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Age of Apocalypse – In Oblivion

2025 - Closed Casket Activities
hardcore / heavy rock

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Tracklist

1. Mortal Coil
2. Maximum Suffering
3. Gilded Hatred
4. In Oblivion
5. Equalizer
6. Apocalypse Intro
7. Impulse
8. Snake Oil God
9. Symbol of Mourning
10. Over Mine


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My steps are heavy
Each breath I take it makes me worry
Am I too late?
Mortal
My mortal coil
There’s no escape

Mortal Coil apre “In Oblivion” e non si sa in che mondo siamo. Piovono elementi da pianeti lontani. La voce in leggiadria, soffia parole di perdita. Qualcosa di acustico si staglia all’orizzonte, scava dentro, poi la rabbia, furia al cubo, tensione, aperture verso l’alto. Il ritornello, un pugno allo sterno.

Vogliamo l’hardcore, ma lo vogliamo evoluto, anche se per spingere in avanti la macchina dobbiamo guardare nello specchietto retrovisore. L’era dell’apocalisse (o di Apocalisse, a pensare alla Marvel Comics e i suoi X-Men) è il nome che più si adatta al quintetto della Hudson Valley. Sembra che tutto vada disgregandosi.

Over Mine chiude “In Oblivion” e non si sa in che mondo siamo. Gli unisoni a sei corde ascendono, una melodia si insinua sotto pelle, lacrime che solcano il viso, epicità oltre il livello di guardia. Equilibrio perfetto tra ferocia core e volontà debilitanti. Melodie che sanno di eterno.

In mezzo il massacro necessario. Odio fare paragoni, ma vedo Age of Apocalypse come l’incontro perfetto tra Iron Reagan e Mastodon. Fa gola, vero? Tutto fa un po’ male, e loro lo fanno. Cardine superno di tutto l’ugola di Dylan Kaplowitz, posseduta da spiriti che pare non debbano incontrarsi mai, quelli “operistici” e quelli del massacro. Si stringono ad altri, quello di Graham Sayle degli High Vis nella violentissima Impulse, lo sguardo rivolto all’empatia, elemento in perdita in questi anni di fine perpetua, i due incrociano i flussi (si fa, si fa), espellendo rabbia, scoramento, bellezza. Gilded Hatred, odio filtrato attraverso gli occhi di un bambino che osserva inerme “il mostro del complesso militare”, l’amarezza che gronda da ogni lato di una stanza assaltata assieme ai Demonstration Of Power, hardcore che brilla nel buio, scintilla che da inizio a un incendio.

Maximum Suffering e la title track, perle heavy metal, ariete da sfondamento melodico, come piegassero il metallo più duro e resistente con l’ausilio di arie che si estendono fino all’inevitabile stomp, tempi dimezzati, casse che tritano tutto, la sensazione che Randy Rhoads si sia reincarnato nel bel mezzo di un mosh pit allucinante, quello innescato con Symbol of Mourning, un badile rifilato in mezzo agli occhi, tempo che tira indietro, cori animaleschi, volere distruttivo imperate e indistruttibile.

Meno di mezz’ora per ritrovare una strada che oggi battono in pochi. Non in questo modo. Non come fanno gli Age of Apocalypse.

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