
Ma voi ci avete mai pensato, a scrivere un libro di quasi cinquecento pagine sul pop-punk? Cinquecento pagine, non sto scherzando. Un’antologia, un sussidiario con tanto di congedo. Io personalmente non ho mai pensato nemmeno che qualcuno ci si potesse cimentare, in un’opera del genere.
E invece, Rino Gissi ce l’ha fatta. Dopo un libro sui Death di Chuck Shuldiner e uno sul Lanerossi Vicenza, eccolo alle prese con un vero e proprio fenomeno culturale, raccontato in un arco temporale di quasi vent’anni. “What’s My Age Again. Ascesa, declino e rinascita del pop-punk” è una lunga storia raccontata anno dopo anno e disco dopo disco. Nella quale l’autore fa una dettagliata recensione, canzone dopo canzone, di ogni lavoro che appartiene, culturalmente, a quest’irrefrenabile onda.
Tutto ebbe inizio con l’idea di Brett Gurewitz, quel Mr. Brett dei Bad Religion che tutti conosciamo, che tramite la sua etichetta indipendente, la Epitaph, scelse di dare spazio e voce a bands non dichiaratamente hardcore o old school. Dischi su dischi, tour americani dopo tour americani, ecco quindi spuntare, nella mischia, Offspring e Green Day. Siamo agli inizi degli anni ’90 e negli Stati Uniti, si sa, andava di moda il grunge. Seattle, New York, Chicago. La California, però, grazie all’opera di questa semisconosciuta label e di molte altre piccolissime realtà locali, diventa ben presto il punto di riferimento geografico per tutto il punk mondiale.
Gissi parte da una tappa fondamentale di questa rivoluzione copernicana: la pubblicazione di “Suffer” dei Bad Religion. Armonie e melodicità prendono il posto di eccessi e attitudine. Abbigliamenti più casual e griffati sostituiscono borchie e creste. Gli skaters iniziano ad appassionarsi a queste giovani bands lasciando l’hip hop sempre più ai margini delle città. Senza questo lavoro, pubblicato ovviamente su Epitaph, non sarebbero stati scritti “Smash” e “Dookie”, veri capisaldi della prima ondata di punk californiano che in pochi mesi conquistò il mondo e che vide il suo massimo fulgore, ovviamente, grazie all’opera dei Blink 182, che con “Enema of the State” riscrissero definitivamente il concetto di “punk”.
Vengono però anche raccontate le radici vividamente underground di questi gruppi e di tutti i loro epigoni: Rino Gissi lo fa attraverso aneddoti, testimonianze dirette, racconti di chi c’era. Al Gilman St. come al Vans Warped Tour, negli scantinati di Santa Monica come nei teatri. Dà voce ai frontmen più acclamati e conosciuti, ma anche ai normali “addetti ai lavori”, come Fletcher Dragge dei Pennywise, che all’epoca del successo di “Smash” e della successiva firma da parte degli Offspring per una major, arrivò persino a lodare la coerenza degli odiati hippies, che a differenza dei suoi amici punk non si erano svenduti alle multinazionali musicali.
Come ogni fenomeno culturale, però, anche quello legato al pop-punk ha avuto alti e bassi, contaminazioni e ritorni di fiamma, seguendo un andamento ondivago con il passare degli anni: ecco allora le influenze dark di Alkaline Trio e My Chemical Romance, ecco il cowpunk dei Social Distortion, ecco i Millencolin che raggiungono la maturità artistica con “Pennybridge Pioneers”. Ecco i Sum 41 che presto divagano nel thrash metal ed ecco l’impegno politico di Anti Flag (incredibile l’aneddoto sui negozi di dischi di mezza America che ritirano i loro dischi dopo l’11 settembre perché definiti “poco patriottici”) e di New Found Glory.
“What’s My Age Again” è una raccolta di tutto ciò che abbiamo vissuto in quegli anni, ma con una vena giornalistica ed indagatrice che non lascia spazio e facili sentimentalismi o nostalgia. Rino Gissi ci spiega come sono andate le cose, tutto qui. Ci racconta una generazione capace di cambiare le regole del gioco.
Traspare, nelle pagine del libro, un perenne sentimento di dubbio, una dicotomia tra l’abbandonare la strada dell’impegno e della coerenza verso i fans della prima ora e lo scrivere dischi per una major, sinonimo di notorietà e soldi.
“Buddha” venne pubblicato grazie ai soldi prestati dal datore di lavoro di Hoppus, per esempio. È normale, quindi, sentirsi traditi, o anche il pubblico deve dimostrare una ferrea coerenza nei confronti delle proprie passioni? Questo volume, edito per l’attentissima Arcana, non ci dà risposte. Nella sua freddezza, però, ci consente di farci un’idea ben precisa e disincantata di cosa fu realmente quell’epoca.
L’album tiene subito testa al colossale “Millennium” dei Backstreet Boys, uscendo a testa altissima da un confronto apparentemente impari. I Blink sono in tour quando il disco inizia a spopolare. Joey Cape, frontman dei Lagwagon (la band che accompagna i tre in tour), ricorda: “Vendevano tipo 90mila copie al giorno, e gli dicevo cose del tipo: ‘Che cazzo fate qui? Perché restate in tour con i Lagwagon?”