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Interviste

L’arpa, un viaggio per dimenticare le regole: intervista a Kety Fusco

credit: Sebastiano Piattini

Dietro l’arpa di Kety Fusco non c’è l’immagine eterea da salotto, ma una voce capace di sfidare cliché e aprire spazi inattesi. Tra le figure più originali della nuova scena europea, l’artista svizzera torna con “Bohème” (qui la nostra recensione), un album che scardina gli stereotipi legati al suo strumento e alla femminilità. Dall’intensità di brani inediti alle rielaborazioni di classici, fino al sorprendente duetto con Iggy Pop, Fusco esplora nuovi territori sonori senza mai rinunciare alla propria autenticità. L’abbiamo incontrata.

“Bohème”, il tuo nuovo lavoro, è un album incentrato sulla forza della natura femminile. Qual è il tuo rapporto con la femminilità e come si riflette nella tua musica?

La mia idea di femminilità non è ideologica, ma nasce dall’esperienza. Fare musica come donna significa spesso dover affermare la propria presenza in contesti dove la maggior parte delle figure sono uomini, e questo inevitabilmente segna il tuo percorso. Allo stesso tempo, nel mondo dell’arpa accade il contrario: è uno strumento storicamente associato alle donne, ma con un immaginario riduttivo, quasi da “dama di corte che suona all’ora del tè”. Ho sentito l’urgenza di rompere questo cliché, di mostrare che l’arpa può essere un veicolo di forza, di ribellione, di contemporaneità. Per me la femminilità è proprio questo: non un ruolo prestabilito, ma la possibilità di incarnare molte voci diverse e di perseverare con autenticità.

Il titolo del disco richiama un immaginario libero e ribelle. Cosa significa per te oggi essere “bohémien” e come questa idea si riflette nella tua vita e nella tua arte?

Essere bohémien, per me, non significa vivere ai margini o rifiutare tutto, ma scegliere ogni giorno di non lasciarsi ingabbiare. È un’attitudine: il coraggio di restare fedeli a sé stessi anche quando non è comodo, di seguire un’intuizione senza sapere dove porterà. Nella mia arte questo si traduce nella libertà di rischiare, di uscire dai confini della musica per arpa tradizionale o da ciò che ci si aspetta e di portarla in territori inaspettati. In questo senso mi sento vicina a figure che hanno osato cambiare lo sguardo collettivo: penso a David Lynch, capace di trasformare il quotidiano in surreale e di scardinare le regole narrative del cinema, o a Nina Simone, che ha dimostrato che la voce può essere un manifesto di libertà, non solo una forma d’arte. Sono artisti che hanno mostrato come la coerenza non significhi rimanere fermi, ma avere il coraggio di trasformarsi. Nella vita, l’essere bohémien per me è la capacità di accogliere l’imprevisto e trasformare l’incertezza in possibilità. Non si tratta di una ribellione fine a sé stessa, ma di un atto di fiducia: fidarsi che anche uscendo dai binari si possa arrivare a un luogo autentico, forse più vicino a chi siamo davvero.

Nel disco hai usato registrazioni subacquee e manipolazioni acustiche. Ci racconti un esempio concreto di come un suono naturale si è trasformato in tessuto musicale?

Registrare l’arpa sott’acqua significa entrare in un ambiente che filtra e trasforma il suono. Non è che le corde vibrino normalmente: l’acqua smorza subito l’attacco e cambia completamente il modo in cui l’idrofono percepisce il timbro. Quello che ottieni non è un suono pulito e definito, ma un materiale grezzo, pieno di rumori di fondo, di ovattature, di risonanze imprevedibili. In Hi This Is Harp ho lavorato proprio su queste registrazioni: già nel loro stato originario sembravano un coro distorto, una massa sonora che si componeva da sola. In studio ho poi isolato alcune frequenze, aggiunto riverberi e stratificazioni, trasformando quel
materiale in un vero tessuto musicale che diventa la base del brano. In pratica il processo è stato: registrare, ascoltare ciò che l’acqua mi restituiva, accentuare quelle caratteristiche naturali fino a renderle parte integrante dell’arrangiamento.

Nel complesso, come si è sviluppato il lavoro in studio di registrazione?

Avevo già composto otto dei nove brani dell’album prima di entrare in studio per la produzione; l’unico che ho lasciato per ultimo è stato Für Therese. Sin dall’inizio volevo che ogni pezzo avesse un’identità sonora precisa e che a ciascuno corrispondesse una tecnica diversa sull’arpa, per spingere lo strumento in territori inediti. In Nocturne, ad esempio, ho suonato smorzando le corde direttamente alla base della tavola armonica: questo mi ha permesso di ottenere un suono più secco, intimo e armonico e poi abbiamo trasferito la registrazione su nastro, quindi suono contemporaneo e tecnica di registrazione pura. Karma, invece, è nato in maniera del tutto spontanea. Ho usato la chiave che normalmente serve per accordare l’arpa, facendola vibrare sulle corde: da lì nascono quei particolari sulla melodia. Poi abbiamo deciso di integrare strumenti che avevamo attorno, come tampura e tabla, e il brano ha preso la forma di un suono collettivo, quasi rituale, come se fosse stato “chiamato” da qualcosa di esterno a noi. In Naima, invece, ho fatto passare l’arpa attraverso un modulatore: l’idea era ricreare un’atmosfera anni Ottanta, con un timbro che potesse richiamare anche le suggestioni di “Stranger Things”. In generale, il lavoro in studio è stato una combinazione di visioni molto precise e di imprevisti che si sono rivelati preziosi. Ogni brano è diventato un piccolo esperimento a sé, con la sua tecnica e il suo mondo sonoro.

