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Back In Time

“¡Adios Amigos!”, l’ultimo giro di pista dei Ramones: scarpe slacciate, cuore acceso

Le canzoni dei Ramones sono come biglietti sgualciti lanciati dalla finestra di un treno in corsa. Brevi, grezze, incollate alla pelle. Non cercano perfezione, ma verità. Ogni brano è un colpo secco, una confessione lanciata dentro un amplificatore al massimo. ¡Adios Amigos!” non fa eccezione. È l’ultimo atto di una band che non si è mai piegata, nemmeno quando tutto intorno cambiava. Un addio che non fa drammi, non alza bandiere, non cerca applausi: ti guarda negli occhi, sputa a terra e se ne va.

Registrato nel 1995, il disco arriva quando il punk è ormai diventato una parola da t-shirt e MTV e non è più sublimato come espressione creativa, come metamorfosi della rabbia in musica ribelle .Ma i Ramones non si reinventano: restano fedeli a se stessi fino all’ultimo secondo. È questo che rende “¡Adios Amigos!” così autentico.

Non è un album nostalgico, né un capolavoro: è un testamento. E, come tutti i veri testamenti, parla più con ciò che è sottinteso che con ciò che dice apertamente. Il brano d’apertura, la cover fulminante di I Don’t Want to Grow Up di Tom Waits, è una dichiarazione d’intenti. “I don’t want to grow up” – Non voglio crescere. Un grido adolescenziale che qui suona quasi tragico, cantato da Joey con voce spezzata, consapevole. Non è più la ribellione dei vent’anni: è il rifiuto dolente di un mondo che ha perso innocenza e poesia.

Le chitarre di Johnny sono ancora taglienti, hanno un  suono acuto, aggressivo, secco , penetrante, che “taglia” letteralmente il mix sonoro, come una lama. Sono martellanti, ma meno rabbiose, più asciutte. Come se ogni nota fosse scelta con la cura di chi sa che il tempo sta finendo. C.J. Ramone prende spazio alla voce in più tracce, portando una certa freschezza, soprattutto in pezzi come Scattergun e Got a Lot to Say. La band sembra oscillare tra l’urgenza di chi vuole dire tutto prima che si spengano le luci e la stanchezza inevitabile di chi ha suonato ogni palco possibile.

La malinconia esplode in tracce come She Talks to Rainbows, dove Joey canta una ballata crepuscolare dal sapore quasi lisergico. “Parla con gli arcobaleni…” – poesia dolente di chi sa che l’amore, a volte, è solo distanza colorata. E poi c’è Life’s a Gas, la dichiarazione più disillusa e sincera dell’album: “Life’s a gas, and it’s gonna end” – La vita è una botta… e sta per finire. Non c’è autocommiserazione, solo la consapevolezza nuda e cruda del tempo che passa.

La produzione è essenziale, come sempre. Il disco è corto, diretto, quasi sfuggente. Ma è proprio questa la sua forza: nessun fronzolo, nessun compiacimento. I Ramones non si sono mai vestiti a festa, e neppure per il loro funerale lo fanno. Non tutti i brani brillano allo stesso modo, è vero. Alcuni sembrano più esercizi di stile che urgenze reali. Ma anche quando la fiamma si affievolisce, resta calda. “¡Adios Amigos!” non è un pugno in faccia come i loro esordi, ma è un abbraccio stanco, sincero, rumoroso.

I love you, but I don’t know what to say” – Ti amo, ma non so cosa dire. Forse è questo che i Ramones hanno sempre fatto meglio: urlare quando non avevano le parole!

¡Adios Amigos!” è il tramonto su una lunga autostrada punk. Non cambia la storia, non la riscrive, ma le dà una fine degna. È il gesto semplice di chi chiude la porta senza far rumore, anche se tutta la vita l’ha passata a farne il più possibile.

Un disco che si ascolta in venticinque minuti e si porta dietro per anni.

Un addio con le Converse slacciate e il cuore che batte ancora, anche da sotto una lapide con scritto “Hey 

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