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Ristampe e Dintorni

Whipping Boy – Dysillusion

Gli anni ’80 dello scorso secolo sono stati tra i più anomali in assoluto, in termini di evoluzione musicale. Anche solo di “convivenza” tra realtà. Era tutto complesso, altro che facile come dicono certi nostalgici d’accatto, e le nette differenze tra “alto” e “basso” si dissolvevano nel profondo oceano del cosiddetto underground. Le grandi correnti controculturali si potevano denominare solo in apparenza. Un’etichetta si poteva apporre, poteva accomunare tanti artisti, moltissime band che vivevano e coltivavano un terreno comune. Da quel terreno, però, potevano nascere tante, tantissime cose diverse.

Una di queste realtà, ossia l’hardcore, è stato foriero in egual misura di evoluzione e standard che, in men che non si dica, è diventato puzzo di stantio. Chi decideva di prendere la prima strada, spesso, falliva. Un determinato pubblico preferiva restare nel proprio piccolo mondo e rimanerci fino all’età pensionabile. Ma è grazie alla testardaggine che, certi alcuni, del fallimento fecero trampolino di lancio per andare oltre. Altrove. Ai più giovani che, mi auguro, leggeranno questo articolo, ciò potrebbe parere abbastanza assurdo: in assenza di “scene”, oggi, si può piuttosto parlare di “stilemi”, e le nuove band (alcune manco più tanto nuove), suonano “perfette” già a partire dal primo album, figurarsi sul secondo. Più di trent’anni fa questo spesso non accadeva. Qualcosa andava storto. Per registrare bisognava fare sacrifici e, quando non era possibile, ci si arrangiava. Non c’erano modi per imparare le cose se non farle e farle e farle ancora, il più delle volte non ottenendo i risultati sperati.

I Whipping Boy erano tutto questo: una band nata e cresciuta nell’alveo hardcore degli Ottanta col desiderio di non farsi inghiottire. Eugene S. Robinson, Steve Ballinger, Dave Owens e Sam Smoot, i Whipping Boy dell’epoca, finiti sui radar della famiglia Dead Kennedys, con il primo album “The Sound of No Hands Clapping”, irruppero in quel mondo, in quella scena, e lo fecero a calci. Data dopo data, le cose hanno preso un’altra piega. Gli ascolti moltiplicati. L’hc superato. L’avvento del post-punk, l’aura mortifera dei The Birthday Party e dell’amata Lydia Lunch ad aleggiare su tutto e tutti. Il tutto in meno di un anno, dal 1983 al 1984, a stretto giro. Urgenza. Necessità. Per fissare su nastro questo salto quantico si affidarono nuovamente a Klaus Flouride, bassista dei Kennedys, già dietro il banco mix su “The Sound”. Nonostante la fiducia, né le sue capacità né quelle della band stessa in fatto di produzione potevano dirsi tali da rendere quella nuova scintilla davvero luminosa. “Muru Muru” fu un fiore oscuro, stupendo, che non riuscì a sbocciare, e di certo non solo a causa delle sole 175 copie vendute (e qui si torna al discorso del pubblico di cui sopra).

Quasi quarant’anni più tardi, dopo aver scovato un nastro, e poi un altro e via discorrendo, la necessità è tornata a farsi sentire. Questa volta, però, è necessità di non lasciare un disco quasi impossibile da reperire (mille anni fa io ci sono riuscito solo scandagliando la rete come uno psicopatico) fluttuare nel rumore che lo ha contraddistinto, fino a sparire per sempre. Per farlo, però, è stato necessario dare al lavoro una vera e propria nuova vita. Joe Chiccarelli è l’uomo che ha potuto rendere tutto possibile. Chiccarelli che ha lavora con Robinson ai dischi dei suoi Oxbow. Chiccarelli che ha fatto da ingegnere del suono a Frank Zappa, che ha prodotto dischi di The White Stripes, Tori Amos, The Strokes e decine di altre realtà che proprio col sound hanno fatto tutto. Lo si può capire appena parte Nevermore: la batteria gonfia, tutti le frequenze in risalto, in perfetto equilibrio. Se non ve lo dicessero, pensereste che “Dysillusion”, questo il nuovo titolo di “Muru Muru” deciso da Ballinger (per la prima volta, ammette Eugene in un’intervista a “Devolution”, aggiungendo che, d’altronde, il nome della band è sempre farina del sacco del chitarrista), sia stato inciso al massimo lo scorso anno.

Il rumore di fondo spazzato via, al suo posto un’energia rinnovata, una nuova vita. Ogni brano è psicosi oscura, una sega circolare post-punk in tempi medi, la sezione ritmica serrata come se il cemento assumesse un suo specifico gradiente acustico, Robinson che pare battezzato sia da Cave che da H.R., ma all’imbocco la strada che poi percorrerà con gli Oxbow e più di recente con i Buñuel. Melodie smisurate, paranoiche, ipnotiche e asfissianti, infilzate da lame a sei corde che fanno sanguinare. “Dolore, LSD e orribili difficoltà emotive erano le forze trainanti di queste canzoni”, dice il cantante, ed è estremamente evidente (le orrorifiche Once In a Lifetime e Mister Magi ne sono pura e semplice dimostrazione), il terrore che si prova è puro, candidamente sporco, paralizzante.

Il tutto è coronato, come se non bastasse, dallo stupendo artwork concepito da Aaron Turner, uno che di orrore se ne intende, sia suonando che alle prese con copertine di album destinati a restare impressi. Cosa che mi auguro per “Dysillusion”. Finalmente una ristampa degna di esistere. Un dono inaspettato, che poi è il migliore in assoluto.

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