Hai scelto di reinterpretare Für Elise di Beethoven intitolandola però con il suo (probabile) titolo originale, Für Therese. Perché questa scelta e che cosa ha significato per te?

Ho sempre avuto la curiosità di tornare su alcuni brani classici che hanno fatto parte del mio percorso accademico e che ho ascoltato e amato negli anni. Mi interessa capire come, attraverso l’arpa e con un approccio sonoro contemporaneo, possano rinascere in una forma nuova. L’avevo già fatto con la Gnossienne di Erik Satie, e con Für Therese ho sentito la stessa esigenza. La scelta non è dipesa dal fatto che sia uno dei brani più noti di Beethoven, ma dalla storia che lo accompagna: il probabile errore di trascrizione mi ha colpita, perché dietro a un errore può nascondersi un’altra possibilità di verità. E io ho voluto dare voce proprio a quella possibilità rimasta in ombra. Nella mia rivisitazione ho cercato di liberare Für Therese dall’immaginario di “melodia da carillon” che lo accompagna da sempre, per restituirgli intensità, vulnerabilità e spessore emotivo. Ho immaginato di ridare a Beethoven la sua Teresa, trasformando un errore in un atto di restituzione poetica. In questo senso, per me reinterpretare un classico non significa solo attualizzarlo, ma anche interrogarne la storia, le sue pieghe nascoste, e provare a renderlo di nuovo vivo, come se fosse stato appena scritto.

credit: Wegyg Studio

SHE è il duetto che hai interpretato con Iggy Pop. Come è nato questo sodalizio e cosa ti ha lasciato questa esperienza?

Per me è stato un momento fondamentale, perché mettere insieme l’arpa e la voce di Iggy Pop ha significato dimostrare che questo strumento può essere attuale, potente e completamente radicato nel presente. Io e Iggy ci siamo incrociati per la prima volta nel 2023, quando aveva scelto il mio album sperimentale “The Harp – Chapter I” che ho eseguito alla Royal Albert Hall di Londra, come miglior disco da presentare nel suo programma “Iggy Confidential” alla BBC: già quello, per me, era stato un riconoscimento enorme. Quando ho scritto SHE, ho sentito subito che la sua voce poteva darle un respiro diverso. Non era solo una questione di timbro, ma di significato: ricordavo quella frase che lui aveva detto in radio, “The harp is not heard as much”, e mi sembrava quasi un invito implicito a fare qualcosa insieme. Così gli ho scritto direttamente: gli ho mandato il brano, gli ho raccontato l’idea, e lui ha risposto con entusiasmo, accettando senza esitazioni. È stato un passaggio importante nella mia ricerca, perché ha dimostrato che l’arpa non deve restare confinata a un immaginario antico, ma può dialogare con figure simbolo del rock e generare qualcosa di nuovo. Quello che mi ha lasciato questa esperienza è soprattutto una lezione di libertà. Iggy Pop ha un approccio autentico, diretto, senza filtri: lavorare con lui mi ha ricordato che l’arte è prima di tutto fiducia e coraggio, e che non bisogna mai avere paura di osare.

C’è un brano dell’album che senti come manifesto del tuo modo di fare musica e della tua ricerca artistica?

Sono molto legata sia a Resistance che a Blow, anche se in modi diversi. Resistance è nato in maniera istintiva: stavo ascoltando Zombie dei Cranberries e pochi minuti dopo ho iniziato a comporlo. A livello melodico ha un’impronta più classica, con linee tematiche ampie e quasi cantabili, ma dal vivo sprigiona un’energia che lo rende fisico e trascinante, un brano che si muove tra introspezione e impatto diretto. Blow, invece, rappresenta l’apice della mia ricerca. È costruito su un suono molto elaborato e stratificato, che mette l’arpa in un territorio inedito. Nella sezione di
transizione utilizzo i “rumori” dell’arpa preparata e inserisco persino la cadenza per arpa di Čajkovskij, ma volutamente in tonalità sbagliata…Se dovessi scegliere un manifesto, direi Blow: è il brano che più di tutti sintetizza la mia volontà di spingere l’arpa oltre i suoi cliché, trasformandola in una voce contemporanea e imprevedibile.

