
“Don’t Believe the Truth” rappresenta il tentativo degli Oasis di ritornare alle radici del loro suono, cavalcando la cresta di un’onda nata dieci anni prima e lentamente svanita. In molti apprezzarono la direzione intrapresa, altri ritennero che l’album non raggiunse le vette musicali dei lavori precedenti. In ogni caso, resta un capitolo importante nella discografia della band.
Uscito il 30 maggio 2005, “Don’t Believe the Truth” è il sesto album degli Oasis, rilasciato sull’etichetta Big Brother Recordings Ltd, label fondata appositamente nel 2000 per pubblicare il materiale proprio dei fratelli Gallagher per poi, successivamente, firmare nel 2008 un accordo con la Sony BMG. Questo accordo conferiva loro i diritti di una parte concordata dei profitti derivanti dai successivi tre album. Il nome della label, ovviamente, deriva da Noel: fratello maggiore di Liam.
Tre volte disco di platino con novecento mila copie vendute nelle prime settimane del 2006, entra nelle classifiche europee direttamente in prima posizione, per superare oggi le oltre sette milioni di copie vendute in tutto il mondo. Di certo numeri importanti, ma non sufficienti secondo la critica per soddisfare le aspettative e raggiungere i capolavori che hanno lanciato gli Oasis nel mondo musicale, ovvero “Definitely Maybe” e “(What’s the Story) Morning Glory?”.
La creazione di “Don’t Believe The Truth”, infatti, arriva dopo un controverso ed emblematico periodo dei fratelli Gallagher. Nasce dopo un periodo di stallo artistico della band, dato che sembra che quanto più gli Oasis si impegnassero a fare bene, tanto più deludente sembrava apparire il risultato. Tutto ebbe inizio in realtà con “Be Here Now” (agosto 1997), album gonfio di frangenti rock roboanti ma che ebbe la sfortuna (o la fortuna), di uscire lo stesso anno di “Blur” dei Blur, “Urban Hymns” dei The Verve e “OK Computer” dei Radiohead. Tutti album che hanno portato il rock britannico verso nuove e smisurate direzioni, lasciando gli Oasis frastornati, complici sicuramente di questa esplosione, ma coscientemente delusi rispetto ai loro coetanei.
“Don’t Believe the Truth” avrebbe dovuto essere il miglior album degli Oasis degli ultimi otto anni e le aspettative erano molto alte. Ma, nonostante il numero di vendite, molti hanno scosso la testa dopo l’ascolto, sia tra i fans più appassionati che tra quelli più “occasionali”. Dopotutto, il perché è sufficientemente semplice da capire. Sebbene il ruolo di autore principale delle canzoni sia stato notevolmente ridimensionato, gli Oasis sono ancora il frutto del lavoro di Noel e, in genere, quasi tutte le composizioni dentro l’album risultano musicalmente contraddittorie.
Il primo singolo, Lyla, è particolarmente forte: un rock acustico piacevolmente freddo, orecchiabile e tagliente, in cui Liam si diverte a ripescare il fraseggio vocale da Street Fighting Man dei Rolling Stones. Mucky Fingers naviga sulla falsariga di I’m Waiting For the Man dei Velvet Underground, che viene riscattata dalla voce solista appassionata di Noel e dai fragorosi riempimenti di batteria di Zak Starkey durante l’outro. The Importance of Being Idle è, se vogliamo, l’ennesima incursione dimenticabile negli ultimi anni degli Oasis, e Part of the Queue ha una sorprendente somiglianza con il folk di Badly Drawn Boy.
Nota positiva resta Let There Be Love, che si rivela una delle ballate più robuste di Noel: qui la band mostra effettivamente una certa crescita, optando per un tono più sobrio, invece degli eccessi musicali che ci aspettavamo.
In “Don’t Believe the Truth” la produzione è stata ridotta all’essenziale, al punto da suonare a tratti metallica, il turgido suono della chitarra è praticamente inesistente e il disco nel complesso è il più snello e concentrato della band da molti anni a questa parte. Ciò che colpisce di più è il suono della batteria; Alan White, pur essendo un percussionista di grande talento, è stato uno dei motivi principali dietro i momenti più esagerati della band e, sebbene il suo sostituto, Zak Starkey (figlio di Ringo Starr), non abbia lo stesso spiccato talento, porta semplicità e immediatezza alla musica, e il resto della band sembra seguire l’esempio.
Per fare un ulteriore passo indietro in realtà, la discesa della band inizia con “Standing on the Shoulder of Giants” del 2000 rivelandosi promettente in brani come Fuckin’ in the Bushes (diventando brano di apertura praticamente di tutti i loro live), Gas Panic! e Where Did It All Go Wrong?. Meravigliosi, ma il resto del disco non sembrava di fatto, musicalmente, ostentare ciò che il loro comportamento ribelle e la loro immagine ha fatto al posto delle tracce. “Heathen Chemistry” del 2002, per citarne un altro, fu una causa persa in partenza, una vuota riproposizione dei cliché degli Oasis che nemmeno il divertimento svampito di The Hindu Times riuscì a salvare. Per tutto questo tempo, Noel ha sostenuto che ogni nuovo album degli Oasis sarebbe stato un cambiamento radicale, ma ogni volta gli album risultanti si sono sempre ritirati nei comodi confini delle stanche imitazioni dei Beatles, dei soliti riff rock e della semplice pigrizia nella scrittura delle canzoni.
“Don’t Believe the Truth” quindi, purtroppo, è ben lungi dall’essere un album perfetto, ma nonostante tutto, il fatto che per la prima volta in quasi un decennio si possa udire una sottile vera energia old style nella musica degli Oasis, fu sufficiente a dare ai fan la speranza che questa band potesse ancora avere un po’ di vita musicale. Ovviamente, tolti dalle scorribande e dalle litigate che negli anni hanno sostituito quasi la loro musica, relegando la bravura sotto l’enfasi da arroganti ragazzi inglesi. Troppo talentuosi per non ripetersi, infatti, ma il dato di fatto resta che il loro successo è stato inequivocabilmente e musicalmente in perpetuo declino, rendendo sempre meno probabile, anno dopo anno, la prospettiva di un ritorno in vera forma. Del resto in molti, quelli meno sognatori, avevano percepito che non ci sarebbero più state molte strade da percorrere insieme, da parte di entrambi. Cosa che successe nel 2011 a Liam con i Beady Eye. E il resto è storia.
