1. Black Lazarus
2. WAKE UP
3. Undesirable
4. 9th Gate
5. 9th Heaven
6. DISSOCIATION (feat. Chloe Hotline)
7. History of Violence
8. Stairway to Heaven (feat. Ora Cogan)
9. Love After Death
10. Only Dust Remains (feat. petwife, Fernie, Magella, Morgan-Paige)
Sul come e perché Ashanti Mutinta/Backxwash, dopo una trilogia come quella composta da “God Has Nothing to Do With This Leave Him Out of It” (2020), “I Lie Here Buried With My Rings and My Dresses” (2021) e “His Happiness Shall Come First Even Though We Are Suffering” (2022), non sia ancora assurta a regina incontrastata del regno (ormai decadente) del rap, preferirei non soffermarmi. Come spesso accade in questo contesto, certe realtà vengono notate più dall’esterno, in altri “giri”. Forse è meglio così. Ma anche no. Torniamo a sorvolare (anche se in pochi mesi, tra lei, John Glacier e i clipping. ci sarebbe da risanare l’hip hop per anni).
Mutinta, dunque, chiuso il trittico, apre una nuova strada. Prima ancora di sentire una sola nota, l’esperienza backxwashiana inizia con gli (strepitosi) artwork dei suoi album. La copertina di “Only Dust Remains” crea un’idea, quella di un passato incassato nel torace del presente e del futuro, ma di cui, come titolo vuole, rimane solo la polvere. Mutinta, ripresa frontalmente, un vestito bianco che spicca sul fondale nero che sembra svanire sul lato, portato via dal tempo.
Questa sensazione permane sull’attacco di Black Lazarus, un canto soul è l’innesco al rhyming incatenante di Backxwash, pochi clapping a fare da base d’appoggio, la voce usata che cozza con le prove precedenti, fino a salire in un crescendo inarrestabile, senza respirare su una batteria gonfia, anelli che si congiungono e salgono sempre più in alto, canta di dolore e poi “Fucking hypocrite / Why the fuck am I complaining here / When there’s kids in Gaza with a missing father”, ci dipinge tutti, noi che guardiamo e piangiamo a distanza, sale ancora di più coi synth alle spalle “Nobody pray for me / Nobody’s saving me”, il dolore ha la meglio, l’amarezza degli archi, porta via tutto. È solo l’inizio. A stretto giro il drumming claustrofobico di Wake Up è prodromo del massacro, sette minuti di assalto frontale punteggiato da altro soulness corale, Mutinta va all’attacco, “Wake the FUCK up”, alla ricerca di una luce che sembra sempre più lontana, si chiede perché non c’è salvezza, passando le notti a cercare di non giudicarsi per chiosare “I will not go gentle”.
Non è gentle nemmeno quando fa scoppiare la vena di History of Violence. La sensazione, ascoltandone le melodie, è che sia la sua C.R.E.A.M., amara, notturna, completamente immersa dentro e fuori da sé, guarda un mondo che va in mille pezzi, se ne interroga, poi parte l’affondo politico, che manca da troppe parti, ci pensa lei: “From the river to the sea, Palestine will be free”, e da qui in poi è un elenco feroce dello schifo e dell’ipocrisia, la morte che lambisci gli infanti, i presidenti ignobili, “never mention the fascists” (la parola che non si può dire ma che va urlata), “and these fuckers gonna say it’s all about peace / check the stats motherfucker it’s all about greed”, e i missili, le pistole, le armi, la morte e tutta la merda che cola dall’alto, assieme al sangue di migliaia di innocenti. Non lesina nemmeno sulla title track, “I got a face of an immigrant / Some people love how I’m erased of my innocence / They’re too quick to judge / how I’m too brazen and ignorant / So middle finger to these racists and idiots”, lo fa su un velluto synty-soul, assieme a Magella, Fernie e Morgan-Paige, coi cori che spingono fuori “I was walking away / Away from me…”.
Il pop espanso di DISSOCIATION si prende la scena, trita a cuore aperto passando per strade estremamente personali, tremori e paura di perdere il controllo, le droghe, l’alcol, il massacro interiore, coronata dal ritornello lasciato alla voce meccanica di Chloe Hotline, divide il pezzo e lo chiude senza ritmica, perso in un cosmo sintetico. Elegiaco intento, biblici sentimenti, passaggi che si librano nell’aperta 9th Heaven, liberatoria, ancora e sempre più sugli scudi, il sample di Nesrin di Livia Nestrovski (solo uno dei tanti fortemente ricercati e qui presenti, c’è anche Anna Von Hausswolff, per dire), angelico, guarda le spalle a Mutinta che si lancia a cento all’ora, sbatte forte su un hook spaziale, quell’incessante “the drummer coming” che trita, il brano si chiude con la verità “I know where I’ve been / And I don’t know where the fuck I’m going / It was a long fucking way / But I can tell you one motherfucking thing / I feel so motherfucking free”, e poi esplode, il batterista è arrivato con prepotenza assoluta in un afflato di bestiale d’n’b. Musica e liriche che trovano strade mistiche per parlare di una realtà sempre più obliterante.
Backxwash con “Only Dust Remains” comincia a scrivere un nuovo, enorme, capitolo in una narrazione già ben oltre gli schemi e difficilmente replicabile (da altri). Si allontana da sé, abbraccia un’umanità sonora e lirica fuori scala anche rispetto al suo recente passato.