Ci racconti del tuo rapporto con la musica classica e di come ha plasmato il tuo percorso? Ti senti più legata alla tradizione o alla sperimentazione?

Quando ho finito il conservatorio, il mio rapporto non era tanto complicato con la musica classica in sé, quanto con l’istituzione. Dopo quindici anni di studi e due master mi sono trovata senza alcuna idea di cosa fare concretamente con la musica: il conservatorio ti forma in modo impeccabile dal punto di vista tecnico, ma non ti offre strumenti reali per vivere di questo mestiere. L’idea che l’unico sbocco fosse insegnare o fare lavori paralleli mi metteva in crisi, perché io volevo solo vivere di concerti, nient’altro. Ho avuto la fortuna di incontrare persone che mi hanno aperto strade nuove: ho fatto una tournée con il gruppo rock svizzero Peter Kernel e ho seguito le lezioni di improvvisazione libera con Zeno Gabaglio, che mi hanno fatto intravedere un linguaggio diverso possibile per l’arpa. Da lì ho iniziato subito a costruire il mio percorso personale senza perdere tempo, e dopo due anni sono riuscita a vivere esclusivamente del mio progetto artistico. Detto questo, il mio rapporto con la musica classica resta fondamentale. Senza la conoscenza profonda che mi ha dato — la tecnica, la storia dello strumento, la sua evoluzione — non potrei permettermi di sperimentare. Quello che faccio oggi non nasce da un rifiuto della tradizione, ma da una sua naturale prosecuzione: è perché conosco l’arpa come le mie tasche che posso osare, modificarla e trasformarla. Per me la sperimentazione non è un capriccio, ma il passo successivo di una consapevolezza classica che continua a vivere dentro ogni nota che suono. Non potrei scegliere tra tradizione e sperimentazione, perché una non avrebbe senso senza l’altra. La tradizione mi dà le basi, la sperimentazione mi dà la libertà: il mio lavoro vive proprio nell’incontro delle due.

Quando hai iniziato a suonare l’arpa e perché hai scelto proprio questo
strumento?

Ho iniziato a sei anni, ma non è stata una scelta banale. Da bambina avevo un problema di iperattività: ero piena di energia e non riuscivo a controllarla. A scuola mi capitava spesso di picchiare gli altri bambini e un giorno, in un litigio, ho colpito una compagna così forte da romperle quattro denti.. Facevo karatè come sport e la mia energia in quel momento era mal incanalata. I miei genitori furono costretti a portarmi da uno psicologo, e lui disse chiaramente che non avevo nulla di grave: semplicemente ero troppo energica, troppo agitata, e avevo bisogno di un canale diverso per esprimermi. Non nelle arti marziali o nello scontro, ma nell’arte. Così i miei iniziarono a propormi attività artistiche: strumenti musicali, corsi, possibilità diverse. Ma niente sembrava convincermi. Poi, durante una vacanza in montagna, è successo l’incontro che ha cambiato la mia vita. Stavamo passeggiando e dalla piazza arrivava un suono che non avevo mai sentito prima. Era l’arpa. Mi sono avvicinata e ho visto quello strumento enorme e ho avuto un vero colpo di fulmine: mi sembrava di conoscerlo già da sempre. In quel momento ho detto a mia madre che volevo suonare proprio quello. La settimana dopo ho iniziato le lezioni e non ho più smesso. L’arpa è diventata subito il mio strumento e anche il mio modo per trasformare tutta quell’energia in qualcosa di creativo e costruttivo. Da allora non ho mai più picchiato i bambini!

Guardando al futuro prossimo: dopo l’uscita di “Bohéme”, quali sono i tuoi prossimi progetti? Possiamo aspettarci un tour o nuove collaborazioni?

Il futuro per me sarà portare “Bohème” in tournée per tutto il 2026. Ho già in programma diversi concerti e l’anteprima mondiale italiana sarà il 26 ottobre al Teatro Malibran di Venezia, in apertura dei Calibro 35. Per l’occasione porterò anche il mio show con i visual generati dall’intelligenza artificiale, che dialogheranno con la musica: sarà un debutto unico, che segnerà l’inizio di questo nuovo viaggio live. Parallelamente sto lavorando a un progetto con il Coro della Svizzera Italiana del Grigioni, dove sto trascrivendo in chiave elettronica alcuni canti in dialetto della Mesolcina. Sarà il mio primo lavoro con un coro, ed è un’esperienza che mi incuriosisce e mi entusiasma molto. Inoltre sto già preparando collaborazioni importanti: il mio prossimo album sarà interamente costruito intorno al concetto di incontro, con l’arpa che entrerà in contesti e generi nei quali non era mai stata. Per me sarà un modo di spingere ancora oltre i confini dello strumento, portandolo a dialogare con mondi apparentemente lontanissimi. Infine, c’è anche un progetto sperimentale in corso con due arpiste americane: qualcosa di molto speciale che non posso ancora svelare, ma che segnerà un passo importante nell’evoluzione dell’arpa.

credit: Sebastiano Piattini

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