Sleep Token – Even in Arcadia
Recensione del disco “Even in Arcadia” (RCA, 2025) degli Sleep Token. A cura di Patrick Dall’O’.
Potrei iniziare un discorso prolisso inerente alla storia di questa band: la provenienza, i vari nomi di ogni elemento, le influenze musicali che ogni componente presenta e mille altre cose che in fin dei conti possono interessare o meno. Ma questa volta no, voglio fare ciò che coloro dietro a quelle maschere vorrebbero tanto, cioè parlare della loro musica e di quello che fa suscitare.
“Even in Arcadia” non è solo un album anticipato da un hype talmente palpabile che pure i vari siti di streaming musicale erano a disagio nell’aspettare la famigerata data di rilascio, bensì potrebbe essere veramente la porta di congiunzione di due mondi che fino ad oggi difficilmente si sarebbero potuti intrecciare in tale maniera. Quest’ultimo lavoro ammicca l’occhio maggiormente al lato R&B/pop della band rispetto a quella parte oscura e brutale di cui eravamo abituati, ma ciò non la rende un’opera scontata o banale, bensì la rende innovativa.
Le danze vengono aperte da Look to Wildward con un synth 8-bit che fa riaffiorare ricordi d’infanzia mescolati a violente raffiche Djent e intercalari pop che facilmente potrebbero essere trasmessi nelle stazioni radio più gettonate. A seguire abbiamo Emergence, una delle canzoni più gettonate degli ultimi mesi che accorpa trap,pop, djent e jazz miscelati in un climax continuo fino a chiudere il tutto con sax che i nuovi Arctic Monkeys con molta probabilità noleggeranno per i futuri lavori.
Tra le tracce rilasciate anticipatamente troviamo anche Damocles, una ballad da lacrimoni che ripercorre con molta probabilità una relazione ormai finita, ma che ha lasciato dietro di sé ferite ancora ben visibili. E poi Caramel, una track con un ritmo reggaeton e svariati assalti core. La title-track dell’album risulta essere inaspettatamente la traccia più leggiadra e quasi spiazzante dell’intero LP, in attesa di un breakdown che non arriverà mai, ma che rende questo pezzo, composto solo da piano, violino e voce, una delle nuove chicche del quartetto britannico. Past Self e Provider, invece, risultano un po’ troppo forzate con pezzi alla Chris Brown feat. John Legend, indubbiamente più “TikTok-abili” rispetto al restante dei brani.
Il tutto prosegue con un crescendo di emozioni tra Damoncles e Gethsemane sfociando infine a Infinite Baths, pezzo di una genialità direi sconcertante in cui la band è riuscita ad unire delle sonorità pinkfloydiane alla brutalità deftoniane, chiudendo il cerchio nella maniera migliore e più consona per un gruppo di questo calibro. Ma la cosa che impressiona più di tutte è ciò che la band mette ben in chiaro nel testo, chiedendo espressamente di smetterla di interessarsi su ciò che c’è dietro a quelle maschere, ma di concentrarsi esclusivamente su ciò che viene prodotto, cosa che penso sia più che onesta.
Traendo le conclusioni, “Even in Arcadia” non sarà per i fan di più lunga data il miglior album della band e sicuramente raccoglierà molte più critiche che note positive. Di certo però rende amabile un genere non sempre semplice per il pubblico “meno allenato”, esplorando lati musicali divenuti sconfinati in questo sogno senza tempo chiamato Arcadia.




