
Nonostante l’ascesa della Seattle scene, nel 1995 il punk rock stava vivendo una nuova ondata di popolarità: i Green Day avevano fatto il botto con Dookie, gli Offspring avevano venduto milioni di copie di Smash e il termine “punk” iniziava ad essere masticato dalle radio come se fosse una big bubble frizzante e piena di zuccheri squisitamente calorici, portando il genere ad una grande attenzione mediatica e forse troppo generalista. Ma con la visibilità arrivava anche il rischio dell’addomesticamento di un cavallo che è stato storicamente sempre libero ed indomabile. Suoni più puliti, testi meno ruvidi e pose studiate hanno sgrassato una scena che invece era stata abituata fin dagli albori a vivere in mezzo allo sporco. È in questo contesto che i Rancid pubblicano “…And Out Come the Wolves” per la Epitaph Records, salvando il sudiciume dalla skincare sonora.
Diciannove tracce, zero prigionieri. Quasi 50 minuti di musica senza un solo momento scontato. L’apertura con Maxwell Murder è un fulmine: il basso di Matt Freeman è sia velocità che precisione, tanto da richiamare la tecnica di un jazzista però calata nel fango punkettone. Roots Radicals e Ruby Soho sono inni super fast, capaci di unire melodia e attacco con la naturalezza tipica dei Clash di London Calling, dove Time Bomb è il figlio illegittimo di Guns of Brixton concepito da un amplesso ubriaco e sudaticcio dopo un concerto ska.
La forza del disco risiede nella varietà e nella coerenza: pezzi più spigolosi come Listed MIA o Disorder & Disarray convivono con parentesi più rotonde come Daly City Train e Old Friend, mantenendo comunque sempre alta la tensione. Brani come Junkie Man e As Wicked mostrano una particolare attenzione ai testi che va oltre il cliché rabbioso e istintivo incorniciato dagli slogan ripetitivi: qui c’è un racconto reale, dell’amara ironia e un occhio critico sulle contraddizioni della vita urbana e quotidiana.

Sebbene la band si trovi al terzo album non si adagia sugli allori, si percepisce dalla loro produzione ancora una frenetica urgenza: Tim Armstrong e Lars Frederiksen alternano voci e chitarre in un dialogo continuo, Freeman al basso firma linee che reinventano il ruolo dello strumento e Brett Reed alla batteria porta i giri del motore sempre al limite, con rullate essenziali ma efficaci. È una chimica che ricorda i momenti migliori dei The Specials mischiati all’energia degli Stiff Little Fingers, con un tocco street alla Cock Sparrer.
Rispetto a tanti colleghi della loro generazione, che sono finiti per diventare una parodia di sé stessi, i Rancid non hanno annacquato il suono per raggiungere la popolarità più commerciale. Mai venduto l’anima, mai tolto la giacca di pelle. Non sono mai stati la band più cool di MTV, e proprio per questo hanno tenuto alta la loro credibilità anche nei fan più pretenziosi, con la capacità di parlare tanto a chi viene dal punk ‘77 quanto a chi lo ha scoperto negli anni ’90.
“…And Out Come the Wolves” è un disco che dimostra come il punk possa essere melodico senza perdere mordente e come si possa guardare al passato senza limitarsi ad una blanda imitazione dello stesso. In un periodo storico dove il genere ha intrapreso un’inclinazione mainstream, diventando poi un prodotto pronto e confezionato, i Rancid hanno ricordato a tutti che il punk appartiene alla strada e se oggi li riascolti e non ti ritrovi a urlare a pugni chiusi come un forsennato probabilmente il vero problema non è l’album.
