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Un’eccellente discografia ragionata: “Fabrizio De André. Il libro del mondo” di Walter Pistarini

Sono ormai molti i libri che parlano del grande Fabrizio De André; pochi però risultano così dettagliati come quello da poco uscito in una edizione aggiornata per Giunti nella collana “Le storie dietro le canzoni”.

Nel volume, molto denso, l’autore Walter Pistarini ripercorre l’intera carriera discografica del cantautore genovese utilizzando in senso strettamente cronologico la discografia, con una dovizia di particolari davvero unica. In questo modo fornisce al lettore uno sguardo approfondito sull’esperienza musicale di De André, addentrandosi in particolari inediti, sia relativi al processo creativo dei pezzi, sia sui personaggi in quelli rappresentati, come Marinella, Bocca di rosa, Prinçesa e molti altri ancora.

Il libro nasce dal senso di colpa provato dall’autore per non essere riuscito, nel corso della propria vita, a partecipare neanche a uno dei concerti di De André, pur avendolo seguito fin dagli esordi. Malgrado odiasse la confusione dei concerti, deciderà finalmente di andarci il 7 dicembre 1998, ma colpito da infarto dovrà desistere e quando si sarà rimesso purtroppo De André sarà già morto (1999). Da qui il desiderio di rendere onore al grande cantautore raccogliendo dischi, informazioni, messaggi, libri, riviste su De André, poi mettendo online il web-site www.viadelcampo.com e infine scrivendo il libro del quale qui si parla.

Il volume è un’analisi cronologica serrata e acuta dei vari pezzi di De André, a partire dal primo 45 giri in assoluto “Nuvole barocche” (1958), registrato per la Karim (poi fallita) e pubblicato nel 1961 insieme a “E fu la notte”. Due registrazioni nelle quali è difficilmente riconoscibile il De André che tutti conosciamo.

Il testo prosegue elencando i lavori successivi, comprese le periodiche ristampe, che furono molte, andando per periodi: dapprima dal 1961 al 1966, quindi elencando via via tutti gli album a seguire. Mentre i lavori degli anni dal 1961 al 1966 sono stati riuniti, assai opportunamente, sotto l’espressione “Il primo De André”, i successivi si trovano nel capitolo “Tredici album e due singoli”, dove ad ogni paragrafo corrisponde un singolo lavoro musicale.

L’attenzione del lettore viene richiamata sia da alcuni temi cari a De André, collegati ai relativi pezzi musicali, sia da alcuni personaggi che popolano le sue canzoni e che, come si scoprirà, sono realmente esistiti, al di là della rilettura poetica che il cantautore darà degli stessi.

La canzone “Il testamento” (1963), con il tema della morte, che come lo stesso De André ebbe a dire “rispecchia in chiave umoristica quello che avviene intorno al letto di un moribondo, dove si trovano persone che soffrono veramente e persone che hanno invece l’intima speranza che il decesso possa riservare loro i numeri del lotto”, arrivando all’amara conclusione che la morte è comunque un evento individuale, che riguarda solo noi stessi. Si muore soli.

Il tema del pacifismo, narrato ne La guerra di Piero (1964), una delle canzoni antimilitariste più famose e composta da De André con l’idea che anche se le canzoni non possono evitare le guerre possono comunque creare una coscienza popolare su questo problema e quindi costituire un deterrente alla guerra.

De André era anche uso riprendere modelli musicali popolari, e non solo italiani, ma anche stranieri, per lo più francesi. Così fece con Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers, scritto insieme a Paolo Villaggio, una canzone che gli portò una certa notorietà non tanto per il valore musicale quanto per l’imputazione per offese alla morale, basata su una denuncia anonima, ricevuta nel novembre 1965 e dalla quale fu comunque assolto nel 1968.

Egualmente con Geordie, adattamento di una famosa ballata scozzese del XVI secolo, diffusasi poi in Inghilterra e fatta conoscere a De André da Maureen Rix, insegnante di inglese in uno degli istituti scolastici di proprietà del padre.

