
La prima volta che ho visto “Drama“, decimo album in studio degli Yes, è stato nel negozio di Don Alfonso ad Afragola. Un negozio buio e con improbabile rispetto delle norme di sicurezza. Don Alfonso era un robivecchi, uno di quelli che parlavano poco e mugugnava qualcosa se gli girava storta la giornata. Ci andavo spesso in motorino alla ricerca di dischi e libri. In quegli scatoloni di banana Del Monte potevi trovare qualsiasi cosa, dai Nuovi Angeli a Fausto Papetti, dai Jethro Tull ad Amanda Lear, Don Alfonso era una sorta di Spotify.
Io, chino sugli scatoli, tra lampadari e vecchi elenchi del telefono scrutavo come un indemoniato (oggi si direbbe diggare) alla ricerca di qualche bel disco. La mia attenzione cade sulla immensa copertina ad opera di Roger Dean. Il gruppo lo conoscevo già, ma mi limitavo a “Owner of a Lonely Heart“, che passava a rotazione su Videomusic. Alla mia richiesta del prezzo Don Alfonso farfugliò qualcosa che io interpretai come 5.000 lire. Si può fare, pensai, e comunque meglio gli Yes che Fausto Papetti no?
Erano i primi anni 90 e intorno a me esistevano solo Nirvana, Pearl Jam e Metallica. Ci misi un po’ a metabolizzare il disco e i brani cominciarono a entrare nella testa. Da appassionato di musica e dilettante chitarrista cominciai ad apprezzare gli interventi di Squier e Howe. Mi resi conto che esisteva un mondo che io ancora non conoscevo, cambiai il mio approccio con la musica e diedi libero sfogo alla curiosità
“Drama“ rappresenta per me l’inizio di un nuovo modo di ascoltare e, paradossalmente, rappresenta un nuovo inizio anche per gli Yes, che avevano sfornato appena undici anni prima un disco di ottimo livello, dopo la defezione di due elementi importanti come Jon Anderson e Rick Wakeman, che avevano lasciato la band per inseguire le proprie carriere soliste. I tre Yes rimasti – Chris Squire, Steve Howe e Alan White – si trovano davanti ad un bivio, smettere di fare musica o trovare validi sostituti? In loro soccorso arriva il manager Brian Lane che intuisce la possibilità di inserire nell’organico Trevor Horn e Geoff Downes, rispettivamente cantante e tastierista dei Buggles, reduci del grande successo commerciale di Video Killed the Radio Stars.

Il progressive rock, cominciò a far breccia nelle mie orecchie e i riff di Howe ne erano la chiave d’accesso, la batteria di White mi fece capire che non si tratta solo di ritmica e che l’Inghilterra era per me la base di partenza di tutta la musica che conoscerò da quel momento in avanti.
Into the Lens mi entrò in testa come un karma: “I am a camera, I am a camera”, rimango rapito dall’atmosfera di Man in a White Car, mi soffermo ad assaporare il riff di basso di Does it Really Happen?.
La prima cosa che feci fu di passare il disco su cassetta, una C46 conteneva la “nuova” musica e in sella al motorino, per le strade della mia città, “Drama” risuonava come un viaggio in un mondo pieno di sorprese. Mi esaltavo al riff di Tempus Fugit, Mi sentivo un alieno in mezzo agli umani, loro ascoltavano Smells Like Teen Spirit, io Machine Messiah.
Grazie all’unico negozio di dischi che avevo sottomano sono entrati in casa mia e nelle mie orecchie “Relayer“, “The Yes Album“, “Fragile” e altri, ma l’affetto che ho per “Drama” non è spiegabile, va oltre la tecnica. È il primo amore e, come ben si sa, non si scorda mai.
Il disco, che viene spesso ricordato come l’ultimo vero capitolo dell’età d’oro degli Yes, compie oggi quarantacinque anni e sta con me da ben trentatré anni e, con tutti i suoi acciacchi, qualche graffio e qualche pop, continua a girare in ogni casa in cui ho vissuto.
Don Alfonso, invece, ci ha lasciato una quindicina di anni fa, quel negozio ora è una profumeria, ogni tanto faccio un giro lungo e passo lì davanti e senza accorgermene canticchio “Memories, how they fade so fast, look back, that is no escape”.
