
Quanti brani ogni giorno, ogni settimana, ogni mese vengono pubblicati, ascoltati distrattamente e poi finiscono sepolti sotto un mare di altre uscite, a sgomitare per emergere e troppe volte divorati da pesci più grossi e più importanti? Questa è una delle tante domande esistenziali che ci poniamo ogni giorno in redazione, e a cui dopo alcuni tentennamenti e tentativi falliti abbiamo cercato di formulare una risposta.
Hidden Tracks vi accompagnerà periodicamente con i nostri brevi consigli riguardanti alcuni brani pubblicati in queste settimane e che riteniamo interessanti. Progetti da tenere d’occhio, di cui forse sentirete parlare nei prossimi tempi, provenienti in tutti i casi da quell’universo sommerso che più ci sta a cuore e che pensiamo sia giusto e stimolante seguire dal principio. In poche parole, la musica di cui non tutti parlano.

Ava Schrobilgen, Chloe De St. Aubin, Ellie Livingston e Kate Halter sono le Die Spitz. Arrivano da Austin e, nel tempo, hanno attirato le attenzioni di OFF!, Amyl and the Sniffers e Viagra Boys, band per cui hanno aperto svariati concerti e, non ultimi, i talent scout dell’etichetta di Jack White, la Third Man Records. Per loro a settembre faranno uscire, infatti, il disco di debutto “Something to Consume“, prodotto nientemeno che da Will Yip. Apripista è Throw Yourself to the Sword. Titolo eloquente, ma non solo. Apre il tipico riff supernasty, figlio di Iommi, ritmica stompona, cantato infame che guarda al noise rock più furibondo, con quel tocco di heavy metal che si riflette nelle lame degli spadoni a due mani del video e il gioco è fatto. Un gioco molto pericoloso.

I californiani Wreck and Reference arrivano dalla California e, come molti altri loro sodali, ne prendono il lato più oscuro e marcio. Piazzano due singoli come lancio del loro secondo album intitolato “Stay Calm“, in uscita ad agosto per quelli di The Flenser (e chi, sennò?), e noi li piazziamo qua entrambi, per gradire. Anche perché sembrano arrivare da due pianeti completamente diversi. Burning è un’allucinazione totale: grida disumane che paiono arrivare dalla “peggio” (quindi meglio) band black metal in appoggio su una base che scivola sugli 8-bit, con aperture epiche che Final Fantasy levati. The Cup, invece, si inerpica in territori post-punk senza luce ma con non meno epicità, tra melodie umbratili e furia che brucia sotto le ceneri. Che benessere.

Che i Fleshwater abbiano condiviso il palco coi Deftones non mi riesce difficile immaginarlo, basta sentire il riff che apre Jetpack per capire che la band di Boston annovera tra le sue influenze quella di Chino Moreno. C’è tanto shoegaze, nel brano, ma anche una tensione muscolare ampiamente core, con le linee vocali morbide di Marisa Shirar e Anthony DiDio a coprire tutti i lati dello spettro melodico. Da buoni bostoniani registrano proprio alcune parti del loro nuovo album “2000: In Search of the Endless Sky“, in uscita a settembre per Closed Casket Activities, dal buon Kurt Ballou al suo God City Studio. Ma la loro forza sta nelle proprie capacità, senza ombra di dubbio alcuno. Ah, sono pure in tour assieme a Chat Pile e Angel Du$t, e anche questo mica è un caso.

Già ospite su queste pagine circa un anno e mezzo fa, torna Lord Spikheart e lo fa sfondando la porta a calci. Ma calci fortissimi. ANVNNAKI è un brano purulento, in cui sintetismi marcescenti schiantati di cyber volontà di provocare dolore vengono affiancati dalla chitarra maligna di Vina Konda, mentre le grida di Spikeheart si sprigionano dal fondo più oscuro dell’inferno. Che dire, un ottimo antipasto per l’EP che verrà. “Reign“, questo il titolo, uscirà il 12 settembre e vedrà, tra gli altri, anche la partecipazione di Iggor Cavalera. Cosa volete di più?

I pôt-pot sono un quintetto irlandese di stanza a Lisbona — città che, a sentirli, sembra aver lasciato un segno anche sulla loro musica, sospesa tra malinconia e luce obliqua. A settembre esce “Warsaw 480km“, il loro nuovo album firmato Felte. Il loro krautrock condito di psichedelia potrebbe sembrare demodé, ma è comunque efficace. Sextape, secondo estratto, è sinuoso, seducente, anche se gioca subito le carte migliori della band: groove ipnotici, voce sussurrata e una tensione sottile che tiene incollati. Il rischio è che abbiano già sparato il colpo migliore, ma se il disco mantiene anche solo una parte di questo fascino, gli appassionati del genere faranno bene a tenerli d’occhio.

Sempre in tema di tempi sospesi, c’è Francesca Marongiu, che con “Still Forms in Air” firma il suo album di debutto, in uscita a settembre per Umor Rex (in una bellissima musicassetta). Ispirato all’ambient giapponese della metà degli anni ’80, il disco è una riflessione sui cambiamenti urbani e sociali tra gli ’80 e i ’90. Nostalgia a palate? Forse sì — e non è necessariamente un male — ma colpisce soprattutto l’equilibrio tra didascalia e sentimento, che alla fine si traduce in uno sguardo lucido e contemporaneo. A Dome Under the Pines è il primo estratto.

Wayku è il progetto del chitarrista e ricercatore peruviano Percy A. Flores Navarro, che con “Selva Selva“, in uscita a settembre per Buh Records, prova a immaginare un nuovo linguaggio musicale per l’Amazzonia. Pandilla, tropicalismi, jazz-rock e chitarra elettrica si intrecciano in un suono in costante mutazione, tra ricerca antropologica e festa. Se vi sembra una di quelle cose radical chic e terzomondiste da saltare a piè pari, potreste anche avere ragione, ma stavolta sotto c’è una sincerità e una vitalità che sorprendono. Por la marginal è un ottimo assaggio: provateci.