
In molti prendono questa decisione. Volo fuori (tanto fuori) Manchester e poi bus per raggiungere la città. Noi, nello specifico, arriviamo a Gatwick e poi ci mettiamo il cuore in pace. O per lo meno, ci proviamo. Sbagliando. Il fatto è mai avrei pensato di potermi ritrovare, in vita mia, in un posto così. Milton Keynes si colloca una trentina di chilometri a ovest di Luton, e rappresenta uno degli snodi principali del trasporto pubblico su ruota del Regno Unito. Vi ricordate quando, una trentina di anni fa, per salire su un volo intercontinentale bisognava per forza transitare prima da Francoforte? Ecco, la stazione degli autobus di Milton Keynes rappresenta un po’ la Francoforte degli autobus britannici. E non credo che il suo nome c’entri qualcosa con il famoso economista di Cambridge e le sue teorie stataliste.
Il fatto è che le stazioni degli autobus sono uguali in tutto il mondo e in tutte le città. Vi bivaccano gli stessi personaggi e gli stessi stereotipi. Le famiglie che vanno in vacanza. Chi ha il cane, chi fa colletta, chi urla, chi si ubriaca, chi impreca contro i soldi che il governo non gli elargisce. Chi utilizza come valigia un sacchetto della spesa, chi zoppica. Ci sono gli operai, i disoccupati, i professori. C’è chi ha il cuore a pezzi ma non lo dà da vedere, c’è chi invece è più sociale. È un ambiente ostile, a prima vista, ma la risoluzione è portata di mano. Devi semplicemente lasciarti tirare in mezzo, lasciar passare il tempo accanto a queste persone, altrimenti ne soffri. Soffri una distanza che a guardare bene è minima, perché siamo sulla stessa banchina e nella stessa sala d’aspetto e gli Oasis, trasversalmente, esistono per tutti. Aspettiamo due ore la coincidenza che ci dovrebbe far raggiungere Manchester perché il coach da Heathrow si è rotto. Il sole cuoce gli inglesi, che sembrano non volerne nemmeno sapere, del caldo. Parlano della prossima settimana, in cui di sicuro, finalmente, pioverà. I colori preminenti sono il giallo, il grigio e l’arlecchino posticcio dell’accendino che tengo nervosamente in mano per ore.
Di noi, a nessuno sembra importare. Non sembriamo turisti. Parliamo di dove stiamo andando e nessuno si meraviglia del fatto che tre italiani si trovino in quel posto sperduto nel Buckinghamshire. Una ragazza italiana che vive a Manchester da sei anni ci dice che gli autobus in Inghilterra siano una follia. Fumiamo negli appositi spazi all’esterno della sala d’aspetto, un’enorme stanza corredata da un bar costosissimo che vende le bottigliette d’acqua a temperatura ambiente e da una serie di sedili dove si ammassano decine di passeggeri ogni giorno. Il mondo va avanti lo stesso, nei luoghi come Milton-Keynes, e ci sentiamo parte di questa storia. Alla fine, stiamo andando a vedere gli Oasis e gli Oasis hanno scritto canzoni proprio per questa gente e per queste situazioni. Per gli zoppi, per gli ubriachi, per chi sbraita, per chi ha il cuore a pezzi, per quelli che sono ad aspettare con noi la coincidenza per Burnley che passa per la stazione di Manchester. Stiamo arrivando.
Passiamo da Coventry e da Birmingham. Vediamo i palazzi, i dormitori e le fabbriche dai finestrini unti. Il verbo “coventrizzare” venne utilizzato dopo la Seconda guerra mondiale per descrivere la distruzione completa di una città. Ho letto questa cosa nella biografia degli Specials. Dev’essere una sensazione terribile, abitare in una città totalmente distrutta dalle bombe di Hitler. Durante il viaggio leggo un articolo di Jonee Nuno su una rivista di calcio online, Footyheritage. Parla della città, degli Oasis e di calcio. Penso che cazzo ne sa di Manchester un tifoso del Porto?
Arriviamo a destinazione. Una vetrofania di un bar che fa angolo con Princess Street con Kobbie Mainoo e Phil Foden che si abbracciano dando le spalle agli avventori spezza i colori eleganti del centro. La descrizione, “This is Manchester”. Nel bar entrano dei ragazzetti, urlano, sono appesantiti nonostante siano ancora giovanissimi. Appena scendiamo dal pullman, questa è la scena che ci si para davanti agli occhi. Passa la stanchezza, sappiamo che ormai ci siamo.
