
A dieci anni dalla sua uscita, questo disco continua a risuonare con una potenza oscura e magnetica, trasportando l’ascoltatore in un viaggio atavico, in un confronto diretto con le forze della natura in una terra selvaggia.
Uscito a metà dello scorso decennio, “DIE” – che può essere letto come “giorno” in sardo, ma anche come “morire” in inglese o come l’articolo determinativo “la” in tedesco – rappresenta un disco cardine della musica alternativa italiana del nuovo millennio, nonché un punto di svolta nella produzione musicale di Jacopo Incani, conosciuto con lo pseudonimo di IOSONOUNCANE.
Il secondo album dell’artista, co-prodotto da Bruno Germano e realizzato insieme a numerosi altri musicisti, è, da un lato, sicuramente più maturo rispetto al grezzo disco di debutto “La macarena su Roma” (2010), chiaramente opera di un giovane creativo ma ancora inesperto e con scarse risorse. Dall’altro, nel suo vivace sperimentalismo – in cui si fondono folk, rock progressivo, cantautorato italiano ed elettronica – “DIE” rimane un disco tutto sommato facilmente fruibile. Per quanto possa essere complesso, in questo disco siamo ancora lontani dalle vette poi raggiunte in quel capolavoro che è “IRA” (2021), in cui persino la lingua italiana viene abbandonata a favore di uno strano miscuglio di inglese, spagnolo, francese e arabo.
“DIE” è un percorso a sei tappe in una terra desolata, in un paesaggio arso dal sole e pascolato dai buoi, in prossimità della costa sarda. “Terra”, “mare”, “sole”, “luce”, “buio”, “giorno”, “sale”, “campi”, “pietra”, “alberi”, “rive”, “muore”: queste parole ricorrenti a sole evocano esattamente ciò che ci aspetta durante l’ascolto.

Il legame con la Sardegna, terra natìa di Incani, si intuisce già dal titolo della prima traccia, Tanca, parola che in sardo indica un appezzamento di terreno destinato al pascolo ovino. L’album si apre con canti gutturali di pastori, accompagnati da una marcia scandita da percussioni telluriche, campanacci di metallo e un basso synth. La traccia iniziale ci introduce in una realtà dove gli umani vivono a stretto contatto con la natura, dalle cui leggi nessuno di loro può sottrarsi. Il disco gira intorno ad una storia che, in realtà, sembra più fare da contorno che da punto focale. Un uomo sta annegando in mare, mentre una donna lo osserva dalla terraferma. I testi delle canzoni rappresentano i pensieri di questi due protagonisti durante questo scambio di sguardi. Il secondo brano è Stormi, senza dubbio il maggior successo commerciale a nome IOSONOUNCANE. Stranamente, per quanto orecchiabile, è una canzone che della struttura della canzone pop ha poco o nulla: due strofe, un ritornello che non si ripete e una conclusione lunga. Nonostante ciò, essa è riuscita a diventare una delle canzoni simbolo dell’alt-pop italiano di metà anni ‘10.
Buio, che con i suoi 10 minuti di durata costituisce il brano più lungo dell’album, richiama con forza, soprattutto nelle sue lunghe sezioni strumentali, un rock progressivo un po’ anni ‘70, trasponendolo però nel contesto agreste e mediterraneo delle tracce precedenti. Le sonorità di Buio vengono riprese nella seguente Carne, brano che apre la seconda metà del disco. Paesaggio, scandita dalla hammond e dai synth, dalla voce di Incani e dai cori femminili, rappresenta, invece, un breve momento di transizione prima della tappa finale. La traccia conclusiva, Mandria, è posta in posizione simmetrica rispetto a Tanca e ci riporta tra i pascoli di buoi che avevamo incrociato all’inizio. Tornano, campionati e distorti, i canti gutturali dei pastori sardi, mentre basso e batteria elettronici suonano una danza ipnotica e mortale. Il cerchio si chiude.
A dieci anni di distanza, il messaggio di stampo nietzscheano che IOSONOUNCANE ha lasciato con “DIE” continua a inquietarci. Il progresso è un’illusione: l’unica verità è l’eterno ritorno dell’uguale, del perpetuo ciclo di vita e morte a cui nulla, nemmeno l’uomo moderno, può sfuggire. Tutto il resto è un misero momento di passaggio.