I personaggi che popolano i pezzi del cantautore genovese sono spesso ripresi da fatti della vita reale, come quello presente ne La ballata del Miché (1961), recuperato da un fatto di cronaca e che nella realtà si chiamava Michele Aiello; da considerare che è proprio il disco del quale il pezzo fa parte che segna il passaggio fra lo stile “alla Modugno” del primo disco, a quello che poi diverrà lo stile peculiare di Fabrizio De André, con il suo timbro di voce inimitabile.

Egualmente La canzone di Marinella, in assoluto il suo brano più famoso presso il grande pubblico, uscito per la prima volta nel 1964 come lato B di un 45 giri e portato alla notorietà dalla formidabile esecuzione di Mina. Il pezzo aveva preso spunto dal caso di Maria Boccuzzi, trovata morta nel fiume Olona (e non nel Tanaro come invece riporta la canzone), una ragazza figlia di contadini, rimasta orfana e senza casa a sedici anni, costretta a prostituirsi per procurarsi il sostentamento, derubata e uccisa da un cliente che poi la getterà nel fiume. Dopo aver letto la storia su un quotidiano, De André decise di fare qualcosa per la ragazza nell’unico modo che gli era possibile: scrivere una canzone su di lei e visto che non poteva più cambiarle la vita decise di cambiarle la morte, così riscattandola moralmente.

Ancora, l’ispirazione per Prinçesa, canzone scritta insieme a Ivano Fossati, è tratta dalla vera storia di Fernandinho Farias de Albuquerque, nato in Brasile, una bambina nel corpo di un maschio, che già a sei anni si sentiva femmina e che era venuto in Italia per cambiare sesso, prostituendosi per ricavare il denaro necessario.

L’autore del libro fa ben percepire come De André sia affascianto da alcune tipologie umane, come gli esclusi, gli emarginati, i privi di futuro, i perdenti, ai quali il cantautore nelle sue opere fornisce sempre un riscatto, ma trae ispirazione anche da altre tipologie umane, più inquadrate socialmente. Mentre delle prime parla in modo singolo, come casi umani, narrando la loro storia, idealizzandola e spesso cambiandola per fornire loro una giustificazione morale, delle seconde tenta a un certo punto un discorso più unitario, mettendo in musica la “Spoon River Anthology”, collezione di poesie dell’americano Edgar Lee Masters. Persegue così due scopi: far conoscere al grande pubblico quest’opera che lui aveva letto da ragazzo e che lo aveva sempre attratto; far passare il concetto, collegato alla morte, che questa sia la fine di ogni ipocrisia che invece si è a volte costretti ad adottare quando si è in vita.

Il volume di Pistarini è molto interessante anche per un altro aspetto: l’inquadramento delle fasi musicali di De André sia nei vari momenti storici della società italiana, sia nei momenti di vita personali, come quando il cantautore viene sequestrato insieme alla compagna Dori Ghezzi dalla villa fattoria di Tempio Pausania, in Sardegna, nella notte fra il 27 e il 28 agosto 1979. De André, dopo essere stato prigioniero dei sequestratori per circa quattro mesi, rilasciato dietro pagamento di un riscatto, arrivò a perdonare i sequestratori, peraltro mitizzando la loro condizione proletaria, che tale non era, e trasfondendo, da idealista qual era, l’esperienza vissuta nella canzone “Hotel Supramonte”.

Complessivamente, il libro di Walter Pistarini è denso di informazioni, collegamenti e riferimenti e riesce così a fornire un catalogo completo delle opere del musicista, inquadrandole cronologicamente e conferendo loro anche una giustificazione storico-artistica. Un libro unico, necessariamente da leggere per chi voglia approfondire la conoscenza sulla genesi e sulle fonti di ispirazione dei pezzi del grande cantautore genovese Fabrizio De André.

Autore: Walter Pistarini
Uscita: 16/07/2025
Editore: Giunti Editore
Pagine: 288
Prezzo: € 16,90

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