“La macchia” nasce dall’incontro tra Alfio Antico e Giulio Fonseca, alias di Go Dugong, e fa parte delle prime tre uscite di Baccano, l’etichetta discografica della Luiss University, insieme a “I racconti di Aretusa” (Lino Capra Vaccina & MaiMaiMai) e a “Tropicantesimo” (Maria Violenza & Irtumbranda, progetto di Luciano Turella).
Album dedicati all’esplorazione della tradizione siciliana attraverso la creazione di un dialogo di ricerca tra artisti provenienti da ambiti piuttosto diversi tra loro: la risultante è una sorta di contaminazione collettiva tra trasmutazione e ritrovamento.
Registrato e curato nello studio di Tommaso Colliva (Calibro 35), si presenta come un disco ritmico, percussivo, che partendo da, e mai abbandonando, una base folkloristica, delinea la propria identità come quella di un viaggio lontano tra due musicisti dei nostri tempi.
Alfio Antico, siciliano, è considerato innovatore e maestro della tamorra e del tamburo a cornice. Costruisce personalmente i suoi strumenti, curandoli in ogni dettaglio: dalla risonanza e la timbrica alle incisioni su di essi di immagini agresti e antichi segni. Possiamo considerarlo non solo il detentore di una memoria ereditata, avendo vissuto come pastore e a stretto contatto con i costumi e le usanze della sua terra, ma come incarnazione di essi, voce di ritmi primordiali.
Il suo canto risuona come quello di un narratore esterno alla vicenda che commenta, persuade e provoca, disteso tra gli echi liquidi ma cadenzato dal ritmo dei tamburi, rimanendo incisivo senza disperdersi eccessivamente.
Giulio Fonseca, tarantino di origine, e quindi altrettanto plasmato da fenomeni musicali popolari come la Tarantella, è un musicista, produttore e DJ che dedica una meticolosa attenzione alla ricerca e al campionamento dei suoni del mondo. Che siano strumenti o field recordings poco importa: la sua sperimentazione risulta sempre attuale e rinnovata.
Nel disco la tradizione non viene solo interpretata, ma preservandone l’autenticità viene spinta oltre le sue forme ataviche, sperimentando nuove connessioni tra antico e moderno in una chiave demiurgica delineata tra l’artigianalità di Alfio e la creatività cosmica di Go Dugong: un’originale prospettiva sonora di un orizzonte sacro.
L’impianto sonoro è essenziale, a tratti minimalista, chiara è l’ambientazione da cui vuole partire e in un certo senso anche tornare.
Già dal primo pezzo Leviti Leviti viene evocato l’immaginario che ci accompagnerà durante l’ascolto: quello di un rituale arcaico, ipnotico, un inno al perdersi o all’elevarsi come potrebbe suggerire il titolo, liberatorio e claustrofobico allo stesso tempo, cupo, a tratti inquietante.
Il Pascolo richiama lo scenario mediterraneo viaggiando tra suoni di campanacci, versi di uccelli e altri campionamenti, finendo dentro una fantasia pastorale, magari come quella che Alfio ricorda della sua infanzia.
Direi di un’ambientazione rurale, primitiva, capace di risuonare in eterne profondità o riecheggiare come medium di un inconscio collettivo: una danza caotica e divinatoria.
“La macchia” è un album rupestre moderno, dove la linea dell’immaginifico folkloristico si amalgama fondendosi a sintetizzatori, over dub, delay spaziali ed elettricità: la canzone omonima ne è un ottimo esempio.
In sintesi uno studio ontologico di tradizioni e miti nell’ottica della contemporaneità, privo di tentativi di eludere la loro stessa essenza.