
Quando ho cominciato ad ascoltare i Black Sabbath, era l’inizio degli anni Ottanta, l’epoca in cui la musica metal, quella vera, stava già cominciando a impolverarsi nei salotti buoni del rock, lasciata in mano a un manipolo di adolescenti con giacche di jeans senza maniche e Topolino in tasca. I Black Sabbath? Roba da periferia, si diceva. Musica da falò spenti nei cortili delle case popolari. Le riviste “serie”, quelle che leggevamo con la matita in mano e la pretesa di capire tutto prima degli altri, li liquidavano con sufficienza, come un rigurgito proto-metal destinato all’oblio. La vera musica, ci si diceva, era già altrove: nella frenesia chirurgica della nuova ondata di heavy metal britannico, o nei barlumi acidi del thrash californiano.
Poi, lentamente, come l’umidità che risale nei muri delle cose durevoli, la storia è cambiata. È arrivato il grunge, brutto sporco e cattivo, che ha avuto il coraggio di inginocchiarsi sui riff zoppicanti dei Black Sabbath e baciarne la crosta, pescando dalle viscere lente e sabbiose di Birmingham. E all’improvviso, una generazione nuova, estranea alle etichette e ai dogmi critici, ha riscoperto quel suono pesante e disperato, riconoscendolo per quello che era: un vangelo laico per tempi bui.
Così oggi parliamo, con tono grave e sguardo rivolto all’orizzonte, di “Sabotage“, il disco del 1975. E io, che qualche anno dopo, con un po’ di brufoli, ebbi accesso alla loro musica, non posso fare a meno di provare un misto di soddisfazione e malinconia. La sensazione strana di chi ha custodito un segreto troppo a lungo e ora lo vede suonare nella stanza accanto come se fosse sempre stato lì.

Ma veniamo a “Sabotage“, che fu, per me, il primo amore. So che è un parere discutibile, magari perfino sbagliato, ma credo sia il miglior disco dei Black Sabbath. E non solo per affetto, ma perché, a ben guardarlo, è il più completo, il più complesso, il più audace. Dentro ci trovi il tuono e la pioggia, ma anche la nebbia e il dubbio. Riff granitici che ti spaccano le ossa e aperture psichedeliche che sembrano rubate a un sogno di Syd Barrett.
In “Sabotage“, i Black Sabbath sembrano voler fare tutto e quasi sempre ci riescono. È un album malato, nervoso, teatrale. C’è un uso delle tastiere (quelle di Gerald Woodruffe) che ha del sorprendente, c’è addirittura il coro da camera inglese che si affaccia come un fantasma tra le crepe. E ci sono, soprattutto, due mostri prog che non sfigurerebbero in un disco dei King Crimson: Megalomania e The Writ. Due brani lunghi, dissonanti, epici e disperati. Una vetta creativa da vertigine.
Era anche, lo dico con un filo di amarezza, l’ultimo vero canto di Ozzy, prima che il suo delirio diventasse un mestiere. Dopo, qualcosa si spezza. Ma qui, in queste tracce, Ozzy è ancora il profeta stonato che canta per gli esclusi, con una voce che sembra sempre sul punto di piangere o di ridere e non si capisce mai bene cosa stia per succedere.
“Sabotage“, in fondo, è un album sul limite. Sulla frattura imminente. Sulla consapevolezza che qualcosa sta finendo, ma proprio per questo vale la pena suonare più forte, più storto, più disperatamente. Come chi, prima di crollare, urla una volta ancora e lo fa così bene che non puoi non ascoltarlo.
