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Qqru / Sammarelli / Iriondo / Nuccini – Metropolis

2025 - Overdrive Records
avant psych rock

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Tracklist

1. Intro

2. Il giardino dell'Eden

3. Il sottosuolo

4. La scelta di Josaphat

5. Grone

6. La caduta di Babele

7. L'aggressione di Rotwang

8. Trasformazione di Maria

9. Allucinazione di Freder

10. Rivolta

11. La fabbrica

12. Inondazione

13. La fine di Metropolis

14. Il rogo e la ragione


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Fritz Lang, se avesse seguito i desideri del padre, sarebbe diventato architetto. Così non fu eppure, a guardare nemmeno troppo in profondità le sue opere, l’architettura è lì, in agguato. “Metropolis” ne è l’esempio chiave. Linee che si stagliano fino al cielo, curvature di uno spazio che, fino a quel momento, così nessuno s’era immaginato. “Metropolis” è la pellicola madre di tutto un genere, da cui ancora oggi il cinema dipende e sempre dipenderà. Architettura della Settima Arte.

Architetti lo sono anche, per vocazione acustica, Xabier Iriondo, Roberta Sammarelli, Corrado Nuccini e Karim Qqru. Se siete “di queste parti” sarebbe ridondante ricordarvi le singole appartenenze, ma va sottolineato come ognuno dei loro progetti abbia arricchito, a modo suo, l’ossatura della cattedrale “alternativa” della musica italiana. E fin qui, tutto noto. Il punto di incontro spazio-temporale tra il regista austriaco e i Nostri è, per l’appunto, “Metropolis” e la musica che ne accompagna ogni linea di cui vi ho parlato poc’anzi. Dopo i cine-concerti di inizio anno, il disco.

Se di architetture parliamo, siamo nel posto giusto. La Maria-Robot quadripartita in copertina è il simulacro del suono che si snoda e con lui la storia. Iriondo, per il loro “Metropolis”, parla di un lavoro di sottrazione, e così è. L’intelaiatura narrativa è il suo esoscheletro, l’elettricità pulsa in bella vista. Riff adamantini che si legano a spirale al motorik ritmico, una strada aperta su cui corrono momenti a grana molto grossa, kraut che si fa roccia e calore, sospensioni desertiche, da metropoli fossilizzata, come divorati dalle fauci del Moloch. Rotazioni atemporali che rievocano miraggi e alienazione, caleidoscopi a corda e pulsazioni di corpo alternate a digressioni mentali, elettrogenetiche, sospinte verso l’alto, cori desaturati, bassi angolari a innesco lento che finiscono per deflagrare, riverberi disumanizzanti, melodie che sanno di orrore strisciante, fraseggi cosmici, fraseggi amari, sensazioni stupefacenti. Tutto si schiude come un fiore, in crescendo.

Anche senza schermo davanti agli occhi si creano immagini che lasciano il segno. Un segno profondo.

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