
La ditta che si occupava dei videogiochi, del calcino e del juke-box della Cooperativa era una ditta che aveva il magazzino a fondovalle. Il furgoncino con cui mandava in giro i suoi dipendenti aveva un logo giallo e rosso sul portellone posteriore, con un fulmine disegnato in modo stilizzato ma efficace. Arrivava sempre, su in paese, per la manutenzione delle macchine o per recuperare gli incassi, un omone nerboruto e schivo, vestito di blu. Gentile, ma non sorrideva mai. Aveva dei baffi sottili e ben disegnati e lo sguardo triste. Passava una volta alla settimana, di solito il lunedì o il martedì appena prima di pranzo, dopo che era stato in tutti i bar, i circoli e le trattorie della valle, sin dalle prime ore della mattina. Arrivava alla Cooperativa stanco, ordinava un caffè, lo beveva al bancone con due bustine di zucchero dentro, mentre ci guardava con la coda dell’occhio. Sapeva che eravamo lì per scroccare qualche partita gratis ai videogiochi. Virtua Striker con la Nigeria, Street Fighter con Vega, quello del Rally che inizia con l’Acropolis. Andava sempre a finire così. Armeggiava per un paio di minuti, chinato davanti a quei marchingegni, e ci lasciava sempre del credito da sfruttare per le solite partite prima di rientrare a casa per il pranzo. Senza mai sorridere. Non che fosse arrabbiato. Aveva lo sguardo triste di chi lavora lontano da casa.
Una volta, era la terza settimana di luglio dell’anno 1995, però, successe qualcosa di inaspettato. L’omone arrivò in Cooperativa con un collega, più piccolo, più anziano, che sorrideva a tutti. Non presero il caffè e si diressero subito verso il juke-box, salutando a malapena le due bariste.
Sventrarono quella pesante cassapanca, che sino a quel momento avevamo considerato inespugnabile, solo con una chiave, aprendo la minuscola serratura in ferro posta sul davanti, e poi spostarono lateralmente le due ante di legno chiaro che racchiudevano in un abbraccio perenne, estate e inverno, i compact disc al suo interno, disposti e suddivisi in ordine alfabetico. Il collega che sorrideva a tutti prese una scatola che sembrava una scatola per le attrezzature da pesca e iniziarono a cambiare i dischi, facendo attenzione a non rovinare quelli che infilavano nei diversi settori. Ci misero venti minuti, per concludere il lavoro, poi richiusero le ante e assicurarono il mobile con due forti giri di chiave.
Ci guardarono.
“Siete stanchi della musica da discoteca che ascoltano i grandi, vero?”
In realtà no. Meglio quella delle compilation di Sanremo o i Litfiba. Meglio le due compilation del Festivalbar. Meglio non ascoltare nulla che ascoltare Lorenzo Jovanotti. Non rispondemmo, però. Né io, né gli altri due ragazzini che erano con me e che avevano assistito alla scena. Tentennammo.
Prese allora parola ancora l’uomo più anziano. “Abbiamo messo il nuovo degli 883, ci sono duemila lire di credito, sceglietevi voi le canzoni. Ci vediamo fra qualche anno!”
Se ne andarono, veloci. Forse avevano prenotato in trattoria, perché non presero il caffè nemmeno prima di risalire sul furgoncino bianco col fulmine della ditta di fondovalle.
Non ho mai letto fumetti in vita mia, e soprattutto non mi è mai piaciuto Dylan Dog. Lo leggevano tutti i miei coetanei, qualcuno persino di nascosto. Collezionavano le uscite, mettevano da parte i soldi delle paghette per assaltare le edicole. A me, invece, metteva angoscia. Sempre a correre, sempre a non saper spiegare come avvenissero i fatti, sempre affascinante e pieno di ragazze. Era una lotta perenne e senza via di fuga nella quale sguazzava bene. E poi quel suo aiutante baffuto. Odioso. Preferivo leggere i romanzi. In quell’estate dispari, con la guerra che imperversava in Jugoslavia, senza calcio, la copertina del disco nuovo degli 883, ispirata a Dylan Dog, mi buttò ancora più a terra. Avevo sopportato a malapena gli artwork dei primi due dischi, che ovviamente possedevo gelosamente, ma con quello de “La donna, il sogno e il grande incubo”, i due (che poi in quell’album erano diventati uno) avevano davvero toccato il fondo.
Dovevamo scegliere le quattro canzoni da ascoltare. Le radio avevano già passato in continuazione, da almeno un paio di mesi, Tieni il tempo e Una canzone d’amore.
“Non ascoltiamole ancora. Sentiamo le canzoni che non sono ancora famose”.
Già, perché era ovvio che in quell’estate così inutile sarebbero diventate delle hit quasi tutte le canzoni dell’album.
“Una canzone d’amore però va ascoltata.”
“Ma così ci bruciamo cinquecento lire per niente, la sappiamo già tutti a memoria.”
