Kaleo – Mixed Emotions

Recensione del disco “Mixed Emotions” (Atlantic, 2025) dei Kaleo. A cura di Giovanni Davoli.

Parafrasando Mark Twain, ho sempre trovato la notizia della morte del rock un tantino esagerata. Se poi si riferisce al fatto che non domini più le classifiche, o al fatto che da inizio secolo non si sente più nulla di veramente e sconvolgentemente innovativo nel genere, è un altro discorso. Ma se s’intende che non escono più dischi nuovi di buon rock, allora devo dissentire. Sono oltre un paio di lustri che gli islandesi Kaleo smentiscono questo luogo comune.

“Mixed Emotions” è il loro quarto album che continua sulla scia di un blues rock dalle radici classiche. Una raccolta di 10 brani di cui 5 usciti in singolo negli scorsi 14 mesi. La voce di Jokul Juliusson continua a mantenersi significativa e conferisce forza ad ogni verso che canta. Si comincia con un blues pesante e downtempo, Bloodline: “my bloodline will die with me” è la conclusione poco ottimista di Juliosson. Il ritmo si alza un pò con USA Today, laddove il blues si fa più animato e rumoroso anche per le soluzioni sonore di chitarra e tastiere. Fin qui tutto benissimo. La band sta sul pezzo e mantiene l’intensità per cui si fece famosa nel 2016 con il singolo virale Way Down We Go. Rock’n Roller è invece il momento più scontato e meno originale del disco: un semplice rock’n roll un po’ urlato, su cui non c’è molto da dire se non che assomiglia a tante altre cose già sentite da decenni. Bellissima invece Run No More, un pezzo da grande musica “americana” in cui Juliosson sembra intonare una specie di preghiera: “one day baby, we don’t have to run no more”. Forse una delle migliori tracce che la band ha finora mai prodotto. Il livello torna a scendere con Back Door, di nuovo un rock’n roll non troppo originale. 

Passando al lato B del vinile, sfilano una serie di “ballads” una migliore dell’altra. Lonely Cowboy svolge una bella melodia con un accompagnamento da film western. Il risultato finale ti fa venire voglia di essere riascoltato a ripetizione. The Good Die Young non è da meno: un’altra bella ballad che va in crescendo. Si sente che l’ispirazione non ha abbandonato Juliusson & co. Con Legacysiamo allapower ballad: pianoforte e grandi dichiarazioni del tipo: “I’m going to live forever”. Un altro picco d’ispirazione, con un cantato che non lascia indifferenti. Memoirs invece parte più sottile, con un accompagnamento di chitarra acustica, per poi virare su suoni e cori sempre più pieni che riempiono la stanza. Infine, una traccia in islandese, Sofou Ungs Astin Min. Un momento intimo che sembra discostarsi dal tipico rock blues dei Kaleo per suonare più simile a una band islandese. In realtà si tratta di una ninnananna che una madre canta al suo bambino prima di gettarlo in una cascata, come accade nell’opera teatrale scritta da Juliosson, da cui il pezzo è tratto.

Insomma, il rock non è morto. Sono tutte baggianate. Scala le classifiche solo in Islanda, è vero. Non ci stupisce più come stupiva una volta con cose veramente nuove e innovative. Ma conta ancora su giovani interpreti in grado di dare al genere nuova linfa e trasmettere ai fan un rinnovato entusiasmo.

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