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Back In Time

“TheFutureEmbrace”: l’abbraccio freddo di un artista in transizione

Nel giugno 2005, a due anni dal naufragio degli Zwan e cinque dalla fine (provvisoria) degli Smashing Pumpkins, Billy Corgan torna con un disco solista che sa tanto di esperimento e poco di convinzione. “TheFutureEmbrace” arriva sulle spalle di un artista già alle prese con l’ombra lunga del proprio passato, intenzionato a cambiare pelle ma ancora incerto su quale direzione prendere davvero.

Il risultato è un album intriso di synth-pop dai tratti shoegaze, che prova a indossare una veste più rarefatta e contemplativa. L’idea di fondo è chiara: smarcarsi dal peso delle chitarre fuzz e dei muri sonori del decennio precedente per esplorare un suono più freddo, filtrato, distante. Il problema è che questa svolta viene messa in pratica con una prudenza eccessiva, al limite dell’inconsistenza.

Eppure, l’inizio lascia sperare. All Things Change è una dichiarazione d’intenti semplice e genuina, con quel “we can change the world” ripetuto come un mantra da un Corgan che sembra volersi riavvicinare all’umanità. Mina Loy (M.O.H.) aggiunge un nervo rock alla base elettronica, mentre The Cameraeye si muove in territori più oscuri, anche se resta a metà strada tra suggestione e confusione. Poi arriva To Love Somebody: una cover dei Bee Gees che diventa il punto più alto del disco. La presenza di Robert Smith è tutt’altro che accessoria: ne viene fuori una ballata dream-pop dal cuore gelido e ferito, un brano che funziona proprio perché non cerca di essere troppo moderno né troppo nostalgico. Funziona perché è autentico.

Purtroppo da lì in poi il disco si adagia. Dia accenna atmosfere interessanti ma non va oltre, Now (And Then) e I’M Ready si perdono in un synth-pop levigato e prevedibile, Walking Shade – singolo scelto per trainare l’album – appare inspiegabilmente debole, mentre Sorrows (In Blue) è poco più di un lamento diluito. Pretty, Pretty Star almeno si fa notare per la sua melensaggine estrema, talmente esagerata da risultare (forse involontariamente) memorabile. L’ultimo respiro arriva con Strayz, una chiusura più sentita, malinconica e sincera, che restituisce per un attimo un Corgan più umano, meno costruito.

TheFutureEmbrace” non è un fallimento completo, ma è un lavoro che non riesce mai a colpire davvero. Rimane impantanato in una produzione omogenea, in scelte melodiche poco incisive, in una ricerca di misura che finisce per svuotarlo. È un disco che sembra voler dire: “guardate che posso anche essere sottile”, ma poi dimentica di emozionare.

Col senno di poi, è stato un passaggio necessario ma poco significativo. Un disco che ha provato a riavviare un percorso, senza riuscirci. Per fortuna Billy Corgan, poco dopo, ha rimesso insieme i pezzi – e i Pumpkins – tornando a parlare con voce propria. Non tutti sono tornati, certo, ma abbastanza da farci dimenticare – o quasi – questa parentesi solista. E da farci dire, con un mezzo sorriso, che in fondo la zucca non si butta mai via.

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