
A sette anni di distanza dal loro album omonino, ritornano i DISH-IS-NEIN, progetto industrial bolognese che nasce dalle ceneri della storica band punk Disciplinatha. Il loro ultimo album, “Occidente, A Funeral Party” (qui la nostra recensione), ne rinverdisce il caratteristico approccio ruvido e senza compromessi.
Ne abbiamo parlato con Cristiano Santini, ricordando anche la scomparsa di una figura molto importante del progetto: quella di Dario Parisini.
Ciao Cristiano, è un piacere averti qui. Non sei nuovo nei nostri canali, ma spero che tutto vada bene.
È vero! Mi ricordo con piacere l’intervista del 2018. Noi tutto bene, siamo molto contenti perché sabato 15 marzo abbiamo presentato l’album in anteprima al Teatro Ermanno Fabbri di Vignola (Mo). È stata una gran bella serata, c’era un sacco di gente, abbiamo ricevuto un sacco di complimenti, ma soprattutto tanto affetto. È stato proprio bello.
Mi fa piacere sentire questo, anche perché si tratta di un disco di una certa importanza. “Occidente, A Funeral Party”. Volevo partire chiedendoti: come è stato e quanto è durato il suo processo?
Io personalmente non ho la presunzione di pensare che sia un disco importante in senso assoluto, ma per me lo è stato molto, e lo è stato per tutta una serie di motivi, anche personali. Fondamentalmente si tratta di un disco che ha un certo distacco rispetto al passato. Come saprai, uno dei membri fondatori dei Disciplinatha, (Dario), non c’è più. Questo ovviamente ha comportato una serie di scelte che hanno condizionato tutto il percorso di creazione, e ciò ha comportato inevitabilmente, anche una svolta. In merito al processo, ci terrei a fare un passo indietro. Con la scomparsa di Dario, io e Roberta avevamo dei dubbi, e non sapevamo se continuare o meno con i DISH-IS-NEIN, perché, personalmente è stato un processo molto pesante e doloroso. Piano piano però, da un punto di vista artistico, certe cose hanno iniziato a cambiare. La musica non solo è il mio lavoro, e lo faccio da una vita, ma è anche una passione. Roberta provava dei sentimenti piuttosto simili ai miei, e quando abbiamo provato a mettere giù qualche brano, ci siamo detti che,se quello che creavamo ci avrebbe gratificati, allora avremmo potuto continuare. La prima canzone che abbiamo composto è stata Occidente. Al primo ascolto, io e Roberta ci siamo guardati negli occhi e abbiamo detto “Ok! Scriviamo un album”. Siamo rimasti piacevolmente colpiti quello che eravamo riusciti a comporre, e fin da subito, per entrambi, è stata chiara l’intenzione di realizzare dei brani che non comprendesse parti di chitarra. Questo perché non avremmo mai voluto un altro chitarrista che non fosse Dario Parisini. Non volevamo sostituirlo in alcun modo, piuttosto rimarcare la sua presenza tramite l’assenza. Dal punto di vista delle liriche, all’inizio l’approccio era più intimistico, ma poi, lo stile DISH-IS-NEIN ha preso il sopravvento. L’ispirazione nasce da un sentimento di esilio, ma non inteso da un punto di vista geografico o fisico, ma come un esilio volontario, dal punto di vista intellettuale. Come puoi vedere, anche il titolo dell’album racconta la celebrazione del funerale di un mondo che non sta morendo, ma che è già morto. L’occidente per come lo conosciamo noi, dal dopoguerra in avanti, è stato scardinato pezzo a pezzo, a volte anche in maniera smisurata, creando problematiche poco importanti, ma che in realtà distoglievano l’attenzione della soppressione delle vere libertà. Tutta una serie di cose che hanno fatto gongolare le persone. Il tema dell’inclusività da copertina, il patriarcato, la finta democrazia… quando l’inclusività dovrebbe essere alla base del normale rapporto tra esseri umani. Le finte concessioni rendono le persone felici superficialmente. C’è una fine regia ed il popolo, da sempre, è una manovalanza. Se guardi tutto questo con un occhio disincantato vedrai che molta gente rimane inglobata in certe ideologie e ti accorgi che ci sono certe cose di una gravità devastante.
