
Cosa rimaneva del thrash metal alla metà spaccata degli anni ’90? Tutti i considerati “Big 4” non sembravano passarsela benissimo, tra cambi di line-up, ammorbidimenti nel sound, problemi di missaggio, difficoltà di stare al passo coi tempi. Il grunge di Seattle, così eterogeneo eppure così impattante, in poco tempo aveva spazzato via tutto il resto; anche lui però, dopo la morte di Kurt Cobain, aveva iniziato a vacillare. Non c’era più un’ancora a cui aggrapparsi, qualcuno che potesse guidare attraverso quei turbolenti anni ’90, che non lasciavano scampo né al passato né alla contemporaneità. Senza più la vecchia guardia, e orfani della contemporanea, cosa doveva fare una giovane band svedese, con all’attivo un singolo album, in più tributato al thrash metal di Heatfield e soci, ora che tutto era gettato nel caos? L’unica cosa possibile: Distruggere, Cancellare, Migliorare tutto ciò che c’era stato fino a quel momento.
Un allarme in fade in apre l’iniziale Future Breed Machine, pezzo simbolo del disco, che dopo qualche secondo si riversa in una furia sonora senza eguali. Thordendal e Hagström utilizzano le Ibanez UV7 di Steve Vai come non si era mai visto fino a quel momento: dei riff così sincopati e così downtuned che non sembravano neanche appartenere ad uno strumento come quello, che si, l’anno precedente era già stato usato dai Korn in ambito metal, ma in un disco che, per intenzioni e sonorità, non sarebbe mai potuto avvicinarsi all’estremizzazione voluta degli svedesi. Il suono dei Meshuggah è quello di una macchina infernale, in cui ogni traccia di melodia o musicalità sembra ormai assente, in cui ogni elemento del thrash metal viene portato all’eccesso e ricostituito: le ritmiche veloci da headbanging vengono sostituite da poliritmie folli e difficili da seguire; la voce completamente in scream di Jens Kidman fa di tutto per non creare empatia nell’ascoltatore, neanche nei testi, distopici e incredibilmente tecnici; gli assoli sono dissonanti, matematici, veloci ma mai epici, come delle tempeste di elettroni che sembrano attraversare dei circuiti elettrici; tutto, nelle composizioni degli svedesi, sembra esser studiato a pennello per non fornire alcun appiglio all’ascoltatore per apprezzare quello che sta ascoltando.

Eppure, a 30 anni di distanza, siamo ancora qui a parlare dei Meshuggah come una delle band più seminali che ci siano state nella storia del metal, che nella sua stagnante e lenta evoluzione sembrava esser rinato sotto forma di mostro biomeccanico dalle infinite protuberanze. Questo è stato l’inizio infatti di altri sottogeneri, sia vicini che lontani nel tempo: il mathcore che di lì a poco avrebbero portato i Botch o i The Dillinger Escape Plan, così come il djent tanto popolare negli anni 2010 (anche sé quello deve più, probabilmente, al disco “Nothing” del 2002).
Non c’era nessuno che, alla metà degli anni 90, suonasse come i Meshuggah, probabilmente perché nessuno sano di mente avrebbe, in quel periodo, fatto delle scelte sonore come quelle. Anche nei pochi momenti di apertura e di distensione del disco, le armonie non generano alcun tipo di sollievo nell’ascoltatore, ma anzi, danno l’idea di una breve pausa atta solamente al far durare la tortura il più a lungo possibile. È un’agonia, un ambiente sonoro che genere ansia e non fa che giocare con la nostra psiche. Quegli arpeggi che forse sembrano finalmente melodici nascono qualcosa, un riverbero che li rende comunque perturbanti, una progressione inaspettatamente distorta, che triggera quella parte del cervello che vorrebbe solamente pace, ma che non avrà altro che un attacco di panico per 46 minuti filati.
Come in un film di Cronenberg, i Meshuggah sembrano esser l’incarnazione della tecnica ibridata all’uomo, che ne portano via qualsiasi forma di umanità e che ne distruggono il senno, perturbando anche l’anima. Non c’è scampo al progresso e gli svedesi lo abbracciano fondendosene senza remore. Qui riuscivano ancora a intravedersi le forme e le influenze del passato, ma non c’è problema, con i dischi a venire tutto verrà eliminato, qualsiasi tipo di empatia cancellata, così che solo la potenza distruttrice della macchina possa rimanere, tra urla soffocanti e ritmi scomposti e martellanti. Non c’è più musica, gloria e vita alla nuova carne.
