
Dopo aver trasformato il rumore degli elementi della terra e della città, Max Casacci (chitarrista e cofondatore dei Subsonica) ha dato vita ai suoni del vino e dell’ambiente che lo circonda. “Through the Grapevine“, realizzato in Franciacorta (qui la nostra recensione), è il terzo capitolo del progetto Earthponia, un percorso che segna, ancora una volta, un’evoluzione nello sperimentalismo sonoro dell’artista piemontese. Un lavoro caratterizzato da un approccio e da una visione non convenzionali, ma al tempo stesso profondamente originali. Abbiamo incontrato Max per farci raccontare la storia e tutto il lavoro che si cela dietro questa nuova avventura.
Parliamo del tuo ultimo progetto “Through the Grapevine, in Franciacorta”, un Ep in collaborazione con l’azienda vitivinicola Bersi Serlini a Provaglio D’Iseo. Un lavoro che permette di vivere un’esperienza sensoriale con i suoni della cantine, delle sale cisterne e della natura circostante. Come nasce tutto questo?
Tutto nasce da un’esperienza di sonorizzazione nella tenuta Bersi Serlini, in un ex monastero della Franciacorta. In pratica mi trovavo a contatto con un pubblico che, visitando i vari ambienti, come le cantine o la sala cisterne, veniva avvolto – oltre che dall’atmosfera, dagli odori o dall’umida penombra – da una mia musica realizzata esclusivamente con gli oggetti presenti negli spazi. Botti, calici, bottiglie, cisterne, stappi, scaffali per il remuage… Senza nessuno strumento musicale. I brani in quella forma erano molto estesi, diluiti e adatti alla circostanza, ma contenevano già elementi piuttosto incisivi che si prestavano anche una dimensione più concentrata. Oltretutto Chiara Bersi, proprietaria della Cantina, che in passato aveva lavorato a Londra nel mondo dell’arte contemporanea con artisti come Bill Viola, Chris Cunningham e Aphex Twin, mi aveva lasciato completamente carta bianca. Durante la serata ho usato quei suoni e altri brani del repertorio Earthphonia/Urban Groovescapes, per un live che inaspettatamente ha trasformato quelle cantine in una dance hall. Di qui la proposta di realizzare un brano “dance” con i suoni della vendemmia.
In Earthphonia estrapoli suoni che provengono dalla materia circostante o da altri esseri viventi, come l’aria, l’acqua o le piante. In Urban Groovescapes catturi il suono della città. Oltre a dargli quel pizzico dance e clubbing, mi piace pensare a questo significato: li considero dei lavori dove l’ascoltatore si deve fermare un attimo per (ri)ascoltare quelli che in realtà sono i rumori che circondano da sempre l’essere umano, ma di cui, con i tempi che corrono, si sta perdendo sempre di più la fascinazione. Qual è il tuo pensiero a riguardo?
Penso che la musica, al pari di altre forme d’arte, possa avere la funzione di rendere più intenso il nostro sguardo sulle cose della vita, inclusi gli elementi quotidiani e lo spazio che ci circonda. E possa regalarci capacità di esperienze più profonde e appaganti. Nel caso di Earthphonia il racconto è espresso in forma di storie sonore, i brani non sono solo esercizi estetici di trasformazione del “rumore” in musica, ma contengono elementi narrativi che possono avere che fare con il nostro rapporto con la natura, l’ambiente, o con la relazione tra noi e i “rumori” quotidiani, che in fondo fanno avere della nostra identità.
Questa modalità di fare musica, fa di te un vero alchimista sonoro. L’idea di trasformare il rumore dell’ambiente in materia sonora è un qualcosa che affascina molto. Se ci pensi, anche John Cage faceva delle cose simili nel Novecento. Sotto questo punto di vista ti consideri un maniaco del suono anche tu?
La figura di John Cage trasmette un contagioso spirito di attenzione e di stupore per il mondo, oltre che una appassionata sete di ricerca senza confini. È decisamente una stella polare, da questo punto di vista. Oltre a questo il mio rapporto con la musica, fin da quando avevo 20 anni, ha sempre viaggiato sui binari paralleli del palco,degli strumenti e dello studio di registrazione con le varie apparecchiature per il suono. Inoltre una delle prime occupazioni, quando avevo 19 anni e lavoravo nello studio cinematografico di mio padre, fu quella di tenere in ordine l’archivio sonoro di tutti i rumori registrati che servivano per sonorizzare le pellicole.
Hai mai pensato di voler integrare il tuo tipo di approccio alla musica senza strumenti anche nel mondo Subsonica?
No, i Subsonica, al momento sono l’unica musica “con gli strumenti” di cui mi occupo. Mi piace l’idea di sviluppare in solitaria qualcosa di completamente distinto.
Il regista premio Oscar Paolo Sorrentino ti ha affidato il tessuto sonoro de “La dolce attesa”. Raccontaci di più…
Paolo Sorrentino mi ha contattato, dopo essersi interessato ad Earthphonia, chiedendo se avessi del materiale inedito da ascoltare. Per ispirarsi. Ha detto proprio così. Io gli ho mandato alcune musiche realizzate esclusivamente con suoni dell’oceano e delle foreste e un paio di mesi dopo mi ha proposto di occuparmi della sua installazione per il Salone del Mobile. È stata una bellissima esperienza, oltretutto il primo esperimento che gli ho sottoposto per lui era già perfetto.
E per il futuro? C’è già qualcosa in cantiere, nuovi spunti che ti hanno incuriosito?
In questo momento sono piuttosto concentrato sul nuovo album dei Subsonica, di cui sono anche produttore e di cui curo la parte del suono in studio. Però sto accarezzando l’ipotesi di mettere in musica suoni e rumori delle città che nel mondo rappresentano la trasformazione. A maggio sarò in Senegal per suonare live “Earthpohnia/Urban Groovescapes” in un festival ma soprattutto per registrare suoni e rumori di Dakar.
