Vedere Tunde Adebimpe apparire in “Star Wars: Skeleton Crew” è stata solo la ciliegina sulla torta dello scorso anno, per il sottoscritto. TV On The Radio che tornano, lui che pubblica un brano solista. Una delizia. Se la band madre di Adebimpe, però, si è data solo per tour (senza Dave Sitek, almeno sul palco) e reissue di “Desperate Youth, Blood Thirsty Babes”, mentre il buon Tunde aveva in mente ben altri piani. E questi piani prevedevano Sub Pop.
In fatto di etichette leggendarie, lui e Sitek qualcosa ne sanno, avendo stazionato per anni nei roster di Touch & Go e 4AD. Detto niente. Mancava però un tassello, e quel tassello sta a Seattle. Ma a godere davvero di questa firma è stato Jonathan Poneman, co-fondatore dell’etichetta che fu orto del “Seattle Sound” che ammette di aver aspettato una cosa come vent’anni per avere tra i suoi (già decisamente prestigiosi) protetti il co-fondatore della band di stanza a Brooklyn. Eccoci qui, dunque, mentre stringiamo tra le mani quello che è il suo debutto in solitaria, eccezion fatta per la presenza del polistrumentista Wilder Zoby. Lunga gestazione, sin dal 2019, e scelta di un titolo che, a detta del suo creatore potrebbe essere “un bel nome per una band metal molto cool.” Se nessuno la forma, ci penserò io, anche se di tornare a suonare non ci penso nemmeno.
Libero di sbizzarrirsi, senza dover condividere lo spazio con altri due geni come Sitek e Kyp Malone, Adebimpe ha modo di dimostrare, sempre che ce ne sia veramente bisogno, perché è stato co-autore di almeno due capolavori assoluti del mondo alternative (e su una discografia di cinque dischi in tutto, è tanto), lo fa senza allontanarsi poi così tanto da quel sound a sua firma, ma spingendolo di lato in tutta l’ampiezza possibile. Suoni subacquei che rigettano l’idea di “high resolution” (ormai non è più solo una questione acustica, bensì visiva) tanto abusata oggi e si lascia trasportare da qualcosa di molto più “lo”, sospinto da una volontà elettronica dominante. La voce di Adebimpe è in odore di “eterna gioventù” e ancora sa come inanellare una linea vocale dietro l’altra, dando vita a melodie capaci di sfiorare il tetto dell’idea di “hit”.
Morbidi appoggi per il disastro di un mondo che da almeno cinque anni ha accelerato la sensazione di apocalisse imminente, i brani si snodano tra quella voglia di r&b evoluto (dando inevitabilmente la paga a chiunque altro ci stia provando) che in pezzi come God Knows sfonda la porta del sintetico per entrare nelle calde stanze in cui fioccano bassi gonfi per movimento andante, ma anche la sicurezza che la materia alt rock sia anche roba sua con a bella mostra quel badile affilato di Pinstack. Non che la parte più elettronica sia meno contundente: Blue coi synth orrorifici a stecca, Ate the Moon e la sua soulness gigasferica e steroidata, il delirio discomusic di Somebody New (perché non è un singolo?) e il minimalismo danzereccio di Magnetic sono, in tutto e per tutto, la spina dorsale del disco. Certo, non tutto brilla come dovrebbe, ad esempio ILY, tentativo tiepido e fine a se stesso di spingersi nell’ormai abusato mondo country, di cui, in certi casi (questo, ad esempio) si farebbe a meno, ma questo non squalifica certamente il resto.
Ci mancherebbe altro, “Thee Black Boltz” è sontuoso, una primizia, magari non un lampo folle di genio, ma sicuramente a un livello che altrove non viene manco sfiorato.