
People are fragile things, you should know by now
Be careful what you put them through
Nel 2005, “The Back Room” degli Editors arrivava in un momento in cui il post-punk revival stava già mostrando segni di saturazione. Non erano i primi, né i più innovativi, d’altronde nessuno di fatto lo era: arrivavano dopo Strokes, Interpol, Franz Ferdinand, eppure si inserirono nel discorso con una efficacia invidiabile. Il loro esordio fu preso sul serio da subito, forse perché prendeva sul serio se stesso, senza ironie né fughe nel glam di cui erano già tutti un po’ stanchi. I riferimenti erano chiarissimi, ed erano i soliti: Joy Division, Echo & the Bunnymen e di riflesso gli stessi Interpol.
Ciò che oggi, vent’anni dopo, colpisce ancora è la compattezza e la perizia con cui Tom Smith si muovevano, neanche fossero dei veterani. Gli Editors entrarono nella scena con un’identità già definita, sia estetica che sonora. Chitarre angolari, basso prominente, voce baritonale e testi ossessivi che sembravano voler disegnare un tracciato della tensione. Brani come Munich e Blood puntavano dritto a un certo tipo di ascoltatore: quello che cercava intensità emotiva ma anche spazio nei dancefloor alternativi che all’epoca punteggiavano le città (Dio ce ne scampi). Non c’era sarcasmo negli Editors, quella che ad esempio aveva fatto la fortuna degli Strokes, e non c’era nemmeno la leggerezza dei Franz Ferdinand e di tanti altri seguagi (qualcuno ha detto Kaiser Chiefs?). E forse era proprio quello a fare la differenza, si cercava un po’ di impegno.

È palese che alla prova del tempo “The Back Room” non possa più sorprendere, ma sicuramente è un lavoro che regge il colpo più di tanti altri. La sua coerenza e la sua solidità sono il suo tratto caratteristico, così come la sua fuga dal manierismo e dalle concessioni al pop. All’epoca poteva apparire una scelta di comodo, ma sono oggi convinto che gli Editors abbiano invece scelto la strada più complicata: era un mondo che volgeva al tracollo, e ce ne accorgiamo oggi più che mai, e la musica andava presa con disciplina (“cosa racconteremo ai figli che non avremo di questi cazzo di anni Zero?“, diceva qualcuno). Ecco dunque che una produzione chirurgica e una esecuzione impeccabile hanno fatto di “The Back Room” un disco senza alcun tipo di punto debole, un esempio di songwriting efficace pur se su coordinate più che prevedibili. Non sarà oggi un classico universale – ma sono sicuro che per qualcuno lo sia – ma è un disco simbolico per chi c’era e un documento interessante per chi è arrivato dopo. Gli Editors, da parte loro, non sono diventati una band epocale, ma non si sono nemmeno persi strada, sapendo cambiare quando dovuto, prendendo svolte talvolta brusche e divisive, ma sempre nel segno coerenti e compatti.
Qualcuno li definiva dei fratelli minori degli Interpol, seppur venissero dall’altra parte dell’Oceano, c’era sempre questa esigenza assurda di voler etichettare tutto in rapporto a qualcos’altro. Ma gli Editors avevano solo deciso di suonare con serietà in un’epoca che cercava di prendersi sempre meno sul serio. “The Back Room” non è il disco di una generazione, ma è uno di quei dischi che una generazione se l’è portata dietro senza accorgersene.