Ci sono delle scelte molto curiose nel sogwriting. Un disco elettronico molto ampio e sfaccettato: in brani come Occidente ho sentito addirittura delle soluzioni Trip Hop. Non si tratta di un semplice disco industrial, ma è un lavoro che racconta molto di più.
Assolutamente, e con me sfondi una porta aperta. Uno dei miei gruppi preferiti di sempre, che ho visto tante volte live e che hanno avuto una certa influenza nel mio modo di approcciare la musica, sono i Massive Attack. L’idea della contaminazione totale, è da sempre stato un mio pallino, ma già dall’epoca dei Disciplinatha. Questa fissa ce l’ho da 40 anni e l’idea che gli strumenti acustici incontrassero la musica elettronica è sempre stata un forte stimolo. Ho sempre cercato soluzioni diverse, dalla New Wave dei primi anni 80 e ad una certa aria industrial legata in primis ai Laibach, ma sicuramente anche i Nine Inch Nails, che con alcuni album hanno influenzato il mio modo di scrivere, arrivando poi al trip hop, un genere che ho amato in maniera smisurata. Sicuramente quelli di Massive Attack e Portishead sono tra i miei cinque concerti preferiti di sempre.
I testi raccontano l’attualità e in un periodo storico dove le guerre sono all’ordine del giorno e la società é alienata dai social media, questo lavoro dipinge con crudezza e alla perfezione la realtà. Mi chiedo, hai per caso il timore che per gli ascoltatori possa risultare un disco troppo diretto? D’altronde, l’arte deve anche colpire nell’inconscio.
Non ho questo tipo di timore. Io lavoro anche per terzi, ma quando lavoro per me cerco di farlo nella maniera più schietta e trasparente possibile. Se mi fossi preoccupato di urtare la sensibilità di qualcuno non avrei mai pensato di formare i Disciplinatha e di uscire con un album e con una copertina come quella di “Abbiamo Pazientato 40 Anni, Ora Basta”. Noi siamo nati in pieno periodo post-punk e ciò ha avuto un forte impatto. Il concetto del Punk è quello di essere provocatorio e fastidioso, raccontare e sbatterti le cose in faccia. Noi da sempre vogliamo raccontare il mondo e una certa preoccupazione per il futuro, cosa che poi si è rivelata più nefasta di quanto pensavamo potesse essere. Io e Roberta abbiamo scritto quello che volevamo scrivere, senza porci alcun problema. Poi ovvio, ci sarà chi lo apprezza, chi non lo apprezza e chi ne rimarrà un po’ inquietato, ma è nel normale stato delle cose. Per come la vedo io, l’arte deve essere diretta, deve darti qualcosa. A me va benissimo se qualcuno mi dice che il disco è fastidioso, quello che però mi dispiacerebbe sarebbe se qualcuno lo definisse “carino”. L’aggettivo carino non penso possa essere utilizzato per questo lavoro. E’ un disco che cerca di smuovere le coscienze, poi ognuno trarrà le proprie conclusioni come è giusto e sacrosanto che sia.

Nella sua controparte testuale, l’album racconta anche il declino di un mondo in crisi, mantenendo però viva la presenza di Dario Parisini attraverso l’assenza delle sue chitarre. Se ti va di immaginarlo, secondo te, cosa direbbe Dario se ascoltasse “Occidente, A Funeral Party”?
Conoscendolo, nel momento in cui ho pensato di fare questo nuovo disco insieme a Roberta, lui avrebbe detto “che cazzo stai facendo con il mio gruppo?” (Ride ndr). Ma sicuro! Se Dario fosse stato ancora presente, alcuni brani di questo disco non sarebbero stati così, questo perché, per esempio, lui non era un grande amante del trip hop. Dario aveva altre influenze musicali e quindi alcune cose non sarebbero uscite e/o altre sarebbero uscite in maniera diversa, perché ci sarebbero state altre contaminazioni, avrebbe portato il suo background e il suo modo di essere, più sfacciatamente e diretto del mio. Ancora più sfacciatamente Punk. Io ovviamente, durante la lavorazione di questo disco, ogni tanto mi immaginavo delle chitarre, ed alla fine, delle chitarre di Dario ci sono pure finite in questo album. In Dove Il buio (si) muove, pensa, ci sono dei sample e campionamenti di chitarra rielaborati, che sono andato ripescare in dei vecchi floppy disk dell’epoca di “Un Mondo Nuovo” dei Disciplinatha. La cosa incredibile è che quei floppy disk, dopo 30 anni, erano ancora funzionanti.