Il calcio abita a Manchester e Manchester è calcio. Oltre alle sue due squadre più famose, ne esiste una terza, l’Fc United of Manchester, nata dal basso grazie alla volontà del popolo. Éric Cantona ne è diventato il co-proprietario, i tifosi dello United che sino a pochi anni fa viaggiavano per l’Europa a caccia di coppe continentali, delusi dall’andamento della loro squadra, vanno a sostenere l’FC United in trasferta a Exeter, la città che si chiama come la famosa carne in scatola con l’apposita apertura che trasformava la scatoletta in una gavetta militare.
I fratelli Gallagher tifano City ma rispettano Cantona, la numero sette più importante dello United dai tempi di George Best. I tifosi reds hanno amato un nordirlandese e un marsigliese.
A noi, però, importa solo di loro, degli Oasis. Parliamo tra noi della famosa foto di Liam e Noel con la maglia del Manchester City sponsorizzata Brother, una marca di stampanti. Parliamo di come avessimo conosciuto gli Oasis, io racconto di quando mia sorella mi rubava la cassetta di “(What’s the Story) Morning Glory?” e la beccavo ogni volta perché la sentivo cantare Wonderwall dalla sua camera. Cantava ad altissima voce, non aveva timori.
Scrive così, Jonee Nuno: “Non c’è calcio a Manchester senza gli inni degli Oasis o degli Stone Roses, né senza i personaggi come Cantona e Balotelli, o il genio di Sir Alex Ferguson e Pep Guardiola. Allo stesso modo, la città pulsa con i riff di chitarra delle rockstar che proclamano il loro amore per i suoi club ad ogni angolo. Manchester è una città che abbraccia la sua moltitudine di voci. Il calcio ci unisce, la musica avvolge. Manchester è il crocevia culturale di ciascuna di queste cose.”
Siamo sempre più vicini.

Continuiamo ad aprire la mail e il wallet del telefono per controllare l’orario di apertura, come se non l’avessimo già fatto centinaia di volte, quel giorno. La coda al minimarket davanti al Valley Gate è veloce, si dirigono tutti verso gli scaffali delle birre ed iniziano a scavare avidi. Sento accenti spagnoli e stranezze inglesi, io non parlo. In cassa, i ragazzi pakistani vendono anche dei cavatappi, utilissimi nell’attesa dell’apertura dei cancelli, ma tutti comprano birra in lattina. Lungo Bury Old Road è tutto un formicolio asfissiante di bancarelle, persone che cantano, persone che guardano le bancarelle e persone che guardano gli altri cantare cercando il momento propizio per unirsi a loro. La strada parte dal centro di Manchester e costeggia Heaton Park. È lunghissima, passi prima per isolati pieni di parrucchieri indiani, poi per centri commerciali, poi per il quartiere ebraico. Le macchine fanno fatica a transitare agilmente già intorno a mezzogiorno. Nello stomaco ho solamente uno yogurt ai cereali preso da Starbucks e mi autoconvinco di riuscire a mangiare qualcosa nelle prossime ore, se fosse capitata l’occasione. I cancelli sono delle pesanti paratie di ferro, come quelle delle dighe dei laghi artificiali d’alta montagna, che si muovono ad ogni refolo e fanno passare l’aria in altre vallate come se fosse un’azione normale. La gente guarda attraverso gli spiragli. Non sembra nemmeno l’ingresso all’evento musicale più grande del mondo, sembra di stare in fila per visitare un parco naturale o un qualcosa di simile. Controlliamo ancora i biglietti e sì, è quello l’ingresso giusto. E non c’è nessun parco naturale, oltre quel cancello. Ci mettiamo davanti, la transenna delimita noi dall’altro spazio sotto al palco. Mettono I am the Resurrection degli Stone Roses prima che inizino i Cast, il primo gruppo previsto per la giornata. I suoni arrivano dagli altoparlanti sparsi per il prato assolato. La gente è cotta dal caldo e dalle birre, facciamo a turno a far la fila ai bar, sapendo che tra poco non ci potremmo più andare. Mi trovo a parlare con dei ragazzi di Anversa. Dicono che odiano il Parma Calcio dalla finale di Coppa delle Coppe del 1993, giocata a Wembley. Rispondo loro che nel 1993 non era nemmeno uscito “Definitely Maybe” e che tifo la squadra della mia città che gioca nella terza divisione italiana, altro che Parma Calcio. Cantiamo “I am the resurrection and I am the life” alzando i pugni al cielo e l’aria è leggermente più fresca. Non mi ricordo che quella canzone fosse così trascinante. La cantano tutti come se fosse un coro da stadio tra i tuoi preferiti, che vorresti non finisse mai. Chiedo ai belgi come si viva da loro la storia del St. Gilloise e mi rispondono che sì, la tifoseria è ok ma non è una società nata per il popolo, anzi. Mi domandano, dato che conosco il St. Gilloise, se sia di sinistra, e rispondo di sì.
