
C’era un anno, il 1995, in cui sembrava che tutto fosse un videogioco: la Cool Britannia dominava le copertine dei magazine, i fratelli Gallagher si fronteggiavano in pubblico quasi come in un ring, Damon Albarn si travestiva da perfetto impiegato pop. La stampa soffiava sul fuoco della rivalità Blur–Oasis, gonfiandola a mondiale di boxe: l’NME titolava “British Heavyweight Championship”. Intanto, fuori da quella cartolina sgargiante, l’Europa bruciava: Sarajevo sotto assedio, Srebrenica massacrata, i Balcani come una ferita aperta sul fianco del continente. In mezzo a tutto questo, i Blur pubblicavano “The Great Escape” e ci invitavano a ridere, a ballare, a scappare.
Dentro quelle canzoni c’era il manifesto non scritto di un’intera generazione: oscillare tra antidepressivi e ironia, tra Country House e attacchi di panico. Era la colonna sonora di un’epoca in fuga: dal futuro, dalle bombe, dalle aspettative troppo grandi. Il disco si presenta come la prosecuzione naturale – e barocca – di “Parklife“: orchestrazioni ovunque, cori gonfiati fino all’eccesso, valzerini e organetti, una caricatura di sé stessi eppure irresistibile. Sembrava un luna park, ma appena sollevavi il tendone affiorava un retrogusto amaro.
Per un attimo, però, ha funzionato. Country House mise KO gli Oasis nella Battle of Britpop del 14 agosto, con 274mila copie vendute in una settimana. Il Regno Unito impazzì per la satira feroce di Albarn, Graham Coxon, Alex James e Dave Rowntree, e per quell’inconfondibile capacità tutta britannica di sorridere mentre ballava sul ponte che crollava. Ma bastava scalfire la superficie per scoprire che “The Great Escape” era tutt’altro che un inno alla spensieratezza: un catalogo di nevrosi, un circo in cui ogni personaggio è prigioniero della propria solitudine. C’è l’uomo senza fascino di Charmless Man, la coppia alienata di Yuko and Hiro, il burocrate nauseato di Mr. Robinson’s Quango. Persino l’inno universale di The Universal, con i suoi archi solenni, è in realtà Prozac in forma di melodia.

Non era un disco perfetto – e lo stesso Albarn lo avrebbe definito anni dopo “messy” – ma era un ritratto incrinato. Mostrava un’epoca che faticava a distinguere satira e realismo, gioia e fuga, caricatura e tragedia. Forse proprio per questo, oggi suona ancora terribilmente attuale. Trent’anni dopo, è impossibile non leggere in quelle canzoni l’ansia di un Paese diventato laboratorio di precarietà e consumismo, pronto a vendere la propria felicità in pillole o a rifugiarsi nelle campagne aristocratiche di una Country House qualsiasi.
La copertina firmata da Tom King diceva già tutto: un gruppo di ragazzi su un motoscafo lucidissimo, mentre uno di loro si tuffa in mare. Sotto la superficie, lo squalo. L’immagine perfetta di una generazione che voleva buttarsi, andare via, scomparire – senza sapere se sarebbe riuscita a tornare a galla.
Oggi possiamo dire che “The Great Escape” non ci ha mai davvero portato via da niente. Non ci ha salvati dal cinismo, non ci ha protetti dalle guerre, non ha evitato l’ansia di vivere. Ma ha fotografato con lucidità disarmante il momento in cui una generazione ha capito che sotto quel motoscafo luccicante si nascondeva una minaccia pronta a inghiottirla.
Ed è per questo che resta un classico: perché ci ricorda che il pop può essere brillante, satirico, divertente – ma alla fine ci lascia solo con la consapevolezza che non esistono fughe definitive, soltanto nuove illusioni da rincorrere.
