
Era un sabato sera di marzo del 2003. Me lo ricordo bene, non posso sbagliare perché ero al compleanno del mio compagno di banco. Diciotto anni.
Ricordo una stanza molto, troppo, illuminata; una specie di aula delle elementari ma priva di banchi, solo sedie. Forse una ex scuola riadattata a spazio feste. O magari era solo il pavimento, terribilmente simile a quello della mia prima scuola, che rinfocolava quel frammento di memoria e scaturiva la sensazione. Chissà, poco importa.
Ero con la mia banda dell’epoca: un gruppo di aspiranti maggiorenni, e qualcuno che ce l’aveva fatta da un quarto d’ora o giù di lì. Tutti molto frastornati, privi della totale lucidità e, almeno in quel momento, anche poco loquaci. In mezzo alla stanza un tavolo con una televisione old style: tubo catodico e pochi pollici. Forse 24? Può darsi. Quadrata? Verosimile. Trasmetteva video musicali. Mtv? Probabile. Brand:new? Possibile.
Dopo il clip di No One Knows parte un filmato accompagnato da una melodia conturbante, una ballata sostenuta da una voce ben conosciuta ma stavolta dal tratto più orecchiabile, più pop. Sullo schermo una camera car di un’auto che avanza al buio, con solo la luce dei fari a puntare una strada deserta. Passano appena cinquanta secondi e appare un puntino bianco in lontananza, che, ne sono convinto, abbiamo bollato sul momento come figlio delle nostre illuse menti. Ma il puntino si ingrandisce, prende forma, fin quando, inquietudine, non appare un poveretto che tenta di fuggire; la macchina, malvagia,lo bracca mentre il bolso individuo corre senza mostrare né forma atletica né un apprezzabile terrore. Di tanto in tanto, la faccia ectoplasmatica di Thom Yorke che, asettica, osserva.
Allucinato, come lui, osservo, ingoiato dalla sedia dove mi sembra di sprofondare, e strabuzzo gli occhi quando l’affannato soggetto in camicia crolla a terra e la macchina si ferma alle sue spalle, inchiodandogli i fari sulla schiena. Tronfia, mefistofelica.
E adesso? Un eco lontana nella mia testa se lo chiede.
Adesso la scia di benzina persa dalla vettura lascia una, l’unica, chance di rivalsa al malcapitato, che non se lo fa dire due volte e infuoca l’asfalto. Il contrappasso è fatto, ora è l’auto a dover fuggire in retromarcia. Ma è una fuga vana, non può sfuggire alle proprie fiamme e al proprio destino, ribaltato in un attimo. Nel frattempo, colpo di scena, il buon Thom è sparito. Il melodiclamentoso “I lost myself” finale incontrava alla perfezione il mio stato d’animo: uno stupore che non sapeva esprimersi e uno stato di smarrimento generale per il me diciottenne.
Ecco, questo è il primo ricordo che ho di Karma Police.
Non il primo contatto coi Radiohead, dei quali mi ero invaghito ai tempi del quotidiano bus delle 6.40 grazie all’accoppiata Kid A/Amnesiac, partendo da Idioteque e sublimando con Morning Bell e Everything in its Right Place.
Ma Karma Police è stato qualcosa di diverso.
È stato un bacio contorto e complesso. Un bacio torbido che sprigionava un eccitante sapore di inesplorato e nascondeva quel che di biforcuto, qualcosa che ti avviluppava e che allo stesso tempo ti faceva sentire su di giri, inebriato, ammaliato, e in qualche maniera infettato. Era una sensazione strana, contraddittoria. Una sensazione che riusciva a toccare due punti estremamente diversi del loro essere, dall’innamoramento al sentirsi attanagliato, dall’ipnosi a questo senso di attrazione che invadeva viscere e stato mentale, che infettava e benediva tutto.
Anche se il mio amore, quello vero, per i Radiohead sarebbe scoppiato grazie a Fake Plastic Trees, perla del mio cd compilation dell’estate 2003 (perché sì, o giovani lettori, nel 2003 facevamo le compilation su cd e in quella c’erano anche gli Audioslave, Guccini, Ben Harper e i Negrita, ma questa è un’altra storia), Karma Police rimane un bacio allucinogeno e caotico, mai dimenticato.
Karma Police è stata la prima hit assoluta, quella che ha sancito l’ingresso degli oxfordiani a pieno titolo nel circuito mainstream, con buona pace di Creep. Circolo dal quale, nonostante mosse avventurose e, talvolta, impopolari, non si sarebbero mai più affrancati.
Singolare che abbiano scelto la fine dell’estate per lanciarla. Forse enigmatico, forse emblematico. Forse ammonitorio, quasi a dire: Ragazzi, estate finita, tornate alle vostre paranoie quotidiane.
Amen.
