
Non comincia con un accordo di chitarra, ma con un coro di cicale. Un suono minimo, apparentemente fragile, che diventa subito simbolo: l’ultimo rumore autentico di protesta in un Paese dove le voci sembrano soffocate. È così che si apre “Le nuvole“, disco che trentacinque anni dopo continua a muoversi come una cortina sospesa sopra le nostre teste, capace di nascondere il cielo e obbligarci a guardare in alto.
Sei anni dopo “Crêuza de mä“, Faber torna con un’opera che divide e ricompone. Il primo lato è una sceneggiata amara dell’Italia a cavallo fra anni Ottanta e Novanta: satira grottesca, personaggi deformati, un teatro che sembra comico ma in realtà è un atto d’accusa. Il secondo lato spalanca invece la porta alle lingue minoritarie, alle tradizioni popolari, a un Mediterraneo che è sempre stato casa e crocevia. Due anime opposte, tenute insieme da un’unica necessità: raccontare ciò che ingombra il presente e ciò che resiste nel passato.
Le nuvole, recitata da Lalla Pisano e Maria Mereu, mette subito in scena questa idea: presenze che si mettono “tra noi e il cielo” e che restano lì, a oscurare la luce. Poi arriva Ottocento, mascherata barocca che fa il verso al bel canto per smascherare un borghese capace solo di comprare e rivendere, fino a ridere di sé in uno jodel sguaiato. È caricatura, ma anche cronaca. Il centro emotivo del disco è Don Raffaè: una tarantella che incorona il boss come arbitro di giustizia in un Paese allo sbando. Una canzone che non ha perso un grammo di attualità. Subito dopo, La domenica delle salme abbandona il sarcasmo e diventa una marcia funebre collettiva: un’Italia che seppellisce le utopie e accetta una pace imposta, fredda e senza visioni.
Sul lato B il tono cambia, ma non si spegne. Mégu megún e  çímma mescolano ipocondrie e riti di cucina ligure; La nova gelosia porta con sé il respiro antico di Napoli; Monti di Mola, con il contributo dei Tazenda, racconta un amore impossibile e surreale sulle colline galluresi. E nel frattempo il disco si apre anche al linguaggio visivo: Gabriele Salvatores firma i videoclip di La domenica delle salme e Mégu megún, con Claudio Bisio protagonista.
Riascoltato oggi, “Le nuvole” non è solo il ponte verso “Anime salve“: è un atlante del nostro Paese all’inizio degli anni Novanta, con i suoi vizi, le sue paure e le sue radici. Le nuvole del titolo non si sono dissolte: continuano a passare, a coprire il cielo, a ricordarci che nessuna scena resta immobile. Sta a noi decidere se restare spettatori o provare, finalmente, a cambiare la scenografia.
