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Back In Time

La più grande ricchezza, qualcuno che a te pensa: 20 anni di “In The Panchine”

We met like in the film Roma Violenta
When we get together la tua gente si spaventa
Seek and destroy the ZX in Corso Francia
We got faccia pulita plus the sfregio sulla guancia

Quando torno nel quartiere dove sono cresciuto, è come se quel luogo fosse andato avanti al doppio della velocità, rispetto alle altre zone della città. Non lo trovo, però, invecchiato: i suoi colori sono sempre gli stessi. I liquidambar nei parchi, i ciliegi selvatici, il verde pisello dei cassonetti nei cortili, l’arancione delle mattonelle dei palazzi costruiti negli anni ’80, i marciapiedi blu che crollano su loro stessi, l’ocra dei cani di razza a passeggio per le vie assolate e deserte. Non è cambiato niente, rispetto a vent’anni fa. Eppure, è come se mi fossi perso qualcosa di fondamentale nel tempo, come se fosse successo qualcosa senza di me, qualcosa di importante, senza che nessuno mi invitasse. Come se tutti avessero partecipato ad una grande festa senza nemmeno considerarmi come invitato.

È una pura impressione, lo so, perché, fiero del mio solido materialismo, credo che l’artefice unico della storia sia l’uomo. L’uomo e la sua vita. Se non cambiano le persone, non cambiano nemmeno i paesaggi.  

Ho di recente rincontrato il mio ciclista.  La persona che iniziò a farmi amare la bicicletta, e di conseguenza la mia città, che dalle due ruote risultò di colpo più percorribile ed accessibile. Non era cambiato, fisicamente. Aveva sempre avuto i capelli bianchi e le mani enormi. E mi sorrideva anche quando mi rimproverava. Aveva sempre tifato Torino e ricordo che nella sua officina c’era un poster di Muller a grandezza naturale, appeso alla parete. Gli chiesi se fosse contento della stagione che stavano giocando i granata e mi rispose vago, mi disse solo che avrebbero giocato a Monza l’indomani e che sarebbe stata una partita da vincere senza troppe preoccupazioni. Gli domandai se abitasse sempre nello stesso palazzo di vent’anni fa ma non mi rispose. L’importante era che si fosse ricordato di me, dopotutto. Il mio ex ciclista è una persona che, nella mia vita, si può collocare come una transizione. Come un disco. Ci passi del tempo assieme, puoi farci affidamento, ma ti ricordi della sua importanza quando superi il confine e ti immetti in un altro mondo, in un’altra dimensione cittadina. Come il primo disco di In the Panchine. Uno degli ultimi che ascoltai senza sosta, per intero, senza tregua, prima di andarmene dal mio quartiere e dalla casa nella quale avevo sempre vissuto. Una volta trovatomi da solo, divenne la principale fonte di nostalgia verso i luoghi dove ero cresciuto e dove avevo passato i periodi più spensierati della mia esistenza.

In The Panchine è svegliarsi al fianco del mio amore
Sono Carlo e Francesco a togliermi il dolore
È il mio clan che mi fornisce il giusto rumore
È il calore della mia passione che tanto non muore

L’anno era il 2005. Avevamo tutti un giro, un gruppo, un’idea personale su società e lavoro, una nostra concezione dell’amore e degli affetti. Le portiere sbattute dagli amici che arrivano a prenderti sotto casa e il cinguettare degli uccelli quando ti metti a letto, alle quattro del mattino, ma non hai sonno, e pensi alle facce che hai visto in giro poco prima, sbandate e gozzute, che magari non rivedrai mai o che magari entreranno con prepotenza a far parte della tua vita. Siamo sempre stati diversi, alternativi, antisociali, solo che ci serviva un disco per dimostrarlo, per dimostrare di saper parlare anche un linguaggio diverso da quello con il quale eravamo cresciuti. In the Panchine era esattamente come noi. Stesse età, stessa estrazione sociale, stessa appartenenza politica, stessi interessi, stessi agi, stesso snobismo sfacciato, stesso rancore verso tutto ciò che era reazionario, stessa idiosincrasia nei confronti di hipster e indie rock italiano. Con l’unica differenza che quelli come me sono perennemente rimasti nella confortante marmaglia del punk e dei concerti impegnati, mentre loro si misero a suonare questa musica in versione hardcore rap. 