Dopo i Cast, arriva sul palco Richard Ashcroft. Non mi accorgo della sua presenza. Il telefono inizia a non prendere più. Acqua finita, birre smaltite. Chi cazzo sono i Cast? Hanno finito? Abbiamo cantato più I am the Resurrection mandata dalla registrazione che Bittersweet Symphony.
Aspettando che gli Oasis arrivino, ci si guarda l’un l’altro come ci si guarda in curva quando la tua squadra sta perdendo ma tanto sai che si vince lo stesso perché si è tutti insieme, lì, in quel momento.
Però siamo tutti insieme, l’aria è profumata nonostante l’attesa di quattro ore in piedi o seduti sul prato di Heaton Park, combattendo con le caviglie e gli stinchi per pochi centimetri di spazio.
Ci siamo, ormai non siamo più solo vicini.
Mi giro per guardare quanto manchi al tramonto ma sbaglio lato. A casa mi giro verso est, qui devo trovare l’orientamento a sud. Gli Oasis salgono sul palco accolti da discutibili coreografie ed è come se sappiano cosa abbiamo fatto in tutti questi anni. Se abbiamo cambiato dieta, se siamo stati in prigione, quante persone abbiamo amato, quante macchine ci siamo comprati con i nostri soldi. Se ci piacciono i nostri lavori, se siamo delle persone, alla fine, decenti. Se siamo ancora in grado di avere degli amici, se ci siamo ammalati spesso. Se abbiamo iniziato a consumare caffè dopo averlo conservato in frigo. Se laviamo le tende di casa due volte all’anno. Se i nostri genitori, le persone che ci hanno regalato i loro dischi o che ce li hanno comprati dopo ripetuti capricci, sono ancora vivi. Ah, eccoti. Ancora qui? Fortunato.
Ci sentiamo sotto processo, ma abbiamo deciso noi di farci del male. Ci tocchiamo a vicenda, con spalle e ginocchia, per sapere se siamo ancora fatti di carne ed ossa. La terra trema ad ogni parola. Iniziano i fumogeni e il profumo dell’erba bruciata dal sole e calpestata dalle Spezial si mischia a quello dello zolfo. Cantiamo lentamente il ritornello di Acquiesce, più che altro c’è gente che spinge e tira pugni, ma tra non molto smetterà. Noi ci difendiamo decentemente, mantenendo salda la posizione transenna.
Liam, dopo essersi eclissato per qualche minuto lasciando spazio ai pezzi solisti del fratellone (Talk Tonight, Half the word Away e Little by little), presenta Stand by me con un modo di fare aggressivo. Penso che lo faccia per riportarci coi piedi per terra e per ricordarci che, in fondo, meritiamo, di stare lì. Per tutte le estati che abbiamo vissuto da soli, costretti a farci nuovi amici quando non lo volevamo. Per gli anni di sofferenza da esseri umani adulti che abbiamo passato dopo aver conosciuto la sua rock’n’roll band quando ancora eravamo piccoli. Penso che lo faccia per quelli che tornano a casa dalla fabbrica e come prima cosa portano fuori il cane senza togliersi le scarpe da lavoro. E che sono lì. A celebrare il rito del cosiddetto “Poznan”, altra abitudine da stadio che vive nelle platee dei concerti di questo tour durante Cigarettes and Alcohol.
Ci si gira tutti assieme dando le spalle al palco sino a che non inizia la strofa, di solito saltellando, durante l’intro di chitarra. E poi quel loro modo di cambiare poche parole tra una strofa e l’altra senza mollare la presa, come se fosse un coro allo stadio. In Supersonic, in Slide Away. Sei invogliato a cantare, sai che non avverrà mai più. Si riconoscono, i mancuniani. Sono i più giovani, si sentono parte della storia e hanno ragione a sentirsi così. Hanno bruciato le tappe. Le decisioni prese nelle loro brevi, sino ad ora, vite, li hanno portati qui. Siamo alleati. Mi ritrovo abbracciato a due metri di carne umana ricoperti da una maglia del City addirittura larga. Mi parla, ha pochi denti, dice di venire da Bolton e non mi fa domande. Il mio inglese è provato dalla giornata. È una strana coincidenza, che mi ritrovi a vivere le ultime tre canzoni, Don’t look back in anger, Wonderwall e Champagne Supernova, assieme a lui. Mi guardo attorno, durante le ultime quattro canzoni. La gente è in lacrime, anche io non resisto ma ho ancora gli occhiali da sole che ho indossato alle nove di mattina. Sono le dieci di sera. Gli occhiali da sole pesano ma non li tolgo. Penso alla cassetta che mi rubava mia sorella. Non poteva rubarmi quella dei Sepultura? Le vorrei comprare una maglietta con la scritta “Oasis ’25 – Wonderwall” allo shop ufficiale in centro città ma la taglia più piccola è la XL. Mi incazzo un po’ con il commesso, mi incazzo un po’ con chi vuole comprare dischi e fa domande allo stesso commesso, quindi facciamo pace. Le compro comunque una maglia taglia S, una delle poche rimaste.

