Coral Grief – Air Between Us

Recensione del disco “Air Between Us” (Suicide Squeeze Records, 2025) dei Coral Grief. A cura di Simone Grazzi.

Summer 2025! Il disco di cui credevi di non aver bisogno, ma di cui in realtà ne sentivi necessità. Eccolo qua. Si. Già.

L’estate è di per sé un momento atteso, aspettato, agognato, ma poi quei suoi pomeriggi così lunghi, afosi, sospesi tra il frinire delle cicale e l’attender la sera, spesso risultano un lungo interminabile tramonto che sembra non finire mai. E allora l’estate diviene il momento dei pensieri, delle riflessioni, delle tante cose da voler fare e del tempo che invece se ne scorre sempre troppo veloce. Non ti aspetta. Non si ferma. Nelle visioni di tanti poeti, romantici e non, l’estate è spesso espressione di malinconie, di sabati del villaggio, di riflessioni. Ed è proprio quando te ne stai lì, seduto, a iniziar tali pensieri che ti arriva il suono di un disco che sembra aver capito tutto quanto. È come se sapesse già. Sapeva già. Per di più il disco in questione è un’opera prima. Ed è tanto bello recensire l’album d’esordio di una band. Non lo devi paragonare con niente e con nessuno. È lì, ti aspetta. Vuole solo che tu lo ascolti scevro da qualunque preconcetto inevitabile. Chiudi gli occhi. Ascolti!

La band proviene da Seattle, quella Seattle e già solo questo ti rende curioso. Ti chiedi se ci saranno assonanze con quel suono così fottutamente sporco, stropicciato, che così tanto ha segnato quegli anni, i Novanta. Ti chiedi se sentirai eredità, legami, riferimenti, ispirazione, ma no, niente di tutto questo. “Air Between Us”, prima fatica discografica del terzetto americano dei Coral Grief, uscito proprio in questi giorni di calda estate, a tratti fin troppo rovente, è un viaggio tra sonorità dream pop, magiche, eteree che se ne scivolano via dolcissime e morbide.

Un viaggio a ritrovar luoghi familiari che da tanto, troppo tempo non venivano visitati. Una fuga verso luoghi immaginari forse mai visitati e che solo la magia della musica riesce a donarti. Le atmosfere sono rilassate, riflessive, ma non mancano momenti più shoegaze (Avenue You, Paint By Number), dove il ritmo si fa più ipnotico-rotolante e vagamente roccioso. Un placido planare tra cielo e mare. Mai un istante in cui abbia percepito la necessità di saltare una canzone. Mai! Neanche uno! 12 tracce che ti prendono per mano e che ti invitano a non pensarci troppo, a prender ed evadere, subito, all’istante. Perdersi nelle melodie di Latitude, The Landfall, Mutual Wish (forse la mia preferita) e Almost Everyday, lo ammetto Vostro Onore, è stato bellissimo.

Quel lembo di terra, posto all’estremità nord-ovest degli Stati Uniti d’America, là, in cima, ingrigito forse più dalla mano dell’uomo che dal clima, è riuscito ancor una volta a donarci una band capace di creare ottima musica, onirica, sognante.

Un disco che non ti aspettavi, ma di cui forse avevi estremo bisogno.

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