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Like Dead Flowers: 20 dischi per conoscere il Midwest Emo

Ci troviamo a metà degli anni ’90. Gli almanacchi del rock stanno cambiando, e nascosto tra i meandri della musica punk rock e dell’hardcore, prende forma uno dei generi che ridefinirà questa espressione musicale: l’emo. Mentre gli esperti lamentano la morte dell’industria musicale e denigrano gli adolescenti per la loro morale, gruppi sinceri come Dashboard Confessional, Jimmy Eat World e Thursday vendono centinaia di migliaia di album grazie alla dedizione, ai tour incessanti e al rispetto per i propri fan.

È proprio tra i giovani e la musica empatica che nasce una relazione speciale, capace di guidarli in un percorso di scoperta e definizione di sé. Purtroppo, negli ultimi vent’anni la parola “emo” è diventata oggetto di scherno e fraintendimenti, ma solo di recente ha potuto rifiorire. Andy Greenwald, autore del libro Nothing Feels Good – Punk Rock, Teenagers and Emo, sostiene che l’emo è molto più di un genere musicale: è un rito essenziale dell’adolescenza. Dagli anni ’80 ai primi anni 2000, dal seminterrato allo stadio, dal diario allo schermo del computer, l’emo è la cronaca musicale del riflesso interiore ed emotivo, e racconta un movimento che si sviluppa in tempo reale, con cuori autentici in gioco.

Sono andato al liceo con il leader del cosiddetto ‘revival midwest emo’. Quel ragazzo era Evan Weiss, degli Into It. Over It.

anonimo

Tra i progetti più rappresentativi del genere — come The Get Up Kids, Mineral, Braid e The Promise Ring — si forma, quasi come in un’istantanea, quello che potremmo considerare il “figlio” di questa nuova espressione musicale: il Midwest Emo. Si tratta di un sottogenere che dà voce al disagio interiore del liceale in pantaloncini cargo e maglietta di una ditta edile dell’Idaho, appassionato di sport ma affranto dall’amore non corrisposto. Queste saranno le coordinate del nuovo fenomeno artistico, che conoscerà due principali ondate: la prima alla fine degli anni ’90, esaurendosi intorno alla metà dei 2000; la seconda, più vivace, all’inizio del 2009, proseguendo fino ai giorni nostri.

Il termine “Midwest” fa riferimento alla regione del Medio Occidente degli Stati Uniti, comprendente stati come Illinois, Indiana, Iowa, Michigan, Minnesota, Missouri, Ohio e Wisconsin. Musicalmente parlando, il Midwest Emo non si discosta molto dal suo predecessore, ma pone maggiore enfasi su melodie articolate, riff arpeggiati e influenze che spaziano dall’indie al math rock, dall’alt rock al post rock. Tuttavia, se già non è facile definire l’“emocore” per via della sua varietà stilistica, con il Midwest Emo il compito si fa ancora più complesso.

Negli ultimi 10–15 anni, questo sottogenere è diventato una vera e propria favola dell’Internet, grazie al revival che ha preso piede sui social, nei forum e su subreddit dedicati. Ma non è tutto oro ciò che luccica: alcuni album sono attribuiti a band fittizie, prive di identità o informazioni verificabili. Inoltre, il numero di album realmente rappresentativi è piuttosto limitato. Per questo motivo, ci concentreremo su quei dischi che, secondo noi, rispecchiano l’estetica e la provenienza geografica del Midwest, inserendo anche qualche eccezione coerente con il contesto, ma proveniente da zone limitrofe.

Estendere il discorso all’emo in senso lato creerebbe molta confusione, esponendoci a un panorama troppo vasto, che include realtà storiche come i Sunny Day Real Estate da Seattle, i Flake Music dal New Mexico o i Christie Front Drive da Denver, Colorado — senza contare le vivaci scene emo in Inghilterra, Spagna, Russia e Giappone.

Quella che segue non sarà una classifica, ma piuttosto una guida: un viaggio nella cronologia e nell’evoluzione di questo affascinante sottogenere.

Cap’n Jazz – Shmap’n Shmazz (1995)

Mike Kinsella, prima di approdare definitivamente agli American Football, passò proprio da quelli che possono essere considerati i padri fondatori del Midwest Emo. Dopo lo scioglimento della band, si affermò per la prima volta con il progetto Joan of Arc. Avremmo dovuto aspettare ancora qualche anno per “Never Meant“, ma nel frattempo, con “Shmap’n Shmazz“, Mike era poco più che un ragazzino, non ancora ventenne. Qui assistiamo a un lavoro ancora fortemente legato al post-hardcore: un sound grezzo, chitarre ruvide e una produzione tutt’altro che rifinita. Eppure, preso nel suo complesso, si notano fin da subito gli elementi caratteristici che getteranno le basi di quello che diventerà il suono unico e inconfondibile del genere.