In poche parole, Cole, Chicoria, Gemello e Benassa cambiarono la concezione del suonare hip hop punk in Italia. Se sin dalla loro nascita questi due stili musicali sono sempre stati visti e vissuti come due ambiti nettamente separati, sia da mode che da attitudini, le certezze sociali crollarono improvvisamente. Chi si vestiva con le borchie di certo non andava ai contest di freestyle, e chi ascoltava MF Doom non era interessato allo scontro politico, ma dopo anni di impegno e rivendicazioni, reflusso, introspezione e lotte, era arrivato il momento, sostanzialmente, di parlare di punk rock anche in quell’ambito. E di allargare gli orizzonti. Cambiarono nettamente i riferimenti culturali. In modo volutamente scontroso e sconfortante, utilizzando italiano, romanesco e inglese in un mix sconvolgente di riferimenti, citazioni, rime e vecchia scuola. Si va dal metal all’horror dei b-movie, dai puntelli per la droga al post-punk. Tutto ciò che il nostro mondo poteva offrire, In the Panchine l’ha restituito ad un pubblico sempre più affamato e, di conseguenza, preparato.

Santo Trafficante, shoot the benpensante
Killing me softly with your musica pesante

Vennero utilizzati i riferimenti dark, gore e gotici dei lavori precedenti di Benetti e del Truceklan per poi trasportare questa dialettica in una realtà da sala prove, da feste, da concerti: Verano Zombie, con la partecipazione di Noyz Narcos, diede così inizio ad una saga che, ad oggi, pare infinita, capace di riproporre sia il secondo che il terzo episodio, negli anni e nei dischi a venire. Quanti b-boy all’epoca potevano conoscere Shellac e Don Caballero? Pochi. Così come pochi erano gli skaters e i punks che riuscivano ad ascoltare coscientemente anche l’hip hop italiano. Serviva una presa di coscienza tra generazioni contemporanee ma distanti. Che poi il brano più conosciuto del disco, Deadly Combination, abbia letteralmente sconvolto il panorama alternativo di quegli anni, è un dato appurato. Al di là della base, minimale e quasi impercettibile nell’insieme, ascoltare rime capaci di collegare Nuove BR e Caligari, NBA e G8 oppure Ian MacKaye e i nascondigli per il fumo, fu uno shock totale per tutti. Ammetto di aver ascoltato poco dei Fugazi, rispetto alla media dei miei coetanei che hanno fatto parte di una certa scena, e ammetto anche che quel poco che ho ascoltato, l’ho fatto proprio grazie a questa canzone.

From quartieri alti, don’t figure Maranella 
Used to sell the merce Appia Side and Caffarella

Coppedè, Alberone, Palmiro Togliatti, Gregorio VII. La toponomastica ci guida tra le peripezie dei nostri quattro. Se Gemello risulta essere la voce più cupa e radicale, tra le voci, Chicoria arriva sempre quando meno te l’aspetti e ti parla di lavoro, di come sia necessario svoltare in altri modi, ma allo stesso di tempo di quanto conti l’empatia tra i diseredati e gli ultimi. Grazie a In the Panchine, è riuscito a mettere in rima e in beat questo sentimento comune. Cole e Benassa, se vogliamo, rappresentano invece la vecchia scuola tra l’ensemble. Antisociali, affranti, sprezzanti, cinefili, letterari. Torniamo a parlare di punk, con loro, ogni volta che arrivano sul microfono. Più punk addirittura di Metal Carter, che in Stolen Car, la canzone con il ritornello più orecchiabile del disco, non perde occasione di proporre la sua narrazione a base di death metal e pornografia. Li ritroveremo spesso ancora a registrare e a suonare assieme, ma in questa combo, con questa formazione e con queste guest stars, erano davvero ingiocabili. Tornitori di un linguaggio che era freddamente difficile da decifrare, perché mischiava un inglese maccheronico attaccato al romanesco fluente, con riferimenti a termini inglesi correntemente utilizzati anche in italiano. Insomma, in un’epoca senza internet e i testi, ci immaginavamo le parole in diretta ed ogni volta era un dibattito su cosa stesse dicendo quella canzone là.

Visto che tutti siam uomini d’affari
Noi s’affidam a quelli coi prezzi meno cari

Vivo lontano dal mio quartiere, ora. Da molti anni. Così lontano che anche l’isola ecologica comunale, dove si portano i rifiuti che non possono essere differenziati in casa, è diversa da quella dove vanno i miei genitori. Ma so che qualcosa di me è rimasto in quelle strade anche se non ci torno più spesso. So che in quel periodo si ascoltava In the Panchine, e che proprio per questo saremo per sempre diversi, testimoni di un cambiamento avvenuto in modo così naturale da sembrare praticamente necessario. So che saremo sempre diversi, anche da quelli che, come noi, portano i rifiuti alle isole ecologiche la domenica mattina, calzando stivali e vestendosi con tute acetate chiare. “In the Panchine”, proprio così. Senza articoli determinativi, senza specificare quale sia il nome del gruppo o il titolo dell’album. Un’entità ammantata di riconoscenza e di frasi che abbattevano confini linguistici e attitudinali. Dei kids, dei ragazzi insomma, che suonavano hardcore e giravano al Brancaleone, al Torre Maura e che sono stati in grado adeguarsi al loro milieu, autoproducendo un disco come i loro coetanei facevano nel grind e nell’hardcore. 

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