1. Amici miei
2. Il cane che hai
3. Piccola luce accesa
4. Grandezze nascoste
5. Via Ragazzi del ’99
6. Vecchi cantanti
7. Calici
Agli inizi di quel settembre andai a vedere a Milano, sparsi nei vari cinema, i film che venivano man mano presentati al Festival di Venezia. Era il 1999. Fu un’iniziativa molto seguita, non so se venne ripetuta gli anni a venire. Ti compravi un carnet tipo accesso cumulativo ai musei e ti presentavi nei vari cinema che aderivano all’iniziativa, dalla mattina al tardo pomeriggio. Guardai “Being John Malkovich”, “Not One Less” che vinse il Leone d’Oro, mi ritrovai ad assistere a chi, in sala, esultava per Kiarostami. Non avevo corsi di recupero, ero stato bocciato l’anno prima: mi trovai così costretto a ripetere la quarta liceo, ma non avendo fatto le vacanze estive, praticamente, mi regalai quei pochi giorni di trasferte milanesi per uscire un po’ da Novara. Ne approfittai per girare la città, ovviamente. Per noi provinciali, adolescenti che iniziavano a seguire la scena punk rock, Milano era un Eldorado di opportunità e conoscenze.
Nascevano gruppi nuovi ogni giorno. Alcuni mollavano poco dopo essersi formati, giusto il tempo di apparire in scaletta in qualche centro sociale o a qualche festa. Altri, invece, scrivono dischi ancora oggi. Tra questi, i Fine Before You Came.
Iniziarono a suonare proprio in quell’anno, il 1999. E a quell’epoca dedicano un brano contenuto nel loro album nuovo, uscito poche ore fa, a settembre, altro mese di riferimento per chi li segue da sempre o quasi. “C’è ancora amore” non era previsto, ed è stato annunciato all’improvviso, solo dopo qualche email ai fans e un video in cui ci sono loro, ci sono delle colline e delle campagne. La canzone di cui parliamo si intitola Via ragazzi del ’99 e colpisce lì dove tutti noi vorremmo essere colpiti, come quando fai apposta ad essere centrato a palla prigioniera. Il nostro passato che ritorna quando siamo con chi ha condiviso con noi quelle epoche. I concerti a cui andavamo, quanto eravamo brutti.
“C’è ancora amore” è stato scritto in montagna, ma parla degli intrecci tra vite trascorse in città, tra amici e animali domestici, a tamponare puntualmente ogni nostra ferita. Colpisce durante il nostro riassettare le case, recuperare le bollette, organizzare le agende con i colleghi. Le paranoie per i riscaldamenti che non funzionano, le gomme dell’auto da cambiare, i rimpianti per chi non abbiamo salutato. E come colonna sonora avremo questo disco. Umbratili, nel nostro riascoltarlo anche se alcune parti ci sembrano troppo lunghe, anche se alcune frasi ci sembrano senza senso. Anche se canzoni come Il cane che hai ce le aspettavamo diverse perché ormai li conosciamo, i Fine Before You Came.
Tornato a casa, in questo settembre, non mi ricordo il giorno della raccolta del vetro. Non lo metto fuori, nessuno dei miei vicini lo fa, controllo gli altri portoni. Forse sono tutti ancora in vacanza. Alle sei di mattina in punto mi sveglia il camion della raccolta, che si ferma in un cortile in cima alla strada . Sento il fragore delle bottiglie di vino vuote e delle scatolette di tonno unte che rotolano nella sua pancia verde e bianca . Mi sento spaesato, nel mio letto. Non ho messo fuori il mio bidone ma potrei farlo. Prima che arrivi davanti al mio civico, il camion deve recuperare i rifiuti di un altro paio di palazzi. Aspetto che ne faccia uno, seguo con l’udito i rumori del motore e del cancello che si chiude manualmente. Entra nel palazzo più vicino a casa mia. Mi decido, mi alzo, mi infilo dei pantaloncini corti che trovo per terra, scendo in garage, aziono con il pulsante il portellone automatico, che si apre cigolando. Afferro per la maniglia il bidone del vetro che non viene spostato da luglio e lo trascino fuori, sul marciapiede. Scorgo con la coda dell’occhio il lampeggiante arancione che si avvicina a casa mia. Facendo finta di niente, rientro in garage e poi nel mio letto, dopo aver risalito correndo le scale. Sia il garage che il letto sono caldi. Sento che lo stanno scaricando, fa lo stesso rumore di quelli dei palazzi, anche se non ci sono scatolette di tonno unte. Faccio ancora finta di niente, ma mi accorgo di aver smarrito il meccanismo che avevo due mesi prima, quello che mi teneva saldo nella routine, con i piedi per terra.
Era ancora buio, fuori, in strada, quando sono uscito in maglietta e pantaloncini corti: faceva freddo e non riuscii più a riaddormentarmi. Al diavolo l’evoluzione di una band, al diavolo i pezzi folk, fanculo anche al punk.
Ti morse in testa un grosso cane che tu volevi solo abbracciare / facemmo il bagno nella piscina di un vecchio agli arresti domiciliari / altre due di quelle cose / che tua madre non saprà
Sono queste le ferite da riaprire, necessariamente. Curva emo 1999.