
Era qualche anno che non ascoltavo “InnerSpeaker”, l’esordio di quella mitologica creatura musicale nota al mondo come Tame Impala. Risentirlo per poter scrivere questa recensione è stata una bella opportunità per giudicarlo col sennò del poi: gli anni trascorsi hanno moltiplicato i livelli di lettura del disco, come spesso accade per opere e artisti più o meno capaci di segnare un’epoca.
Il primo aspetto, banalmente, è relativo al quando è uscito “InnerSpeaker” – vale a dire, quindici anni fa. Non so voi, ma nella mia mente Kevin Parker è ancora incasellato come una nuova leva della musica con le chitarre, un appartenente a quella generazione di musicisti che sta – o forse sarebbe più accurato dire “stava” – ridefinendo i canoni della musica pop contemporanea. Realizzare che il suo disco d’esordio risale al 2010 rivela con impietosa spietatezza lo scorrere del tempo.
La seconda cosa che colpisce è relativa alla materia di cui è fatto il disco, al cosa. Riascoltare “InnerSpeaker” oggi avendo presente il Parker attuale – quello delle collaborazioni con i Justice, delle produzioni per Dua Lipa – suscita inevitabilmente una domanda: come siamo arrivati a tutto questo? – attenzione, non in senso negativo. Il fatto è che ormai diamo per scontato il Parker della psichedelia barocca e stratificata, della costruzione musicale ossessiva e ripetitiva, per sovrapposizioni – già ben presente nel successivo “Lonerism”. “InnerSpeaker”, da questo punto di vista, è diverso. È un disco rock alla vecchia maniera, in cui la differenza la fanno le canzoni, piuttosto che tutto ciò che viene dopo di esse. Non è una sorpresa quindi che molti dei pezzi più immediatamente riconoscibili dei Tame Impala provengano proprio da questo album – basta pensare all’iconica tripletta iniziale It Is Not Meant to Be, Desire Be Desire Go, Alter Ego.

Questo ci porta direttamente al terzo punto: il come tutto questo è stato fatto. È qui infatti che si capisce perché dopo tutti questi anni “InnerSpeaker” sia ancora una pietra miliare imprescindibile per chiunque voglia fare psichedelia oggi. A ogni ascolto, ad ogni riproduzione, il disco esplode in un respiro gigantesco, spacca senza ritorno le pareti della stanza con l’ardente certezza di essere qualcosa di mai stato sentito prima – e pazienza per tutta la retromania indissolubilmente legata al progetto…”InnerSpeaker” trabocca di vitalità, portatore ad ogni ascolto di una novità pressoché totale; non tanto per la scoperta leziosa di qualche dettaglio sfuggito in precedenza, ma piuttosto perché ogni brano possiede la dirompenza del one shot di eminemiana memoria, come se fosse stato concepito per essere LA canzone dei Tame Impala.
Chissà, forse Parker aveva paura di non arrivare al secondo disco. Non male per uno che è arrivato nel gotha dei produttori mondiali.