Ovviamente la riascoltammo, ed assieme a lei, di fila, Fattore S, che non capimmo, e Gli avvoltoi, che capimmo ancora meno. Parolacce ok, i nostri genitori avrebbero storto il naso come era già successo con gli altri album degli 883 che avevamo, ma se ne sarebbero fatti una ragione dopo poco tempo. Ci rimaneva una vita. Cinquecento lire di credito con otto scelte possibili.
“Ascoltiamo l’ultima.”
La selezionai io e rimanemmo in silenzio, mentre gli ingranaggi del juke-box sceglievano rumorosamente Gli anni. Il silenzio durò per tutta la canzone, e anche dopo. Si stava avvicinando l’ora di pranzo e non ci saremmo rivisti per, forse, tre o quattro ore, dipendeva dai compiti delle vacanze che dovevamo svolgere.
“Ma perché del Grande Real, se la Champions l’ha vinta l’Ajax? L’ha vinta l’Ajax, vero? Con il gol di Kluivert. E c’era anche Rijkaard, che è un ex del Milan!”
“Perché era una squadra ancora più forte.”
Rimanemmo ancora appoggiati ai muri del locale, senza dire una parola. Rispondere alle nostre domande sarebbe stato superfluo, non avrebbe avuto importanza. Il rumore della corrente che passava nei videogames e il fortissimo cinguettare che proveniva dal berceau fuori dalla Cooperativa erano le uniche cose che riuscivamo a percepire.
Il grande incubo dovrebbe essere la canzone che dà il titolo all’album. Voi l’avete già sentita per caso?”
“No. Ma ascoltiamola magari questo pomeriggio o magari un altro giorno.”
Fondamentalmente, era il coraggio che ci mancava.

“La donna, il sogno & il grande incubo” mi venne regalato in formato cassetta poco più di due settimane dopo, per il mio compleanno, festeggiato come sempre senza amici, dato il periodo vacanziero in cui tutti sono via. Non capii subito il significato di quella “e” commerciale nel titolo, ma poi ritornai coi piedi per terra e pensai che fosse una strategia per riportare il tutto ad una dimensione più americana, più tribale, ancora più dell’Uomo Ragno o del Far West dei primi due dischi.
Rivivendo quei momenti adesso, a distanza di trent’anni, lo posso affermare con certezza: ci siamo sentiti soli. Soli come si può sentire solo un ragazzino di 14 anni, non ancora adolescente ma nemmeno più bocha. Anche se non lo eravamo veramente: eravamo assieme ed avevamo famiglie pronte a sostenerci, compagni di classe e di squadra ad aspettarci. Eravamo dei privilegiati a cui facevano regali. Avevamo persino iniziato, da qualche tempo, a non prendere, sempre e in ogni occasione, i soliti schiaffi.
Avevamo ascoltato cose da grandi. O per lo meno, le avevamo ascoltate sentendoci grandi, come quelli che già studiavano per la patente, che avevano la fidanzata, che dovevano scegliere che cosa fare dopo le superiori o che già lavoravano in qualche officina e si stavano mettendo da parte i soldi per la moto. La nostra compagnia di amici aveva una vita di tre mesi scarsi e poi facevamo finta di non pensarci, durante i mesi di scuola, lontani gli uni dagli altri. Non importava, avevamo altro.
Io, per esempio, oltre a leggere romanzi perché non riuscivo a digerire i fumetti, ascoltavo normalmente gruppi più “alternativi”, rispetto agli 883. Quell’autunno sarebbe uscito, per esempio, “(What’s the story?) Morning Glory” e sarebbe cambiato ancora tutto, velocemente. Sarei stato pronto ad affrontare un altro inverno. Negli Stati Uniti avevano il Lollapalooza con i Cypress Hill e i Pavement, noi avevamo Le Rotonde di Garlasco con Max Pezzali e i paesani. Alla fine, quello che contava veramente era sognare in grande, anche se alle Rotonde non ci ho mai messo piede in vita mia. Non vedo molta differenza tra il cosiddetto “Produci, consuma, crepa” nichilista e un “non è così bello come dicono / non ti passa dura ore un attimo”. Stesse radici, stesso contributo emozionale e in fondo era proprio questo aspetto che contava.
Quelle parole, però, che erano entrate nelle nostre orecchie ma soprattutto nei nostri immaginari da ragazzetti di città trapiantati in vacanza, non se ne sarebbero mai più andate. Ci avrebbero accompagnato per tutta la nostra vita. Avremmo comprato uno zerbino con la scritta home giusto per ricordarci che fosse quella casa nostra. Avremmo passato le domeniche in coda per due ore di mare. Avremmo visitato un canile perché gli animali vanno aiutati e avremmo aiutato Emergency perché anche le persone, vanno aiutate. L’importante era non addormentarsi. I Nirvana avevano già scritto da un anno About a Girl, i Pulp erano freschi di Common People, i Presidents of the USA erano lì lì per pubblicare Lump. Tutto era ancora rimediabile ma ognuno di noi, dopo quel silenzio, quella paura del futuro e quella rassegnazione, avrebbe cambiato vita.
Ognuno a modo suo. Mentre nel mondo tutti dormono.
