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Swans – Birthing

2025 - Mute / Young God Records
swans

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Tracklist

1. The Healers
2. I Am a Tower
3. Birthing
4. Red Yellow
5. Guardian Spirit
6. The Merge
7. (Rope) Away


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Nel bellissimo docu-film “Where Does a Body End?” di Marco Porsia, due sono le verità assolute venute fuori tra le tante interviste agli altrettanto tanti artisti che il regista italiano ha chiamato in causa, parlando del Giano Bifronte Swans/Gira, e sono che gli artisti cercano di raggiungere un confine, nella propria carriera, e che Michael ancora non l’ha raggiunto, ma, ancor più pregnante, che gli Swans suonano qualcosa che chiunque vorrebbe suonare ma che non avrà mai il coraggio di farlo.

Tante, troppe, sono le reincarnazioni di Swans ma, se c’è un “trucco” che porta Gira a non trovare mai il proprio confine, è proprio quello di non dar mai pace interna alla sua creatura. La formula è ormai conosciuta, ma sconosciute sono le interazioni che le permettono di muoversi in territori che, a ben sentire, sono sempre i suoi, però, beh, però…però cosa? Però c’è la ricerca di dettagli, scovarli è cosa tutto tranne che semplice. Dare un senso a un viaggio che dura ormai quasi quarantacinque anni è qualcosa che credo non sia riuscito davvero a nessuno, in questo ambito, quale che sia, perché Swans non sa dove stare. È un essere libero da catene, persino dalle proprie.

Al cuore di “The Beggars” viene sostituito, al centro della scena, un buco nero sbiadito. In quel buco nero entra tutta la luce emanata dal mondo. In quel buco sta, ancora una volta, la band del disco precedente, band che pare abbia assolto ai suoi doveri. Gira porterà Swans a un livello diverso, più “ridotto”, così dice, e in “Birthing”, sempre a suo dire, ci sono già indizi di quel che verrà. Sembra un’infinita serie di lungometraggi, la storia di Swans. Intanto, qui, Puleo, Pravdica, Schechter, Hahn, Mullins e Westberg intersecano corpi e menti con quelle di Michael. Creano un altro pianeta, lo terraformano, e poi lo abbandoneranno. Così è, se vi pare. Così va la vita di Swans.

Lo si capisce dal minutaggio, che quel che troveremo qua, non è la stessa materia del disco arrivato appena due anni fa. Solo la genesi è in eterno ritorno, quello di una chitarra acustica in un ufficio, in attesa che le componenti arrivino ad aggiungersi, creando, terraformando. È dal ritorno di Swans dopo l’implosione, nello specifico dal gargantuesco e ancora inarrivabile “The Seer”, che Gira ricostruisce tutto, in sottrazione e poi ancora in addizione. C’è una via comune nella mutazione, solo non saprei descriverla. Chi dice di potere, si arroga un diritto che è di nessuno, per questo recensire Swans è cosa che non si fa a cuor leggero.

Le anime di Gira, femminile e maschile, forse più che altrove, nella prima parte di “Birthing” trovano la loro incarnazione. The Healers e I Am Tower si guardano da una parta all’altra dello specchio, complementari, spirito di pace e spirito di vendetta. Il gioco dei silenzi, di una musica che soffia, di strumenti che crescono in intensità, nella prima, che scoppiano senza farlo, un movimento orizzontale mentre si sta in ginocchio a pregare per la salvezza, elegie ecclesiastiche nella seconda, aleggia perpetuamente e, elettrizzandosi, torna a essere colpo orizzontale questa volta wave, dritto, bassi e batterie perforano, è tutto lineare, la chitarra si tende più che può, in forma canzone quando sembrava non essere più possibile, quel rock a lungo disintegrato Gira lo ricompone e, con dolcezza assoluta, dice che tutto è suo, che lui è “LA FINE DEI TEMPI”. Sensuale, morbido, POP, persino. Sì. Cantabile. Puoi pure fischiettarlo ad libitum, perché così lo suonano, quel giro wave. In un soffio cambia tutto, la grandeur si manifesta in colpi di tamburo, mentre piove suono e le chitarre “gridano” lontane, Birthing è manifesto delicatamente epico, una marcia verso l’infinito (“I’ll go now…”, “Will it end?”), fiati, ottoni che scoppiano di una gioia latente, gioiosa e aperta asfissia, tutto gira in cerchio attorno a un perno che brilla di luce propria fino a crollare inesorabilmente trascolorando nella violenza. Come un innesco.

Red Yellow, una filastrocca post-punk spaventosa di ombre striscianti, “Lust: is in us./ Disgust: is in lust / Lust: is disgust…”, un terrore innervato a fondo, orripilante, che sa di angoli oscuri e lerci. L’ombra si allunga su Guardian Spirit, facendosi ancor più scura, ancora marciando, questa volta verso la sepoltura, squarci elettrici che tagliano la nebbia, Gira mostruoso “The deeper you breath, the deeper I breath / To sever the seam, cut me in your dream”, un incubo “In my universe, your future is past”, demoniaco “My life is your death”, cresce, sente il grido arrivare dallo stomaco, maligno, sordido, tutto si sfascia in fretta. Voce d’infante, “I love you mommy”, e il rumore investe tutto, deragliamento industriale, The Merge schiaccia sotto il peso di una montagna, giro di basso come martirio mentale, glitch che infestano la macchina umana e la massacrano preparandole per l’epilogo affidato a (Rope) Away, estensione di un cosmo melodico che pare non dover finire mai, ma è solo un’illusione…

Away, away, away, away, and gone.

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