Boys Life – Departures and Landfalls (1996)

Dal Missouri, i Boys Life si ritagliarono un posto nel Midwest autentico, proponendo una formula punk rock che ricordava da vicino gli Stiff Little Fingers. Il loro lavoro più celebrato è sicuramente l’omonimo del 1995. Tuttavia, noi proponiamo “Departures and Landfalls“, uscito l’anno successivo, per la sua maturità compositiva e perché rappresenta l’ultimo capitolo di una band che avrebbe potuto diventare un punto di riferimento del genere. Una carriera breve ma prolifica, composta da soli due album e quattro EP in tre anni di attività. Solo il web farà il suo dovere, riportando in auge la loro discografia grazie alle piattaforme di streaming musicale. È proprio in seguito a questa riscoperta che, nel 2015, si tenne una reunion celebrativa con un piccolo tour limitato al Kansas.

Mock Orange – nine & sixes (1998)

Quella dei Mock Orange non è una delle storie più straordinarie del genere, ma rappresenta una carriera solida, con una discografia tutto sommato valida e rispettabile. Oltre a qualche apparizione su MTV nei primi anni 2000 insieme ai Minus the Bear, l’emo proposto da questo progetto si inserisce pienamente nella prima ondata di fine anni Novanta. Probabilmente i nuovi ascoltatori del genere non conosceranno né questo album né la band stessa, ed è proprio per questo che consigliamo senza esitazioni “Nine & Sixes“: un disco che, oltre a evidenziare un’anima emo ben definita, presenta notevoli influenze post-grunge e alternative rock.

American Football – LP1 (1999)

Li avevamo già incontrati nella classifica dei “30 dischi emo più importanti di sempre” curata dal nostro Andrea Vecchio (qui per recuperarla), ma li riproponiamo perché “LP1” non può assolutamente mancare in questa guida. Si tratta probabilmente dell’album che oggi sta formando una nuova generazione di Millennials e Gen Z più malinconici — oltre a essere, a tutti gli effetti, un disco fondamentale. Gli American Football non hanno bisogno di grandi presentazioni, ma va detto che la band sta vivendo una vera e propria seconda vita grazie al revival emo e alla grande eredità che le è stata riconosciuta dal nuovo pubblico. “LP1” è un album poliedrico, che esplora varie sfumature sonore: dal math rock fino a inserti jazzati. Composto in soli quattro giorni, rimane ancora oggi una pietra miliare, non solo per il valore musicale, ma perché rappresenta l’inizio di una vera e propria subcultura giovanile americana.

The Casket Lottery – Survival Is for Cowards (2002)

Questo progetto potrebbe non suonare familiare a molti, così come il nome del loro leader, Nathan Ellis, ma entrambi meritano attenzione. I The Casket Lottery nascono principalmente da un gruppo di amici legati ai Coalesce, storica band mathcore degli anni Novanta (insieme ai Botch), e Nathan fu anche il bassista dei Coalesce stessi. Il progetto prende forma da un background hardcore, e “Survival Is for Cowards” appare inizialmente come un lavoro dalla struttura metal. Il risultato, però, è un emo che in alcune sue sfumature guarda da lontano a un metalcore ancora in via di definizione. Il disco che ne nasce è energico, passionale e profondamente struggente.

Empire! Empire! (I Was a Lonely Estate) – What It Takes to Move Forward (2009)

Con questo album si apre la seconda ondata del Midwest Emo. Gli Empire! Empire! (I Was a Lonely Estate) — progetto dei coniugi Keith e Cathy Latinen — vennero considerati, all’epoca, i nuovi padrini della scena emo, proprio nel periodo in cui gli American Football erano ancora sciolti. “What It Takes to Move Forward” resta tuttora una meteora brillante nella storia della musica emo, tanto da essere inserito da Vulture.com nella lista dei 100 migliori dischi emo di sempre. Sebbene la loro carriera sia stata breve, la band ha recentemente dichiarato che potrebbe tornare con nuova musica e un nuovo tour…a patto che i Detroit Lions vincano il Super Bowl nel 2025.

