
Parole che diventano vita. Vita nella quale viene soffiata l’anima dalle parole. Personaggi in grado di sfondare la barriera delle pagine e assumere un respiro tridimensionale, uno spessore ultra-umano. L’assurdo, l’irreale, il fantastico che si confondono, sovrappongono e accoppiano con i nostri piani della realtà e riescono a farci perdere ogni punto di riferimento, costringendoci ad abbandonare ogni visione preconcetta, ogni idea stratificata dall’esperienza
“La Musica di Stephen King” si prefigge di indagare il connubio tra arte, scrittura e musica di un esponenziale scrittore che da 55 anni è sulla breccia del successo con i suoi romanzi in guisa horror, Stephen King, Il Re! Giuseppe Cucinotta, autore di questo saggio edito dalla Tsunami, affronta a viso aperto le paure, sue e quelle che hanno accomunato noi terrestri fin da piccoli marciando al fianco, come è naturale che sia, delle nostre vite, spesso facendoci recedere da taluni propositi e costringendoci a rintanarci in mondi immaginari dove ciascuno ha dovuto espugnare le proprie per crescere e imporsi come individui, trovando e seguendo il proprio sentiero ideale.
Stephen King è stato, e lo è ancora, per Cucinotta una fonte inesauribile e rinnovabile di energia, nutrimento e guida che ha permesso al nostro di guardare in faccia quelle paure e di danzare con esse, amicandosele, fortificando lo sguardo verso la vita, scoprendo nuovi mondi, nuovi interessi e ricevendo in cambio ottima compagnia, ponendo però quale setaccio supremo la musica incontrata durante la lettura di quei romanzi, ad essa connaturati e da essa permeati.
Questo il presupposto dell’offerta editoriale devota e coinvolgente rivolta alla panoramica critica sul suo beniamino Stephen King, gran maestro dell’horror, e tanto altro ancora di importante. La prefazione è di Roberto Recchioni, noto fumettista italiano, è stato disegnatore di Dylan Dog, da cui riceviamo a piene mani il ticket per accedere in una dimensione sensoriale.
È stato King che, per primo, mi ha aperto le porte del rock anni Conquanta, Sessanta, Settanta, del proto-punk, del folk, del blues, del metal e dell’heavy metal.
Le tre sezioni, ideate dal Cucinotta, analizzano l’opera letteraria, tematica e biografica dello scrittore americano. La prima, in relazione alla musica; la seconda, connessa agli artisti principali con cui ha lavorato; e la terza incentrata sulle attività extra letterarie che hanno dominato l’altra insigne facciata della vita di King, sorprendente capitolo ricco di sorprese condotte con pervicacia e amore. Il testo è rifinito, concede molto di nozionistico, di critico, e si conforma in una sorta di dossier tecnico-poetico colmo di trasporto.
Eccoci presentato l’identikit di una persona, innanzitutto provvista di fervida immaginazione, fornita di particolareggiata memoria degli eventi vissuti che gli ha permesso di argomentare le mille storie, di esternare plot convergenti gravidi di fantasia e di realismo, ponendo questi due elementi in una contrapposizione liminare, perciò coincidenti e sovrapponibili, dove la fantasia versa nel realismo e viceversa, nel risalto encomiabile di raccontare una verità più vera del vero.
Forse è questa la grandezza di King svelata da Cucinotta, laddove la musica aziona la catalisi e libera la creatività narrativa concependo un nuovo tessuto, una nuova epidermide cucita addosso agli svariati contesti romanzeschi, appiccicata ai personaggi, all’autore stesso e quindi sotto abito intimo pronto ad essere indossato dal lettore, il quale non potrà fare a meno di calzarlo e incarnarlo emotivamente, giacché contaminato dallo speciale trattamento operato dal navigato Stephen King, soggiogato interamente dall’ubiquità della magia letteraria.
Giunti a tal punto d’immedesimazione, Mr. King si fa medium spirituale tramite la musica; diventa egli stesso emittente di cultura popolare plasmata da quella e soggetto capace di influenzarla in assenza di filtri, esplicitando il concetto, detto per sua voce, “La vita non deve essere di sostegno all’arte, ma viceversa“. Così va inteso il soggettivo riferimento, di respiro generazionale, come quel processo di crescita sviluppato nel passaggio dall’infanzia all’età adulta, attraversato dalla presa di coscienza della propria umanità che si va a riflettere totalmente in ogni settore antropologico, senza assolutamente dimenticare essere stato innescato primariamente dalla musica rock, qual sole della coscienza che lo illuminò da ragazzino!