A giugno saranno tre anni dalla scomparsa di Dario. In questa intervista che ti faccio mi piacerebbe commemorarlo. Come è proseguita la vostra vita insieme a Roberta, dopo la scomparsa di Dario?
Stanotte, pensa, l’ho sognato e mi capita spesso. Lo sogno anche in situazioni particolari (ride ndr). Dario è una persona con la quale ho condiviso tutta la mia carriera artistica e per me non è semplicemente una persona di famiglia, ma qualcosa che va ben oltre. Quando ci siamo conosciuti, durante i primi tempi non ci stavamo simpatici perché eravamo due persone molto diverse. Poi col tempo ci siamo resi conto che, quando collaboravamo, si creava un’alchimia e le cose funzionavano. Per cui, in primis è nata una stima lavorativa e poi da lì il rapporto si è sviluppato. Mi ricordo che al tempo ci dicevamo che “noi due siamo come i due vecchietti del Muppets Show” (ride ndr) perché quando ci rapportavamo lo facevamo sempre in maniera ruvida e sarcastica senza risparmiarci nulla, un bellissimo rapporto che è iniziato nella metà degli anni 80 fino al 2022. Questo era il nostro modo di dimostrare affetto e stima reciproca. Poi purtroppo le cose devono andare avanti e il tempo che passa aiuta a lenire certe ferite. Ma certe ferite rimangono, e questo serve non solo a capire chi sei, ma anche da dove vieni e chi hai perso, e tutto ciò è importante e forma il tuo essere presente. Tutto ciò non deve condizionare la propria vita in maniera negativa, anzi, tutt’altro: io mi rendo conto che oggi perseguo le mie passioni con ancora più energia rispetto al passato.
In questo album troviamo dei volti noti, in particolare Giulio “Ragno” Favero nei mixing e mastering addizionali. Come è stato lavorare con lui?
Con Giulio ci conosciamo da tempo, ormai da più di dieci anni. Ma ancora prima di conoscerlo, lo stimavo tantissimo lavorativamente parlando, perché l’ho sempre considerato una persona estremamente in gamba. Oltre a questo, è anche una bellissima persona. Io e Roberta avevamo iniziato a lavorare a questo disco all’incirca nell’ottobre del 2023, nella stesura dei testi ci ha aiutato anche Renato “Mercy” Carpaneto, che non smetterò mai di ringraziare. Ero arrivato ad un punto in cui mi sentivo stanco e saturo ed ho pensato che mi avrebbe aiutato avere a fianco una persona con un orecchio diverso e una mente più libera. Quindi ho provato a contattare Giulio, sperando che non fosse incasinato, e lui, proprio verso la fine di gennaio aveva un paio di settimane libere. Inutile dire che Giulio ha fatto un lavoro pazzesco. La sua bravura, il suo approccio e la sua tranquillità sono state fondamentali per questo album. Ha fatto quel lavoro di pancia che era necessario. Sono stracontento e a Giulio voglio proprio un gran bene.
Bene, detto questo: che cosa ci possiamo aspettare dai DISH-IS-NEIN dopo “Occidente, A Funeral Party”?
DISH-IS-NEIN è inevitabilmente un progetto di super nicchia qui in Italia; quindi, ci aspettiamo di poterlo proporre in giro, pur con tutte le difficoltà annesse. Rispetto ad una volta, purtroppo, adesso i locali sono molti di meno rispetto a quando suonavo con i Disciplinatha. Quindi la voglia di suonare è tanta, anche perché eravamo fermi da quasi cinque anni. Tra l’altro, adesso finalmente, riusciremo ad avere con noi sul palco anche un super ospite, ovvero Justin Bennett, batterista di Skinny Puppy e Peter Murphy. Ha suonato con il mondo. È un carissimo amico e ci conosciamo da 20 anni. Gli dissi al tempo che “prima o poi vorrei suonare con te o stare su un palco con te.” Alla fine, è arrivata questa opportunità, anche perché lui aveva già suonato le batterie in maniera magnifica nell’ ep precedente. Quindi sarà bellissimo averlo sul palco.
