1. Piani di fuga
2. L’arte più assurda
3. Pigmalione
4. Mare; tempesta
5. Un quarto d’ora
6. Anomalocaris
7. Non ti devi preoccupare
8. Senno di poi
Il secondo disco dei Tramontana sa dell’atmosfera che si respira in questi giorni nelle nostre terre, i Territori del Nord-Ovest di encorefouiana definizione. Sa di pioggia di temporale, che scende pesante, in controluce davanti ai platani che costeggiano i controviali delle nostre città. Ricalcando gli accenti tonici della gente che ci passeggia o che ci fa jogging, che ci parla al telefono o che ci va in monopattino.
Non so cosa sia successo, sarà che essere nati e vivere in questa zona d’Italia mi ha sempre inorgoglito, nel suo grigiume, ma ascoltare brani come Pigmalione e Non ti devi preoccupare, con le loro ripetizioni, i loro elenchi, le loro rime “mio / addio”, con le loro metonimie, con i loro finali di basso messi lì un po’ a casaccio, mi stringe il cuore.
“Ferite” è un disco che affonda le sue radici, però, non solo in questa realtà. A livello musicale, se su questo livello vogliamo tornare, siamo tra Ten Grand, Dags! e Reiziger. I paragoni con i Fine Before You Came e i Riviera so che si sprecheranno tra pubblico e critica, perché in fin dei conti il modo di tenere il finale e l’aggressività profusa nel sorreggere i cori e i ritmi sono quelli. È una scuola, ormai, e i Tramontana ci sono dentro sino al collo.
Ma c’è dell’altro, c’è un altro corollario da tenere in considerazione: ogni canzone fa parte, in modo metodico ed accurato, di un microcosmo che nonostante la sua aggressività e la sua schiettezza nel narrare crisi, angosce e fallimenti, un minimo di conforto, in fin dei conti, ce lo dà: non ci fa innanzitutto sentire soli e, tornando di nuovo ad un livello meramente musicale, ci fa rendere conto di cosa questi Tramontana ci vogliano parlare, perché i ritornelli rimangono in testa quasi sin da subito.
Il modo di pronunciare “ancora” e lanciarlo lì, tra un riffettino e un arpeggio, è più che scaltro. Il modo di iniziare di iniziare Anomalocaris con quella pulizia di chitarra non è una novità, ma in altri casi non ci sta, striderebbe. Qui invece non dà preoccupazioni. Non risulta come un’imitazione troppo scontata dei mostri sacri dell’emo o dell’indie cantato in italiano. È come se i Tramontana venissero da un’altra epoca, insomma. Parlando, e qui a mio parere risiede il vero valore di “Ferite”, di ciò di cui veramente sanno parlare, senza fronzoli o metafore, di situazioni reali e vissute. Insomma, non raccontano di violenza senza mai esserci passati.
Fuori per la romana Kosmica Dischi, etichetta che non conoscevo.
Keep the faith.