È vero che la carriera di Stephen King sia costellata da successi editoriali e che questi abbiano usufruito di una narrazione crossmediale, avuta sin dal film “Carrie”, cioè, le storie dei suoi libri sono state successivamente riprodotte, tradotte e adattate per essere trasmesse su altri canali, come appunto avviene per le trasposizioni cinematografiche di libri e fumetti; fatto che ha accresciuto la fama dell’autore e delle sue opere, indipendentemente dal fatto che piaccia più vedere film, invece che leggere libri.
Nondimeno la narrazione kinghiana è anche di tipo transmediale, perché forte di un coinvolgimento pressoché totalizzante dei fan. L’esempio cardine è offerto dalla saga “La Torre Nera”: otto romanzi, un racconto, otto miniserie a fumetti, il gioco on line “Discordi”, unito a moltissimi collegamenti con altre opere dell’autore dove compaiono integrazioni alla trama principale. È infatti difficile poter stabilire l’arco temporale “dentro” e “fuori” la storia: nell’universo “Dark Tower” il “quando” e il “dove” non sono sempre perfettamente definiti e lo svolgimento dell’opera di continuazione transmediale, iniziata nel 1982, potrebbe non essere ancora terminato.
I Beatles sono stati ispiratori per “Shining”, Bob Dylan per “Carrie”, ma altri autori e rispettive canzoni sono entrati in simbiosi con le sue storie, vedi Bruce Springsteen, una sua ossessione, con cui sviluppa anche un buon rapporto di amicizia, e Elvis, il porno Elvis di “Cose preziose” (1991). Altre passioni inclini al pop, avversate dal pubblico dei puristi del rock – Bee Gees, Rihanna e Taylor Swift (da lui acclamata nel recente battibecco avuto con Elon Musk su X) – ammaliano King, che non rinuncia a difendere i suoi gusti in apparizioni pubbliche alla radio; si aggiungono i sempiterni AC/DC, gli Stones (“La chiamata dei tre”, 1987), J. C. Mellencamp, i Metallica, gli Anthrax, fino al punk dei Ramones (“Pet Sematary”, 1983).

Emblematica ancora la mastodontica saga “La Torre Nera”, di caratura musicale enciclopedica, dove King spazia dai vecchi standard jazz a misconosciute canzoni country, sino a soffermarsi al metal anni Ottanta per approdare alla plurivalente Hey Jude, dei Beatles, ne “I lupi del Calla” (2022).
Mentre i ZZ Top di Velcro Fly vengono impiegati in modo sacro e sacrificale in “Terre desolate” (1991), dando adito a un primo utilizzo massicciamente integrato alla narrazione e funzionale alla progressione di fatti ed eventi, avviando la fusione tra suono, corpo e sangue dei personaggi, una incarnazione demoniaca, occulta, quanto ennesima testimonianza del King ascoltatore onnivoro.
Entrare nel romanzo di formazione per eccellenza, intitolato “IT” (1986), significa spostarsi sul versante Neil Young. La sua Hey, Hey, My, My (Into the Blue & Out of the Black) divampa e si snoda dentro l’essenza del romanzo, il viaggio dei protagonisti, un gruppo di amici di infanzia detto il Club dei Perdenti, verso la città natìa di Derry, nel Maine. Costoro da bambini affrontarono una creatura malvagia che assunse la forma delle loro paure, spesso manifestandosi come il clown Pennywise. Ventisette anni dopo, ormai adulti, sono costretti a tornare a Derry quando IT ricomincia a uccidere. Uniti dal loro passato e da un giuramento fatto da bambini, si confrontano nuovamente con l’entità nel tentativo di sconfiggerla definitivamente. “IT” vuol dire sciogliervi dentro anche Bruce Springsteen, toccando il rito doloroso del passaggio generazionale giovane-adulto, quindi la paura per un’energia vitale che rischia di disperdersi nel tempo e nello spazio. Entrambi gli artisti hanno cercato di preservare il luccichio dell’adolescenza, cantori di un’età fragile e durissima, tenera e brutale. Esiste un legame tra i ragazzini di “IT” e quelli del racconto “Stand By Me” (sul libro “Stagioni diverse”, 1982), questi sono uniti da un ponte sghembo che dondola nel buio al ritmo di Darkness on the Edge of Town. Il bambino che hai dentro cola fuori, trapela come aria da una foratura in una gomma. E un giorno ti guardi allo specchio e ti trovi faccia a faccia con un adulto. Puoi continuare a portare i blu jeans, puoi continuare ad andare ai concerti di Springsteen e Seger, ti puoi tingere i capelli, ma la faccia che c’è nello specchio è lo stesso quella di un adulto.
