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Interviste

“Kein Traum”: musica e visioni dal margine del sogno – Intervista a Laura Vittoria

Laura Vittoria, pseudonimo di Laura Recanati, è una poliedrica artista lombarda che si muove con disinvoltura tra poesia e musica. Debutta oggi nel panorama musicale con l’album “Kein Traum” (qui la nostra recensione), in uscita per La Tempesta Dischi e l’etichetta statunitense Manimal Vinyl. Questo lavoro, anticipato dal singolo Non dico niente, si distingue per una fusione di sonorità dream pop ed elettroniche sperimentali. Le undici tracce dell’album esplorano temi come l’incomunicabilità, il doppio e il sogno, creando un viaggio sonoro che oscilla tra atmosfere oniriche e canzone d’autore raffinata. Le abbiamo rivolto alcune domande per conoscere il suo percorso artistico, il processo creativo dietro “Kein Traum” e il suo modo di intrecciare parola e musica.

Kein Traum (Nessun sogno, in tedesco), è una riflessione sulla realtà e l’illusione, su come queste si compenetrino, si fondano, in un magma. Ti andrebbe di parlarmi dell’esegesi di quest’opera? Come è nata, come si è sviluppata?

Certo. La nascita di questo disco è avvenuta nella mia camera da letto, il luogo dove sogno e dove suono. È lì che, ormai qualche anno fa, ho incominciato a scrivere i miei primi brani voce e chitarra, con testi in lingua italiana. Il disco inizialmente non era che quello: pezzi voce e chitarra che aspettavano di essere arrangiati e prodotti. Il contatto con Marco Fasolo avviene proprio per questo. Siccome al tempo lui stava lavorando ad altri progetti, mi ha spronata, nell’attesa, a incominciare a dare io stessa una veste ai brani e iniziare ad abbozzare degli arrangiamenti. Così, mi sono affidata a una DAW e lì mi si è aperto un mondo, letteralmente. Ho scoperto che potevo, pur da autodidatta, avere un controllo abbastanza rigoroso sulla direzione sonora che volevo dare ai miei pezzi, sulla loro forma, la loro struttura. Ho incominciato a selezionare e collezionare i miei suoni e strumenti virtuali preferiti; ho sostituito quasi tutte le chitarre con sintetizzatori, strings, pads, tastiere; ho aggiunto delle ritmiche, che sono state quasi tutte poi risuonate e registrate dal vero in studio; ho osato con un po’ di elettronica. Marco Fasolo, in qualsiasi parte d’Italia si trovasse, riceveva i miei esperimenti su WhatsApp e mi forniva sempre consigli e opinioni. Se c’era qualcosa che secondo lui non funzionava, provavo a comprendere perché, e poi a correggerlo. Poi, quando finalmente ci siamo incontrati e abbiamo iniziato a lavorare insieme, lui stesso ha contribuito a revisionare e scrivere alcuni arrangiamenti. Una volta pronti i brani, la strada è stata meno tortuosa: nonostante i tempi sempre dilatati, le registrazioni – effettuate da Marco stesso – sono uscite benissimo sin da subito, e, a fronte della qualità del materiale registrato, il lavoro di mix è stato piuttosto minimale. 

Dream pop, elettronica sperimentale, cantautorato, sono molteplici le influenze che si notano ascoltando l’album. A quali artisti o esperienze fai riferimento?​

Credo di aver tratto ispirazione perlopiù da esperienze, come dici tu: esperienze vissute o immaginate, immagini e scene che mi sono baluginate nella mente. Penso, per esempio, alle esperienze oniriche, al sonnambulismo, al sonniloquio, agli incubi che ti risvegliano nel cuore della notte. Poi, anche all’essere-altro-da-sé, lo sconfinarsi, il non sapersi decifrare. Ovviamente, hanno influito moltissimo anche i miei ascolti musicali, ma adesso non saprei individuare con precisione quali, anche perché negli anni della lavorazione del disco ho ascoltato molti artisti diversissimi tra loro: da Lana Del Rey ai Laibach, da FKA Twigs ai Beach House, dalle Chordettes a Lingua Ignota. Per quanto riguarda la commistione di diversi generi musicali all’interno dell’album, invece, all’inizio ero un po’ scettica: avevo paura che il disco risultasse troppo dispersivo e privo di un’identità definita. Poi, però, ho scartato alcune canzoni che secondo me non avevano ragione d’essere, e ho lavorato insieme a Marco per conferire un carattere sonoro unitario ai brani. Sono contenta del risultato: nonostante la varietà dei brani, mi sembra che l’album abbia una coerenza e la mantenga dall’inizio alla fine. 

