
Si tratta – credo – del 2011: Uochi Toki si esibiscono a Bari. Le loro esibizioni sono ancora convenzionali, non siamo ancora ai tempi del live drawing o al rigetto per la riproduzione semplice dei pezzi più noti. Sono al banchetto, indeciso su quale disco comprare: chiedo un suggerimento a Napo. Chiedo quale ritenga il più adatto a un lungo viaggio in auto. Napo, ovviamente, è riluttante a dare un tipo di indicazione così dozzinale, ma alla fine sente di poter propendere per “Cuore Amore Errore Disintegrazione”.
Ad oggi, a 15 anni di distanza dalla sua uscita, “Cuore Amore Errore Disintegrazione” continua ad accompagnarmi periodicamente nei viaggi con un mai sopito piacere di scoperta e riscoperta delle sfumature di un disco esageratamente denso per essere colto completamente dopo pochi ascolti. Rimetterlo nel lettore CD della Polo è come rileggere un libro, o rivedere un film che non annoia mai, del quale si conosce il finale ma non si smette mai di stupirsi per dettagli non colti in precedenza. Per alcuni sarà esagerato, ma ritengo “Cuore Amore Errore Disintegrazione” un’opera letteraria in piena regola, ciò che avrebbero potuto elaborare un Luigi Pirandello o un Italo Svevo, se fossero stati portati a trattare col contesto sociale e le forme di comunicazione dominanti 100 anni più avanti rispetto alle loro esistenze.
Nel 2010 gli Uochi Toki sono popolari tra i ventenni che ascoltano la scena alternativa italiana. Sono un po’ il loro ponte verso il rap, rappresentando il genere in maniera fin troppo nerd e lontana dalle forme commerciali; quindi, erano ok per noi che all’epoca avevamo un feroce rigetto per conformismo e mainstream. Arrivavano dal manifesto programmatico che è L’Estetica e dal successo di critica di “Libro Audio”, ad oggi il loro disco più amato ed ascoltato, foriere di citazioni che ci si scambia tra quarantenni nostalgici. “Libro Audio” è un racconto a episodi (che al momento opportuno meriterà un suo approfondimento) ed il suo successo è un passaggio fondamentale per Napo e Rico per arrivare a qualcosa di ancora più impegnativo ed ambizioso: un racconto unico in 10 tracce, i titoli delle quali non sono titoli, ma una concatenazione di frasi che fanno da abstract alla mastodontica messa in scena di 68 minuti.

Bisogna immedesimarsi in un universo che si presenta inizialmente allegorico, quasi lovercraftiano, con un misterioso “drago” che rappresenta la destinazione finale di una quest talmente importante da insinuarsi nella testa del narratore anche nel dormiveglia, Appena Risalito dall’abisso. Narratore che identifica come “Mago”, dando una venatura fantasy a tutto il contesto (avevamo detto pure troppo nerd, no?) il suo ego in cerca di una sorta di dominio intellettuale della realtà dettato da una insindacabile comprensione della stessa. Ma gli incontri con l’universo femminile, dapprima rapidi e sfuggenti, poi pacifici e gestibili, infine conflittuali e dolorosi, in una sequenza di sette pezzi ridimensionano notevolmente i sedicenti poteri del mago, spingendolo verso l’emicrania che gli impone una dieta risolutiva con le sue voci interiori.
Inutile snocciolare ogni singolo passaggio del disco che meriterebbe, da parte di chi non ci ha mai dedicato del tempo o non ricorda, l’immedesimazione diretta senza alcun filtro interpretativo: di sicuro c’è una traccia più di ogni altra, gettandomi in ambigue immedesimazioni non richieste ma richieste, che rappresenta il climax nonché l’inizio del crollo delle certezze del Mago, il tutto sorretto da una magnifica jam di più di 10 minuti di Lucio Corenzi al contrabbasso e Bruno Dorella alla batteria. Le ultime due tracce sono una sorta di epilogo a finale aperto ed una postfazione, che proprio come ogni libro audio si chiude con una sorta di saluto sui generis del narratore che vuole essere profezia: «Siamo arrivati alla fine di questa cosa, non delle persone che ve la propongono».
C’è da dire che “Cuore Amore Errore Disintegrazione” non risulterebbe allo stesso modo memorabile, se non fosse sorretto dal miglior Rico in carriera. Si direbbe che ciascuna traccia venga scritta in funzione della narrazione, anche se nella realtà il percorso viaggia in senso opposto (nascono le basi, Napo inserisce i testi, Rico le riadatta). La parte di synth è ridotta ai minimi termini: quasi tutta la musica e fatta di ‘Artifici Spontanei’, composizione di loop sovraincisi al netto di qualche sequenza suonata (oltre alla parte sopra citata in mi sveglio da straniero in un luogo mai visto prima a suonare la sveglia è il Sitar di Alessio Bertucci), fatta di momenti molto frammentari, rumorosi, violenti da far sanguinare le orecchie. L’inizio di dato che per me è naturale trovarmi spaesato nei non-luoghi, il crescendo in rissa di violando le conseguenze che la violazione dei sacri limiti tra due persone comporta…, le evocazioni dell’emicrania in dando origine al più incomprensibile dei mali sono brutali quanto perfettamente simbiotiche con la narrazione in atto.
Alle volte mi chiedo come verrebbe accolto un disco così diretto e frontale sulle relazioni se uscisse nel 2025. Alle orecchie di un ascoltatore molto superficiale, come troppi lo sono oggi, i flussi interiori di Napo potrebbero apparire quelli di un incel con pretese da intellettuale dissidente ed alcuni passaggi verrebbero tacciati di misoginia. Quello che in realtà cercava di comunicare l’artista alessandrino è che davanti al rapporto con l’altro sesso ci sono due possibilità: la via ‘facile’ della relazione superficiale, e quella più complessa della comprensione, che può portare alla complicità (come avviene in mi basta udire voci lontane per sentirmi a casa ovunque, passaggio anomalo del disco per serenità e distensione) ma prima o poi passa inevitabilmente dallo scontro. Non c’è “cuore-amore” senza “errore”.
Tra l’altro Napo mette a nudo in più punti e con autoironia la consapevolezza del profondo narcisismo macchiato di misantropia che traspare in ogni riga dalle sue parole, quando ad esempio la ragazza che tenta invano di interpretare in gettandomi in ambigue immedesimazioni non richieste ma richieste lo invita a «Prendersi sul serio, prendersi meno sul serio», parole che tra l’altro lei non pronuncia nemmeno, ma è Il Mago a dedurre tramite i suoi poteri. Oppure quando in permettendomi artifici spontanei all’obiezione «Ma il vuoto non lo puoi arredare!» risponde «Dai cerbiatto, fammi dire le mie stronzate da mago!». Perché abbiamo parlato di apice?
Perché dopo “Cuore Amore Errore Disintegrazione” Uochi Toki lavorarono scientemente per rendere effimera la popolarità che avevano raggiunto. Il successivo disco “Idioti”(2012) inizia con la splendida Ecce Robot, un’allegoria del passaggio di testimone tra la prima parte di carriera, quella ‘ordinaria’, e la disumanizzazione che avverrà, allontanandosi in maniera irreversibile da case discografiche e booking: l’atto decisivo è “Macchina da Guerra” (2013), autoprodotto e disponibile solo in vinile a tiratura limitata, che esordisce con una violenta dichiarazione di ostilità nei confronti dell’ascoltatore, mentre i loop e le sovraincisioni diventano una cervellotica e disordinata sequenza di glitch.