Il libro esplora i temi dell’infanzia, il trauma, il potere dell’amicizia. Mancano figure pedagogiche in quella vita da bambini e il romanzo, per sua natura molto complesso, ha bisogno di una lettura totalizzante capace di mettere bene le cose a fuoco al fine di comprenderne il cuore oscuro, evitando di intrappolare il testo come semplice horror. La musica non appare mai forzata, mentre svolge la duplice funzionalità di appiglio slavifico per i protagonisti e di strumento di tortura quando Pennywise la usa per i suoi scopi malvagi, attestando la carica dialettica tra le parti.
Anche qui vi è un percorso enciclopedico delle canzoni che affiora naturalmente senza sovrastare la storia, tanto che è stata compilata una playlist, in continuo aggiornamento dai fans con brani contemporanei che si addicono alle scene del libro in maniera altrettanto se non addirittura più consona (sottolineando il legame di King con le future generazioni) rispetto agli originali.
Musica che salva ma che può anche far precipitare nell’abisso, un modo per desiderare di essere fedeli a sé stessi e (r)esistere insieme. La musica è ricordo, ma è soprattutto desiderio. Voglia di uscire dal nero ed entrare nel blu di una nuova vita.
La carrellata dei dischi/canzoni fonte di ispirazione per i romanzi transita pure da “Christine – La macchina infernale” (1983), segnatamente una vettura Plymouth Fury del 1958, e si conferisce l’ambientazione da “Happy Days” e “American Graffiti” sottolineando un carnet di canzoni provenienti dai Fifties and Sixties, collegate al passato inquietante di Christine e al suo potere malefico.
Si prosegue con “Cose preziose”, dove Elvis diventa oggetto delle fantasie sessuali di due fan, scoprendo una forte componente onirica e di critica politica (fin dove possiamo spingerci per ottenere le cose fuori portata che desideriamo? Riflessione sulla svendita dei valori umani nell’America degli anni Ottanta che hanno ispirato il piccolo emporio kinghiano chiamato “Cose preziose”, mentre oggi lo è il mondo intero). Il lavoro è anche frutto della distanza dalle sue dipendenze (alcol e droga) e chiaramente inzuppato nel mito Elvis e nelle sue canzoni.

La carrellata tocca anche “Misery” (1987). Nel romanzo si fa riferimento a una sola canzone incaricata di dare un’impronta al romanzo: Girls Just Want to Have Fun di Cyndi Lauper. Il brano simboleggia il desiderio di evasione e leggerezza dell’infermiera sadica Annie Wilkes, che detiene prigioniero lo scrittore Paul Sheldon autore della serie di romanzi dal titolo Misery, di cui lei è “ammiratrice numero uno”. La canzone diventa simbolo femminista che innalza King a scrittore universalmente sensibile alle tematiche di genere, come avvenuto pure in altri romanzi, “Dolores Claiborne”, “Il gioco di Gerald”, “Rose Madder”, “Carrie”, nonché con il personaggio di Beverly Marsch in “IT”. Michela Murgia, estimatrice di King, sottolinea questa peculiarità:
Le donne che racconta sono abituate alla violenza, ritenendola a tratti persino normale: ci sono cresciute in mezzo, l’hanno respirata da sempre. Quello che a un certo punto fanno, semplicemente, è reagire. King, uno degli scrittori più femministi della letteratura moderna, fa giustizia a secoli di letteratura misogina.
La positività che ingenerano nel lettore queste figure femminili viene vissuta da loro stesse in forza della loro reazione agli eventi negativi che le sopraffanno e che invece manca del tutto a Annie Wilkes, costretta nel grigiore piatto della sua vita, senza vie di sbocco, affetta da pazzia per certi versi infantile, il cui unico appiglio di libertà, di sogno è costituito dall’opera di Sheldon, Misery. Girls Just Want to Have Fun, rappresenta la rivendicazione di una libertà non scontata come quella di divertirsi, di essere parte di un processo di liberazione attraverso la musica, il ballo, la festa.