Joie De Vivre – The North End (2010)

Da qui in avanti, il Midwest Emo prenderà due direzioni: una più fedele alla tradizione e un’altra più orientata verso l’indie e il post-rock. In quest’ultima rientrano i Joie De Vivre, originari dell’Illinois. “The North End racchiude perfettamente la solitudine e l’ingenuità adolescenziale, trasformandole in musica. È un’emo da cameretta, con un tocco sperimentale molto preciso: l’uso dei fiati. In particolare, la tromba interviene nei momenti più emotivi, come nel brano Upper Deck San Diego, ricordando vagamente le atmosfere malinconiche dei Mumford & Sons. Un disco da fare proprio, da ascoltare in completa solitudine, in quei momenti dove ci si sente fragili ma vivi.

Brave Little Abacus – Just Got Back From the Discomfort—We’re Alright (2010)

Il primo vero fenomeno emo nato e cresciuto su internet, esploso nei forum. I Brave Little Abacus sono un caso raro, ma anche stranamente affascinante. La loro declinazione del Midwest Emo parte da basi canoniche, ma devia con decisione verso l’elettronica: immaginate loop vocali, tastiere predominanti e momenti in cui lo stile sembra avvicinarsi più a Fatboy Slim che a Cap’n Jazz. Il proseguimento della tracklist si muove su binari caotici e quasi da chamber pop destrutturato, dando vita a un esperimento che sfugge a ogni classificazione. Sarebbe inutile estendere il discorso a una scena simile: i Brave Little Abacus restano un unicum, e tra tutti i progetti più “fuori asse”, sono forse i più accessibili.

Modern Baseball – Sports (2012)

La leggenda vuole che i Modern Baseball siano nati per amore: Bren Lukens (chitarra e voce) si innamorò della sorella di Jake Ewald (chitarra solista), e da lì tutto ebbe inizio. Il nome della band deriva dal titolo di un libro: Modern Baseball Strategy. Inizialmente si esibivano in contesti intimi — case condivise, piccoli spazi autogestiti — e quando pubblicarono il debutto Sports, diventarono rapidamente un punto di riferimento per la scena locale del Maryland. I loro concerti si tenevano spesso in salotti o seminterrati, con un biglietto d’ingresso che costava 3 dollari… oppure una foto di Michael Jordan. Nessuno si sarebbe aspettato che, anni dopo, “Sports sarebbe entrato nella Billboard 200 dei dischi emo. E invece, la leggerezza malinconica di quei pezzi divenne il manifesto di un’intera generazione.

You Blew It! – Grow Up, Dude (2012)

Nello stesso anno dell’esordio dei Modern Baseball, spuntano i You Blew It!, forse una delle realtà più autenticamente indipendenti della scena. Portano con sé un forte background math rock, che si mescola in modo efficace al linguaggio emotivo dell’emo revival. Purtroppo, anche questo progetto ha avuto vita breve. Tuttavia, hanno lasciato il segno — tra le altre cose — con un mini tour di tre date insieme a una delle loro band di riferimento: gli American Football. “Grow Up, Dude” resta senza dubbio il loro lavoro più completo e rappresentativo, prima che alcuni membri intraprendessero il progetto parallelo Couplet, insieme a esponenti di Into It. Over It. e Sincere Engineer.

Camping In Alaska – please be nice (2013)

Taekwondo, liceo e una passione sfrenata per il punk: sono questi gli elementi che hanno dato vita ai Camping In Alaska. “please be nice” nasce proprio da queste esperienze, sviluppando — fin dall’età di 15 anni, dentro un garage — quello che sarebbe diventato il sound inconfondibile della band dell’Alabama. Temi come lo skate, il tempo perso a scuola e i pomeriggi nei parcheggi diventano l’immaginario collettivo di un Midwest emo più ingenuo e adolescenziale, sincero nella sua semplicità.

Marietta – Summer Death (2013)

Nonostante su di loro circolino poche informazioni, “Summer Death” è sempre stato considerato un disco di culto dell’emo revival. I Marietta — nome ispirato a una frazione nei pressi della Pennsylvania — evocano con la loro musica un’idea di casa, università, famiglia e amicizie perdute. L’album affronta in modo diretto i temi della salute mentale: Ethan Willard (chitarra e seconda voce) conviveva infatti con DOC e ansia. Chitarre stonate, testi urlati e melodie strascicate rendono questo disco perfetto da cantare con amici e partner nei momenti più fragili.

Foxing – The Albatross (2014)

Il Missouri non era mai stato così freddo, almeno musicalmente parlando. È proprio questa sensazione di gelo che rende “The Albatross” dei Foxing così profondamente autunnale. Il disco prende a piene mani dal folk e dal post-rock, portando la band a suonare in tour con progetti importanti — il più celebre, quello insieme ai Brand New. Brani come Inuit, The Medic e Den Mother sono stati eseguiti anche in Europa, rendendo i Foxing uno dei nomi più riconoscibili della scena emo post-2010.

