the Deaf“, rappresenta un episodio di evoluzione. I Queens of the Stone Age sono sempre stati un cantiere aperto di grandi musicisti, il che ha portato a un continuo flusso di idee, talvolta distanziandosi dallo stoner rock per esplorare sonorità più ricercate. “Lullabies to Paralyze” non fa eccezione: è un album che conferma la grandezza della band, capace di toccare vette straordinarie con ogni nuova uscita. Il tempo di attesa tra un disco e l’altro è sempre significativo, perché dietro c’è l’infinito talento di Josh Homme.

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