Metallica e Anthrax devono la loro fama all’universo di Stephen King; ne hanno assorbito le particolari ambientazioni, le profondità psicologiche e sinestetiche, le immedesimazioni coinvolgenti e le proiezioni di quelle storie si sono radicate nel loro contesto culturale e di formazione artistica. Lo sconfinamento della finzione nel reale, quell’iperreale che domina e trasforma la quotidianità capace di interferire e di sdoppiarvisi all’interno, scopre la compenetrazione dell’io che si guarda allo specchio, meglio, è il doppelganger che erompe sulla scena. Album gloriosi quali “Ride The Lightning” e “Among The Living” esistono, capostipiti del metal internazionale, grazie a quelle preziose suggestioni kinghiane che continuano a reificarsi in tanti artisti ancora oggi, senza contare Bauhaus, Cure, Pennywise, Devo. Invece, Ramones e AC/DC esperiscono una collaborazione diretta con Stephen King che li chiama a raccolta: i primi per il lancio dell’adattamento cinematografico del libro “Pet Sematary” e i secondi per realizzare la soundtrack del primo e unico film girato nei panni di regista, “Maximum Overdrive” (“Brivido”, 1986). Le due band per mezzo di queste operazioni artistiche, e di marketing, rilanciarono al massimo le loro carriere scrollandosi di dosso la polvere della stasi creativa, mentre gli esiti filmici non incontrarono lo stesso fervore.
Altre fertili consonanze si rintracciano con i Nightwish e i Pennywise, con i Black Sabbath e addiritura con il grande Michael Jackson, i cui travagli derivanti dalle beghe legali allora in fermento, distolsero l’attenzione progettuale focalizzata dai due sul video intitolato Is This Scary, che fu in parte effettivamente girato; tuttavia Jackson riuscì comunque a servirsi di quella breve congiuntura creativa, per cui molte delle riprese già effettuate finirono nel video Ghost, pronto per l’imponente rilancio del King of Pop e preceduto dall’uscita del suo 9° album, “HIStory“ (1997).
La fase finale del saggio prende di mira i Rock Bottom Remainders, band All Star di scrittori, tra i quali Scott Turow, Matt Groening, Stephen King e di non poco conto fu la collaborazione di Warren Zevon al progetto, grande amico di quel combo di sconclusionati esecutori (non professionisti) di musica, che tanto buon umore e relax portò nelle loro vite di superstar elargendo altrettanta beneficenza. Memorabile l’entrata a sorpresa sul palco durante un loro concerto dell’amico Springsteen, cosa che fece dimenticare al Re, perso nell’emozione da sempre coltivata di suonare live con The Boss, le tre classiche note di Gloria, dei Them, da suonare sulla chitarra. I RBR si esibiscono raramente e a tutt’oggi non hanno appeso gli strumenti al chiodo!
Infine, ed è una cosa davvero lodevole per un personaggio di spicco di tale levatura, l’esperienza di Stephen King con la radio. A un certo punto, esattamente la notte di Halloween del 1983, lo scrittore annuncia di averne comprato una; il motivo era quello di voler sentire on air esclusivamente musica Rock, cioè, musica che un tipo di persone si aspettava sempre di poter trovare alla radio. Acquista così un’emittente locale, la WACZ, ribattezzandola WZON (richiamo a “The Dead Zone”, 1983) che trasmetteva solo nel Maine e che praticamente non produceva utili giacché non passava spot pubblicitari; fu una delle pochissime radio a stelle e strisce attiva 24 ore su 24. Fuoriuscita dalla sua costola, forniva suoi interventi e playlist, ma funzionava anche da raccordo per le comunità del Maine diventando un importante punto di riferimento dispensando un servizio di informazione e di presentazione di nuovi talenti musicali. Le emittenti salirono poi a tre, ma purtroppo dopo 40 anni di onorata e rivoluzionaria carriera, chiusero i battenti nel 2024.
È tempo di chiudere anche per me la recensione, piuttosto una scoperta avventurosa elaborata da contenuti profondi e che mi ha avviato all’istante a comprare il romanzo “IT”, cogliendo il suggerimento libresco di Giuseppe Cucinotta, giornalista musicale da oltre dieci anni, fondatore e direttore della rivista culturale Pinknoises.it, collaboratore e videomaker per il Corriere della Sera e ufficio stampa per live club e band. Inoltre, è autore di “Sono nulla ma devo essere tutto” (Arcana, 2023), incentrato sulle connessioni fra punk, politica e società, e di “Big little lives. Le grandi band nei piccoli club italiani” (Arcana, 2024). Quando non ascolta musica o scrive di concerti, legge Stephen King. Un grazie all’autore per aver avuto l’intensa idea di comporre tale poliedrico volume.