
Torneremo a scorrere
Per ricomprendere la bellezza di un disco come “Ballate per piccole iene” bisogna ritornare con la mente a vent’anni fa. Gli Afterhours erano reduci da “Quello che non c’è” (2002), per chi scrive il loro apice emotivo e creativo: un disco che aveva ridefinito il suono della band e li aveva consacrati al vertice della scena alternativa italiana. Lì dentro c’era tutto: fragilità, rabbia, disillusione. Ma dopo un’opera così, la domanda è inevitabile: dove si va? “Ballate per piccole iene” arrivava come una risposta spigolosa e cupa. Forse la chiusura di un ciclo, forse l’inizio un confronto più profondo con sé stessi, forse il bisogno di ricominciare. La sfida era scegliere un linguaggio più diretto, ma con una proiezione globale che fin qui era mancata nel panorama italiano. Non era più solo rock alternativo, dunque, ma una sintesi di influenze globali, tra il blues malato, il rock spezzato e la raffinatezza torbida della scena indie internazionale.
Era un disco che oggi definiremmo “divisivo”. Un’opera potente, ma non isolata, immersa in un panorama ricco, vivo, pieno di segnali forti. Parte di un dialogo continuo tra band, pubblico e scena. Oggi lo celebriamo come un caposaldo, ma all’epoca era anche – e forse soprattutto – un passaggio, un gesto dentro un movimento più ampio, che oggi pare svanito. All’uscita, “Ballate per piccole iene” spaccò in due anche il pubblico più fedele. Fu un disco accolto con rispetto, ma soprattutto chi era legato alla vena sperimentale della band non poteva riconoscervisi appieno. Dall’altro lato, però, contribuì sicuramente ad ampliare il pubblico, attraendo anche al di là dello steccato.
Di fatto, all’epoca ci si riferiva agli Afterhours come a una delle colonne della musica alternativa italiana, quando ancora voleva dire qualcosa. Non era solo estetica: era una posizione, una frattura, un certo modo di stare al mondo, al di qua della barricata. Con “Ballate per piccole iene” gli Afterhours stavano cambiando pelle insieme a noi. La rabbia non era più solo rumorosa, ma chirurgica. Il disagio non più solo urlato, ma sussurrato con cattiveria. Il suono era più secco, scuro, straniero. Non era certo un caso: il disco fu registrato in parte negli Stati Uniti, prodotto con Greg Dulli (Afghan Whigs, The Twilight Singers), e pubblicato anche in una versione inglese, “Ballads for Little Hyenas“, per accompagnare un tour americano – operazione quest’ultima che suscitò anche alcune perplessità, come il timore che l’identità del disco rischiasse di perdersi nella traduzione. Dichiarò ai tempi Manuel Agnelli:
Greg, con gli Afghan Whigs, ha rivoluzionato la musica rock ed ha rivoluzionato anche noi. Siamo amici da parecchio tempo, collaborare è stata una cosa naturale. Coproducendo il disco ci ha dato quell’intensità e soprattutto quella leggerezza che ci mancava da tempo. “Ballate per piccole iene” è figlio di un periodo, più che del disco precedente. Il pessimismo è quello di questi tempi, ma questo disco è più rabbioso, più reattivo di “Quello che non c’è”
C’erano insomma riferimenti espliciti al mondo di Dulli: il blues malato, il rock spezzato, la sensualità tossica. Brani come La vedova bianca, Il sangue di Giuda, Ci sono molti modi o la quasi title-track Ballata per la mia piccola iena erano incisioni che scavavano sotto la pelle, melodie scritte per fare male in maniera subdola e rassicurante al contempo. E quell’album, elegante e feroce al tempo stesso, segnava un prima e un dopo.
Un prima, in cui la scena alternativa italiana si muoveva orgogliosamente ai margini, senza l’ansia di piacere, senza l’urgenza di farsi notare da chi stava al centro. Un mondo laterale, ma vivo, attraversato da tensioni vere, in cui ogni uscita discografica era parte di un dialogo continuo. “Ballate per piccole iene“, più o meno inconsciamente, rompe quell’equilibrio. È il momento in cui gli Afterhours scelgono di sporgersi oltre il bordo, di uscire dalla nicchia provando a non rinunciare a sé stessi. Non è solo una questione di ambizione: è un atto di consapevolezza. Dopo anni passati a costruire qualcosa che stava in piedi da solo, gli Afterhours, d’altronde, non avevano più bisogno di dimostrare nulla.
E proprio per questo, forse, si sono concessi il lusso più raro: cambiare pelle, anche a costo di rompere con ciò che erano stati. Da lì in avanti, però, qualcosa cambia. La nostra musica alternativa smette di essere tale, cessa di essere opposizione e comincia, lentamente, a somigliare al resto, in un processo irreversibile di cui oggi analizziamo gli effetti desolanti. Diventa più trasparente, più compatibile, più spendibile. E forse meno necessaria.
E ora eccoci qui, con un copione che non era più di una questione di se ma di quando: ci sarà un tour celebrativo, un’operazione legittima, perfino necessaria per chi con quel disco ci è cresciuto. Ma viene naturale chiedersi: a chi cercano di parlare davvero oggi gli Afterhours? “Ballate per piccole iene” era un disco che non cercava consenso immediato, nasceva per graffiare a modo suo in un periodo attraversato da tensioni artistiche vere e tangibili, con il suo suono ruvido e il suo linguaggio sporco che non si adattavano. A riascoltarlo, fa quasi impressione accorgersi di quanto tutto questo oggi sembri raro, in una scena alternativa che si è fatta più sottile, limitandosi ad inseguire.
Ma si sa, oggi il motore è la nostalgia. E non saremo certo noi a interrompere il meccanismo. “Ballate per piccole iene” era un disco di transizione, e come tutte le transizioni portava con sé una promessa: cambiare senza perdersi. Per gli Afterhours, poi, quel cambiamento c’è stato, magari non nella direzione sperata. O forse è il mondo intorno ad aver cambiato direzione. Resta questo disco, ancora lì, sospeso, testimone di una rivoluzione che sembrava inevitabile, ma che il tempo ha reso vana. Come tutte le cose nate per lasciare il segno, anche se non si poteva prevedere dove.