Usciamo su Bury Old Road e non ci sono più automobili. Nemmeno parcheggiate. Sono tutte nei garage delle piccole case residenziali che si affacciano sulla strada. Voglio comprami da bere ma non so da dove iniziare. Dei ragazzetti dicono di avere della Coca Cola in offerta nel loro negozio di ferramenta. Ci credo, ne compro due. Mi prendono in giro ma non ho voglia di discutere. Qua e là spuntano lampeggianti, qualche ambulanza sfreccia accanto ai marciapiedi. Qualcuno dorme appoggiato ai cancelli, agli ingressi delle case. Il primo taxi è a dieci chilometri e ci tocca camminare. Non riesco a soppesare la stanchezza, ma so di essere a pezzi. Se le piego, le ginocchia mi fanno male, ci dirigiamo verso il centro città unendoci alle orde che escono dagli altri gate di ingresso al concerto. Heaton Park è il parco più grande d’Europa e la sua arrogante immensità si sta facendo sentire tutta d’un colpo, bam.
In moltissimi si sono ritrovati, durante la giornata, nei bar di Bury Old Road. Non avevano il biglietto, si sono messi a cantare ascoltando il concerto da lontano. Alcuni hanno provato a scavalcare, sapremo. Fa tutto parte di questo feeling, di questa attitudine che sconvolge la città in questi giorni. Non sono solo gli store addobbati o le lunghe code, non è solo un marchio da valutare. Segui la folla ma lo fai coscientemente, sai che non capiterà mai più un momento simile nella tua vita.
Sul volo del ritorno la gente guarda i video del giorno prima. Abbiamo i cappucci delle felpe e degli antivento di marca alzati per coprirci dall’aria condizionata. Il mio antivento di marca profuma di asfalto bagnato ed è strano, perché non ha mai piovuto in questi giorni passati in Inghilterra. Esistono tre categorie di ascoltatori in senso lato. Per “ascoltatori” intendo, ovviamente quelli che non rispondono alla domanda “che musica ascolti” con “un po’ di tutto”. Alla prima appartengono i musicofili che amano gli Oasis da sempre ma che nel loro quotidiano ascoltano tutt’altro. Metallari, punk, mod, alternativi, musicisti professionisti. Conoscono le loro canzoni perché ci sono cresciuti, perché il percorso della loro vita è stato parallelo ai loro album e vivono, ciclicamente, specifici momenti un cui impazziscono solamente al riascoltare una loro canzone. Per contro, nella seconda categoria troviamo quelli che non seguono gli Oasis perché, semplicemente, non hanno mai fatto breccia. Ne riconoscono l’immensa portata culturale, ma proprio non ci riescono a farseli piacere e ci sta, come cosa: ascoltano brit pop o rock’n’roll, ma non gli Oasis. All’ultima categoria appartengono quelli che, essendosi avvicinati alla musica dopo lo scioglimento del 2009, non li sopportano semplicemente perché sono consapevoli di essere arrivati in ritardo. In fondo vorrebbero adorarli come fanno in tanti, ma pensano sia una smania da nascondere. Pensano siano un gruppo inutile e per questo non riescono a far pace con loro stessi. Ascoltano il cosiddetto indie italiano, pensando di far parte di un movimento alternativo, ma in realtà sono loro i primi reazionari. È innegabile che questa reunion sia l’evento musicale, per ora, del secolo. Non so quanto durerà ancora a livello pratico, per quanto riguarda date e concerti, né tantomeno a livello mediatico, perché non credo che esista al momento un’altra band in grado di supportare una portata sociale così estremizzante. Esiste una narrazione sull’importanza commerciale e finanziaria di tutto questo, ma ne esiste un’altra molto più semplice e monotona: la nostra.
Perché forse si è sviluppato un sentimento nuovo, tra le persone che sono state a Heaton Park il dodici luglio duemilaventicinque. Una presa di coscienza che pesa come un macigno negli stomaci, un modo di affrontare la vita che non esisteva prima. Alle fine siamo sempre noi, forse peggiorati e ancora più arroganti di prima, ma è come se avessimo accettato di essere diversi dalla prima volta che abbiamo ascoltato gli Oasis. Io mi ricordo precisamente dove fossi, che vestiti indossassi, che tempo c’era fuori dalla finestra e come mi sentissi, la prima volta che ascoltai Hello. Sono ancora vivo e posso raccontarlo. Forse ci mancava questo tassello.