Hai lavorato con Marco Fasolo, noto per i suoi progetti con Jennifer Gentle e I Hate My Village, nella coproduzione artistica dell’album. Come è nata questa collaborazione e in che modo il suo contributo ha influenzato l’evoluzione sonora dei tuoi brani?​ 

Ho già risposto a questa domanda, almeno in parte. Provo quindi a dire cose diverse. La collaborazione è nata perché io avevo un fogliettino nell’armadietto di camera mia dove avevo appuntato diversi nomi di produttori, che mi erano stati consigliati da amici, conoscenti o gente del settore. Tra questi nomi, circa a metà, c’era quello di Marco. Io non lo conoscevo affatto, e un giorno mi sono messa ad ascoltare la sua musica. Mi è piaciuta molto, ne sono rimasta colpita, soprattutto per quanto concerne i Jennifer Gentle. Allora poi una sera gli ho scritto su Facebook, chiedendogli di essere il produttore del mio disco. Da lì è nata un’alleanza che dura ancora oggi. Infatti, ancor più del contributo artistico, è forse il contributo relazionale ad aver inciso maggiormente sul disco: sono infatti il dialogo costante, i rimaneggiamenti, le incomprensioni, gli scontri, e infine la soddisfazione e la gioia condivisa ad avere nutrito quest’opera. Poi, sicuramente, in fase di registrazione e di mix, il suo contributo è stato significativo. Marco è un vero artigiano del suono, un produttore alla vecchia maniera, competente e visionario, un po’ folle.

Non vorrei tacere il tuo essere poeta, di recente hai pubblicato un libro da molti apprezzato, me compreso. Come integri la tua scrittura poetica nella musica? Quanto è importante la letteratura per il tuo lavoro artistico?

Ti ringrazio, Riccardo. Sì, non so se sono davvero poeta o se sono solo una persona che ha scritto un libro di poesie. Credo più la seconda cosa. È certamente vero, però, che la letteratura, e più precisamente proprio la poesia, ha un ruolo importantissimo nella mia vita. Ritengo, tuttavia, che, nonostante alcuni importanti punti in comune, la poesia e la musica siano due discipline diverse, vicine ma differenti, e mi piace che nella mia vita ci siano questi due grandi magneti che alternativamente mi attraggono: un po’ la musica e un po’ la poesia, un po’ la poesia e un po’ la musica. 

Prendere parola, esordire: quali sono state le maggiori sfide che hai affrontato nella realizzazione dell’album? Come speri che il pubblico si relazioni alle tue canzoni?

Di sfide ce ne sono state tante, e di momenti di frustrazione, e di disincantamento. Ne cito due: la registrazione delle voci è stata per me molto difficile, a causa di una mia carenza tecnica, dell’inesperienza e di emozioni miste; e poi l’aver aspettato mesi e mesi e mesi sia per concludere il disco che per trovare un’etichetta che fosse realmente interessata. Mi rendo conto, però, di essere una privilegiata, e adesso penso che sono stata proprio scema a non vivermi certi momenti con leggerezza. Me ne pento. E poi ti confesso che non penso di avere grosse aspettative o speranze riguardanti l’accoglienza a questo disco, che è comunque soltanto un disco. Non so se è una bugia che mi racconto, o se è davvero così, ma attualmente sento questo. Inoltre, mi percepisco molto più preoccupata e addolorata per certe cose che stanno attualmente avvenendo nel mondo, precisamente in Palestina, di fronte alle quali, per quanto mi riguarda, tutto il resto sembra impallidire e perdere di peso – figuriamoci un disco. 

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