
Trent’anni fa, nei Balcani si consumavano alcune delle pagine più buie della fine del XX secolo: il massacro di Srebrenica e il lunghissimo assedio di Sarajevo, durato quasi quattro anni, nel mezzo dell’Europa. Oggi, mentre affrontiamo nuove ferite che lacerano una tranquillità che davamo per scontata, è giusto ricordare la brutalità di quella guerra, ma anche la vitalità culturale che ha cercato in tutti i modi di sopravvivere. È proprio questo il cuore del podcast “Sikter – Storia di musica e sopravvivenza“, realizzato da Rodolfo Toè per Il Post: una storia vera e surreale che ci conduce nel cuore dell’underground sarajevese: una scena nascosta e pulsante, cresciuta sotto le bombe.
I Sikter erano un gruppo di ragazzi sarajevesi, nati nel pieno fermento musicale dell’ex Jugoslavia. Facevano punk, funk, rock, suonavano quello che potevano con quello che avevano. Quando nel 1992 scoppiò l’assedio di Sarajevo, il più lungo nella storia europea moderna, non smisero di suonare. Al contrario, la musica diventò un atto di resistenza quotidiana. Il podcast segue le loro vicende personali e collettive: dalla sopravvivenza tra granate e fame, dalle trincee letterali a quelle dell’anima, alle notti passate nei sotterranei per provare, fino a un episodio straordinario e un po’ dimenticato dalle nostre parti: l’invito a suonare a San Siro, per condividere il palco con Vasco Rossi. Una fuga temporanea dall’inferno, una testimonianza vivente che la cultura può attraversare le linee del fronte, anche quelle invisibili.
Ma “Sikter” non è solo la storia di una band. È piuttosto il racconto di una città che, anche sotto assedio, non ha smesso di fare arte: concerti in teatri bombardati, mostre nei rifugi antiaerei, giornali stampati di nascosto, nuove radio che nascevano e che trasmettevano ogni giorno tra mille difficoltà, sotto i colpi dei mortai e dei cecchini. A Sarajevo, mentre cadevano le bombe, si organizzavano ancora festival, spettacoli teatrali, rassegne. E nel 1994, in uno dei tanti episodi surreali e coraggiosi di quella stagione, arrivò perfino Bruce Dickinson, il cantante degli Iron Maiden, per tenere un concerto che sembrava impossibile anche solo da immaginare. Ancora più rappresentativo fu Rock Under The Siege, un festival organizzato il 14 gennaio 1995, nel pieno dell’assedio, con la partecipazione di tantissime band sarajevesi che suonarono insieme per affermare, ancora una volta, che la città era viva. Quella serata è stata registrata e oggi è ancora ascoltabile online, su rockundersiege.bandcamp.com: una delle poche tracce tangibili rimaste di una cultura sotterranea che rifiutava l’annientamento e cercava un senso al quotidiano. Come racconta Toè nel podcast, «in una Sarajevo che cadeva a pezzi, la cultura era ciò che teneva in piedi le persone».

Il racconto è arricchito da testimonianze dirette, suoni d’archivio, interviste ai membri dei Sikter e di altre band sarajevesi, ma anche a voci esterne come il fotografo bolognese Massimo Sciacca e il giornalista Gigi Riva, che vissero in prima persona le strade di Sarajevo durante l’assedio. A tenere insieme tutto, una narrazione rispettosa e misurata, che ci guida tra le contraddizioni di una guerra vista dal basso: dagli occhi dei giovani, di chi voleva semplicemente vivere e continuare a creare. Lo stile è lineare, ordinato, in certi momenti un po’ troppo didascalico, com’è tipico de Il Post. Chi è abituato a podcast più coinvolgenti dal punto di vista emotivo potrebbe percepirne la misura trattenuta, quasi neutra. Ma forse è proprio questa sobrietà che permette alle storie di emergere con forza, senza sovrastrutture o forzando le emozioni.
Nell’ultima puntata del podcast, Toè racconta poi quel momento sospeso che fu la fine della guerra, coincisa idealmente con un evento simbolico: il grande concerto degli U2 allo stadio Koševo di Sarajevo, il 23 settembre 1997. Un concerto epocale, carico di emozione, che segnò la fine di un lungo capitolo nero. Ma la pace si portava appresso un paradosso: la musica, la creatività, quella scena vibrante che aveva resistito all’assedio cominciò a spegnersi. I Sikter continuarono a suonare, ma lentamente quella spinta originaria si esaurì, così come per molte delle band nate durante la guerra, forse perché proprio la guerra era stata il loro motore artistico. In tempo di pace, la gente tornava a fare i conti con la vita reale, con una quotidianità radicalmente diversa da prima: la Jugoslavia non c’era più, il socialismo era finito, e il nuovo ordine era quello del mercato. E anche l’arte si adeguava e cambiava direzione, quando proprio non si assopiva.
Trent’anni dopo la fine della guerra in Bosnia, le ferite sono ancora aperte. Il ricordo di una Sarajevo assediata e di chi ha continuato a creare anche sotto le bombe torna ad esserci familiare. Ma ci ricorda che la cultura è una forma di resistenza unica, una risposta forte alla morte, che forse non salva dal dolore, ma serve a trasformarlo e a dargli una forma con cui convivere. E allora “Sikter” non è un semplice viaggio nella memoria, ma un invito a non dimenticare che coltivare una dimensione culturale forte e indipendente sia fondamentale anche, e soprattutto, nei momenti di pace. Anche qui, oggi, in tempi che ci sembrano normali, ma che spesso sottraggono spazio all’immaginazione, la musica, l’arte, le storie restano strumenti necessari per capire chi siamo e chi potremmo diventare.
E forse è per questo che, ancora oggi, in altri luoghi assediati, la cultura continua ostinatamente a sopravvivere. Non per fuggire dalla realtà, ma per affermare che l’umano resiste. Anche quando tutto intorno sembra crollare.