
Questo disco segna uno spartiacque, un ‘prima’ e un ‘dopo’ nella carriera del cantautore del Michigan. Pochi prima, e ancor meno dopo, hanno messo a nudo una sofferenza interiore con così tanta onestà.
Esistono due Sufjan Stevens: al principio è un menestrello leggero e fantasioso, che scrive canzoni dai titoli lunghissimi, pianifica un disco per ogni stato americano e porta con sé in tour un’orchestrina più che una band, con coriste ballerine e costumi sgargianti. E poi c’è il cantautore algido e triste, dalla voce sommessa, che costruisce per sé atmosfere eteree su palchi oscuri e minimali.
Non si sono mai conosciuti: il primo Sufjan è scomparso nel 2012. Da allora non si hanno sue notizie e con tutta probabilità non tornerà mai più ad esibirsi col cappello di traverso e ali da farfalla.
L’attuale Sufjan Stevens è emerso quando sua madre Carrie è venuta a mancare a seguito delle sofferenze di un cancro, causando una crisi non immediata ma crescente e persistente nel suo animo.

Crisi frutto di un rapporto compromesso nell’infanzia: Carrie abbandonò il tetto coniugale quando Sufjan, ultimo di 4 figli, aveva appena un anno. Era qualcosa di più complesso di una separazione: Carrie soffriva di schizofrenia e di conseguenti abusi di sostanze, rendendo i suoi rapporti coi figli ancora più difficili. Ma si risposò con un uomo di nome Lowell Brams, che nonostante l’assenza di legami di sangue ci tenne a mantenere forti contatti tra la moglie e i figli di primo letto. In particolare, con Sufjan Lowell legò attraverso la musica, talmente tanto da mantenere un saldo rapporto anche dopo la separazione da Carrie, diventando il suo primo fan e mentore, fino alla costruzione della Asthmatic Kitty, tutt’oggi la sua etichetta di riferimento.
In un’intervista a The Guardian Sufjan raccontò la situazione che lo aveva portato a concepire l’album.
Stavo registrando canzoni come un mezzo per elaborare il lutto, per dargli un senso. Ma la scrittura e la registrazione non sono state il balsamo che mi aspettavo. Sono sprofondato sempre più nel dubbio e nella miseria. È stato un anno di vera oscurità. In passato il mio lavoro aveva una vera reciprocità di risorse: ci mettevo qualcosa e ne ricavavo qualcosa. Ma non questa volta.
Non era neanche la prima volta che Suf parlava col cuore in mano dei suoi familiari: l’ultima uscita interessante era stata l’EP “All Delighted People” nel 2010, al termine del quale aveva dedicato una lunghissima e straordinaria ballad alla sorella Djohariah.
A risolvere la situazione fu il produttore Thomas Bartlett:
Thomas ha preso le mie 30 bozze e ha dato loro un senso. Ha tolto di mezzo le stronzate. Ha detto: «Queste sono le tue canzoni. Questo è il tuo disco». È stato spietato.
Pragmatico ma funzionale a un capolavoro.
Le 11 tracce, per 42 minuti, sono un monolite acustico con pochi pari nella musica leggera moderna. Più che con pochi strumenti, è fatto con strumenti musicali usati col contagocce e ad intensità bassissima. Dove le atmosfere non sono rette dal piano, dalla chitarra acustica o dal banjo, i suoni si fanno estremamente rarefatti, al pari di un disco dei Sigur Ros. Non c’è superfluo ed è tutto funzionale al testo: Death with Dignity è il punto di partenza.
Spirit of my silence, I can hear you
But I’m afraid to be near you
And I don’t know where to begin
Quasi tutti i pezzi sono incentrati sul rapporto con la madre. Due su tutti toccano al cuore più degli altri: Should Have Known Better parte dal suo senso di rimpianto, battezzato ‘My black shroud’, e lo fa passare attraverso i ricordi infantili dell’abbandono per chiudere il ciclo attraverso la nascita di sua nipote: “The beauty that she brings, illumination”. Il ciclo della vita si chiude e conduce al perdono: ricordiamo che la fede di matrice cristiana con riferimenti biblici è un elemento costante e permeante in tutta la musica di Stevens.
Il secondo pezzo a spezzare il cuore è Fourth of July. A chi non è capitato di immaginare dialoghi mai avvenuti, con persone ormai perdute, fisicamente o metaforicamente. Fourth of July è questa cosa, è il cuore della catarsi da attuare attraverso questo disco. Ed è la cosa più bella da lui scritta, anche più di quella Mystery of Love immediatamente successiva che lo portò al massimo della popolarità, ispirata essa stessa dal rinnovato mood acustico che ne ha condizionato anche i lavori seguenti fino ad oggi.
La vita di Sufjan Stevens dopo “Carrie & Lowell” è stata altrettanto carica di sofferenze. Dopo svariati progetti minori strumentali e/o in collaborazione con gli altri artisti, per il successivo “Ascension“ bisognerà aspettare 6 anni, ma è ancora carico di oscurità, come se qualcosa fosse cambiato in maniera irreversibile. Seguirà nel 2023 “Javelin“, dedicato al partner appena scomparso, sul quale tra l’altro fino ad allora aveva mantenuto totale riserbo. Dopodiché la sindrome di Guillain–Barré che lo sta tuttora costringendo a una lunghissima convalescenza: il timore che la produzione di Sufjan si fermi è concreto.
Ad oggi, Stevens è comunque riuscito a dare un contributo autorale pazzesco per la sua completezza: ha portato prima l’avventura, poi la gioia, dunque i tormenti e infine la catarsi. E questa catarsi è “Carrie & Lowell“.