The Hotelier – Home, Like Noplace Is There (2014)

Adesso ci spostiamo leggermente dalla zona medio-occidentale degli Stati Uniti per parlare dei The Hotelier. Non sono propriamente autoctoni, ma si trovano poco distanti dal confine, affacciandoci così sul Massachusetts. Non parlare di “Home, Like Noplace Is There” sarebbe un grande errore, perché si tratta di uno di quei capisaldi non solo analizzati dalla critica di settore, ma anche idolatrati (e a volte tossicamente) dal fandom. Per cui, se siete in astinenza dalla bellezza di “LP1“, questo album può essere il rimedio perfetto.

The World Is a Beautiful Place & I Am No Longer Afraid to Die – Harmlessness (2015)

Forse è l’unico progetto con il nome più lungo della storia del Midwest (e non solo), ma anche con un numero impressionante di musicisti al suo interno: ben otto. Dal Connecticut, i The World Is a Beautiful Place & I Am No Longer Afraid to Die sono attualmente l’unico progetto sotto una major, la storica etichetta Epitaph. Con il brano January 10th, 2014 hanno segnato un’epoca fondamentale anche per le nuove generazioni a venire. “Harmlessness“, uscito nel 2015, rimane ancora oggi una piccola perla dalle atmosfere malinconiche, stratificate e di incommensurabile bellezza.

Mom Jeans. – Best Buds (2016)

Dopo essersi conosciuti all’università di Berkeley, i Mom Jeans hanno visto crescere notevolmente la loro popolarità grazie ai trend virali di TikTok. I loro testi identificabili e il sound nostalgico hanno conquistato un pubblico giovane, portando a una rinascita dell’interesse per il genere emo. Le clip di “Best Buds“, spesso abbinate a contenuti emozionali o umoristici, hanno catturato l’attenzione degli utenti, incrementando streaming e interazioni sui social. Grazie alla condivisione di momenti e brani preferiti da parte dei fan, la band ha costruito un seguito affezionato, consolidando il proprio ruolo nell’emo revival. Questa crescita organica ha permesso ai Mom Jeans di connettersi con una nuova generazione di ascoltatori, ancora oggi molto attiva.

Olde Pine – The Jawns (2016)

Con gli Olde Pine, anche loro dal Massachusetts, ci si immerge in un sound che la band definisce Math Pop. In realtà, è un’etichetta di poco conto, utile solo a descrivere l’uso di tastiere in diversi brani, come in King Tut’s Burial Mask Has Been “Irreversibly Damaged”. Qui si parla di Midwest con elementi di chitarra math rock, il tutto condito da un’attitudine prettamente punk e da un’aria nostalgica. “The Jawns” ripercorre il sentiero di molte altre band simili, distinguendosi però per un sound leggermente più alternativo.

Charmer – Charmer (2018)

L’omonimo dei Charmer è una vera delizia: una musica che omaggia il passato dei mostri sacri del genere, ma che guarda con attenzione al futuro. Chitarre “matematiche” e una batteria dal tiro hardcore accompagnano testi che gridano “non miglioreremo mai” — un’esultanza generazionale che ancora brucia dentro. Dopo cinque anni di assenza, la band tornerà finalmente quest’anno con un nuovo album, intitolato “Downpour“.

Summer 2000 – John Krasinski (2021)

A volte Reddit è un posto meraviglioso, e i Summer 2000 sono una di quelle realtà che inizialmente si pensava non esistessero. Questo perché, tra discussioni e meme, molti progetti midwest emo vengono presentati come band immaginarie o “one man band” che pubblicano solo full-length. E invece, i Summer 2000 esistono davvero. Non solo sono una gemma dell’internet, ma anche dei palchi. La loro musica rompe gli schemi per affrontare temi inusuali, come le serie TV. “John Krasinski” è un concept album dedicato al personaggio di Jim Halpert della celebre The Office. Nel 2024 è prevista l’uscita del disco più atteso: “Phteve“, dedicato a Michael Scott, interpretato da Steve Carell.

Bug Heaven – We Love to Live in Hell (2022)

I Bug Heaven rappresentano al meglio il Midwest degli anni ’20 del Duemila. “We Love to Live in Hell” ha un sapore post-hardcore e alternative rock, quasi nello stile dei Weezer. Brani come Quitter, Alone Time e No Better (Party Dad Forever) sono tra i momenti imperdibili dell’album. Nonostante si sia già detto tutto sul genere, i Bug Heaven riescono a suonare freschi e originali. Attualmente molto richiesti anche nei festival, attendiamo con curiosità notizie su un nuovo album.

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